martedì, Settembre 29

Cambogia: le mine antiuomo che si trasformano in gioielli

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Questa piaga che vive nel tessuto sociale del Paese, però, non è sempre e solo sinonimo di orrore e morte. C’è infatti una scuola nel cuore della caotica Phnom Penh, capitale del regno (Kingdom of Cambodia, ndr), fondata da un orafo vicentino dieci anni fa, dove ciò che resta di questi ordigni di guerra una volta esplosi viene riciclato ed utilizzato per creare gioielli di vario tipo. Gli orafi di questa scuola sono giovani ragazzi di strada, per anni abitanti delle baraccopoli e impiegati abusivamente nella raccolta dei rifiuti nella discarica a cielo aperto della periferia della città. “L’idea alla base della scuola orafa è quella di tramandare un mestiere che i ragazzi possano poi a loro volta trasmettere ad altri e che possa renderli indipendenti. L’utilizzo di scarti di mine e bombe è nato dalla voglia di far un uso diverso di questi oggetti, che hanno e continuano tutt’oggi a disseminare terrore tra la gente, trasformandoli in qualcosa di buono, di bello e prezioso non solo per chi ne acquista poi il prodotto finito, ma anche per chi, come i ragazzi, ci costruisce il proprio futuro”, racconta Igino Brian, fondatore e ideatore della scuola orafa di Phnom Penh. “Io vengo da un paese famoso per lo sbalzo dei metalli, quando ero bambina mi sono ustionata le mani e le braccia con la pece bollente che si usa per modellare gli stampi. Quando mi sono presentata alla scuola di Igino avevo paura che accorgendosi delle mie mani rovinate non mi avrebbe mai accolta. Per fortuna non è stato così, ho potuto lasciare il villaggio e quel mestiere che mi aveva rovinata e ora sono capace di creare gioielli”, racconta Vannà, 28 anni, allieva di Brian da 4 anni.

mine cambogia 2

Il materiale riciclato utilizzato nella scuola arriva dai distretti del nord ovest della Cambogia, dove squadre di militari, spesso addestrate dal CMAC, sono soliti intraprendere le attività di sminamento più massiccio. L’ottone dei bossoli dei proiettili dei fucili, i brandelli di mine e i proiettili stessi, sono tutti materiali utilizzati per la costruzione dei gioielli, combinati poi con seta, legno, plastica, e fibra di cocco. Molti dei ragazzi che hanno frequentato la scuola da dieci anni a questa parte, per periodi più o meno lunghi, hanno perso parenti o genitori nei terribili anni della dittatura comunista di Pol Pot e dei Khmer Rossi, dove quasi due milioni di cambogiani sono stati torturati in campi di lavoro e poi brutalmente uccisi, e negli anni di guerriglia che seguirono la caduta del regime. “Mi ricordo da bambino quando mia nonna ci diceva di non correre nelle risaie e nei campi fuori dal villaggio. Io e i miei fratelli non capivamo, eravamo curiosi e volevamo giocare”, dice Makara, 30 anni, orfano, il più grande di sette fratelli, costretto a lasciare casa per primo in cerca di un lavoro per poter sfamare la famiglia, o quel che ne restava. Makara, come tanti altri, non ha fortunatamente vissuto gli anni del genocidio (1975-79) ma ne vive ora la complessa e faticosa eredità, dalle centinaia di migliaia di mine ancora attive sottoterra, la povertà endemica e la corruzione del governo, agli sforzi per rialzarsi ed uscire dall’annichilimento fisico, culturale e sociale in cui il paese si è trovato all’indomani della caduta del regime dei Khmer Rossi. La scuola di Igino è l’esempio di come sia possibile ripartire, e reinventarsi, facendo i conti con il proprio passato, seppur drammatico, e servendosene per guardare al futuro e creare, come in questo caso, qualcosa di estremamente bello.

 

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