giovedì, Novembre 14

Cambiamento climatico: la guerra dei potenti sulla testa della Terra Il dibattito sul cambiamento climatico estremizzato tra sostenitori e oppositori del global warming, senza che vi sia stato un reale confronto scientifico. Dietro questa guerra si muovono dinamiche politiche ed economiche dei ‘pro’ e dei ‘contro’

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E’ più pericoloso il cambiamento climatico, il Global warming, o la guerra di disinformazione e strumentalizzazione che attorno ad esso si fa? E’ una domanda che urge porsi.

La meteorologia è una scienza affascinante e relativamente giovane. E’ anche una  scienza … in cammino. Ancora non si è riusciti a prevedere eventi meteorologici con largo anticipo, per esempio. Il perché è abbastanza intuitivo. I modelli, si basano sull’esperienza del passato e tracciano, rispetto alla media delle probabilità, la possibile evoluzione. La loro inaffidabilità nel lungo termine è dovuta dall’insieme di variabili, che ogni volta rendono diversi gli  eventi del passato da quelli del futuro.
Ora la questione meteorologica è tornata prepotentemente alla ribalta con il dibattito sul riscaldamento climatico globale.  Acclarato che dalle prime misurazioni di fine Ottocento la temperatura è aumentata -e le conseguenze sono davanti ai nostri occhi, in queste ore, per esempio, con gli incendi indomabili in California-, se ancora non si riesce a prevedere gli eventi meteo a una settimana, come si fa sostenere che la temperatura del pianeta certamente proseguirà, a condizioni invariate, ad aumentare? Possiamo fare una previsione, ma non possiamo darla per certa, per verità assoluta. Eppure, l’evoluzione del global warming e dei suoi catastrofici effetti vengono dati per certi, senza possibilità di dubbio.  

Oltre ciò, secondo i dati ufficiali, sappiamo qual’è il nostro contributo alle emissioni di gas serra e sappiamo anche quali sono i Paesi maggiormente coinvolti (Cina per un 27% e Usa per un 15%), stando alle statistiche di Our World in Data. Sappiamo, inoltre, quali sono le cento aziende che contribuiscono al 70% delle emissioni globali, secondo il CDP Carbon Majors Report del 2017. Sappiamo che l’aumento delle acque del mare (causa scioglimento dei ghiacciai) entro il 2050 (in pratica domani) minaccia di cancellare alcune delle grandi città costiere del mondo, a rischio 150 milioni di persone, il che, si sottolinea da parte dei vertici dell’intelligence, è un problema, «umanitario, di sicurezza e forse anche militare».

Dunque, se tutto è già chiaro, perché ci si muove così lentamente?
Quanto impiegherebbero, per esempio, i Paesi in via di sviluppo a riconvertire le proprie economie prima che la temperatura arrivi a un punto di non ritorno? Eppure ci si muove lentamente per invertire la rotta, posto che certamente l’inversione della rotta non è così semplice e dunque veloce come vorremmo.

Alcuni passi in avanti, però, si potrebbero fare, e fare subito.
Per esempio:  ieri è stata presentata la Proposta di Legge d’iniziativa popolare denominata ‘ALMENO IL 55%’, intesa a far assumere al Governo italiano l’obiettivo del 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030, come proposto per tutta la UE dalla neo-Presidente Ursula von der Leyen. Davvero il Parlamento italiano non poteva presentare una proposta in questa direzione? Se lo avesse fatto, se lo facesse, si eviterebbe lo sforzo immane della raccolta firme, i tempi si accelererebbero e certamente la PdL avrebbe migliori possibilità di essere intanto messa in calendario a breve per la discussione, e poi migliori possibilità di essere approvata. Perchè non si fa in un Parlamento nel quale siedono forze di Governo (PD e M5S) che da tempo hanno fatto della conversione ecologica del Paese una loro bandiera? Forse esistono lobby che lavorano in senso contrario?

Qualcosa non quadra? Forse. La verità, è che non c’è una verità definitiva sul cambiamento climatico. Il dibattito è stato estremizzato tra sostenitori e oppositori del global warming, senza che vi sia stato un reale confronto scientifico. E questo è il problema. 
Dietro questa guerra, che ha inquinato una ragionevole discussione, si muovono dinamiche politiche ed economicheL’esempio più calzante, ce lo danno gli Stati Uniti, dove i negazionisti del riscaldamento globale trovano il supporto della destra conservatrice e delle lobbies petrolifere.
Viceversa per quanto attiene i sostenitori del global warming. Si, viceversa, perché dietro all’attuale transizione verde, si mescolano, alle necessità obiettive di fronteggiare il cambiamento climatico, vecchie ideologie di sinistra (ormai radical chic), nuovi interessi economici (vedi elettrico-eolico-solare) e finanza.

Un rinnovamento economico globale, travestito da nuova ecologia, che, con la stessa logica del profitto, muta il proprio modello di business, traendo vantaggio dai sinceri appelli di Greta, deigretini’, degli scienziati.

Nulla di nuovo sotto il sole.  A tal proposito, vale forse la pena, per alcuni aspetti, dare un’occhiata a una video-conferenza ‘TED’, tenuta dal documentarista francese, Guillaume Pitron, dal titolo ‘Métaux rares: la face cachée de la transition énergétique’, sull’estrazione delle materie prime, necessarie alla produzione di cellulari, di pale eloliche e di pannelli solari.

Anche la finanza, fa la sua parte. Un’analisi di Simon Wilde, research fellow presso la London Imperial College Business School, dal titolo ‘Green finance? Why global banks are pledging billions to fight climate change’ (‘Finanza verde? Perché le banche mondiali impegnano miliardi per combattere il cambiamento climatico’, conferma il crescente afflusso di denaro pubblico e privato verso il finanziamento dell’economia sostenibile. Dati e modalità, confermate anche dal sito del World Economic Forum, in un recente articolo del presidente della Banca Europea degli Investimenti, Werner Hoyer, dal titolo ‘Without private finance, there will be no green transition. Here is what needs to happen

Insomma, una rivoluzione contro i potenti sponsorizzata dagli stessi potenti, o meglio, una guerra tra potenti signori dell’economia e della finanza che rischia di compromettere l’attività di studio dello stato di salute del nostro pianeta, predizione di quanto ne sarà nei prossimi decenni, e infine attuazione   delle azioni funzionali a mantenere in buona salute la sola casa che l’umanità ha. 

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