domenica, Novembre 17

Cambiamenti climatici: quando la comunicazione crea distanza Clima e rappresentazione mediatica: riflettiamoci insieme al Festival della Diplomazia

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Ormai sempre più spesso ci capita di accendere la tv e osservare attoniti immagini di qualche catastrofe naturale. Le Nazioni Unite ce lo hanno detto più volte, da ultimo, con il rapporto speciale di inizio Ottobre: il tempo stringe, la temperatura media globale sta crescendo più velocemente di quanto già previsto e l’Artico rischia di rimanere senza ghiaccio per tutta l’estate. Riscaldamento globale, catastrofi meteorologiche, la plastica che sta distruggendo i nostri mari; dobbiamo fare qualcosa, sembra chiaro. Si, ma ‘possiamo’?
Chi di noi non è rimasto emozionalmente colpito da fotogrammi di impatto, report shock e dati sparati a raffica e poi dimenticati, alzi la mano. Tutto questo fa riflettere per quei dieci minuti inevitabili ma, raramente, si innesta poi nel cittadino una vera e profonda preoccupazione di ciò che ci circonda, di ciò che siamo. Eh già, perché noi siamo ambiente.
Quell’ ambiente che però, forse, crediamo di non poter salvare perché è un problema ‘troppo grande’, un problema su cui non possiamo agire. Questa è la percezione, una percezione errata che consegue da una comunicazione errata.
Questo il tema al centro dell’incontro di oggi ‘Clima e Rappresentanza Mediatica’, uno degli interessanti eventi del Festival della Diplomazia che si terrà a Roma fino al 26 Ottobre. Questo è il primo di una serie di eventi dedicati all’ambiente, una delle macro aree di questo Festival pensata per sottolineare il tuo lo della diplomazia anche in questo ambito, una diplomazia sempre più poliedrica e che, proprio per questo, necessita di esperti qualificati che operino al suo fianco. Tra gli esperti di questa mattina, il noto documentarista, nonché ambasciatore del Quebec per i cambiamenti climatici, Jean Lemire e l’architetto Maria Cristina Finucci.
La comunicazione, lo sappiamo tutti, ha un ruolo cruciale poiché incide sul l’opinione che tutti noi ci facciamo di un dato argomento, come appunto succede per il clima. Ma attraverso i media cosa passa? Le catastrofi. Pensiamoci bene: le immagini sensazionalistiche hanno su di noi un immediato e forte impatto emotivo ma siamo sicuri che, grazie a queste, siamo davvero resi consci di quanto ci circonda? Temo che ognuno di voi propenda per il no o, per lo meno, abbia un qualche dubbio. Dovremmo innanzitutto premettere che una cosa sono le catastrofi naturali che passano in televisione, altra cosa sono i cambiamenti climatici, come precisa Giorgio Bartolomucci Segretario Generale del Festival.
Le catastrofi naturali, infatti, sono qualcosa di immediatamente percepibile, al contrario dei cambiamenti climatici che riusciamo a percepire davvero solo dopo anni. Il collegamento tra i due è ovvio ma dobbiamo prestare una dovuta attenzione perché gli effetti dei cambiamenti climatici sono percepibili soltanto dopo anni. Jean Lemire ha documentato personalmente cosa sta accadendo nell’Artico e Nell’Antartico. “Comprammo la Sedna 4, una grande nave nel 2002; l’Artico era completamente avvolto dal ghiaccio. Lo attraversammo tramite la rotta del Nord; una continua battaglia”, racconta. “Siamo stati la settima barca al mondo mai riuscita ad attraversare gli oceani da Est a Ovest. Tredici anni dopo siamo tornati”.
Il periodo era lo stesso, la zona anche, ma il resto era tutta un’altra cosa.
Del ghiaccio non c’è più traccia. Questo, certo, dimostra i cambiamenti climatici ma questi non sono tutti uguali. “Basti pensare che il nostro innalzamento delle temperature è di 3 gradi celsius ogni 100 anni mentre quello dell’Artico, dove già partiamo da una temperatura più bassa, è di 6-8 gradi”, riporta Lemire. Il documentarista ha esplorato poi anche l’Antartico – in una spedizione di ben 430 giorni”- per capire se la situazione fosse ugualmente preoccupante; “siamo rimasti per mesi e mesi lì aspettando il ghiaccio che non arrivava, c’era solo pioggia”. Disattese le aspettative, il fatidico ghiaccio è arrivato ad Agosto con ben cinque mesi di ritardo. “ Questo ha avuto un impatto anche sugli animali che, ovviamente, invece di lasciare il posto, sono rimasti lì con noi”, racconta.
Jean Lemire con i suoi documentari ha raccontato il mondo intero e anche le isole di plastica. E di plastica si occupa l’architetto Maria Cristina Finucci, ideatrice del Garbage Patch State, un progetto ed un vero e proprio Stato di 16 milioni di chilometri quadrati nato per sensibilizzare e far capire che con l’arte si può combattere un enorme problema come questo. “Lo Stato è formato da cinque isole dove una serie di correnti toccano le coste formando una spirale e i detriti di plastica di compattano”, spiega la Finucci. Questo processo dura circa 4,5 anni, un periodo in cui le bottiglie, ad esempio, si sminuzzano e ciò che ne rimane, è solamente una “zuppa”. Molecole, nulla di più: il 90% di tutta la plastica non si vede perché è sotto. “Così il problema diventa invisibile”.
Il Garbage Patch State è il secondo Stato più vasto al mondo dopo la Russia; Maria Cristina Finucci ha creato 10 istallazioni in giro per il mondo, un’Ambasciata, ha firmato l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e fatto un censimento per migliaia di oggetti che potrebbero finire nel mare rendendo partecipi cittadini e giovani universitari.
Ma perché, quindi, i media non si concentrano sulla questione reale? “Ci sono tante ragioni per cui stiamo perdendo tempo senza ottenere risultati”, dice Lemire. “Il modo in cui i media affrontano il problema del cambiamento climatico crea distanza con il problema stesso”. In tal modo la conseguenza è che così le persone pensano che questa sia una questione così grande da non potervi in alcun modo influire. La comunicazione, insomma, crea distanza, una distanza pericolosa. “Con i miei documentari ho voluto far vedere la bellezza del mondo pensando che se si vede la bellezza poi viene la voglia di proteggerla”.
Anche Maria Cristina Finucci ha voluto approcciare il problema in modo diverso per lo stesso motivo; “quando ho iniziato l’opera l’ho fatto in maniera giocosa perché abbiamo sempre a che fare con le solite immagini”. Basti pensare che il 40% delle immagini che passano in tv sono immagini di catastrofi meteorologiche; questo ci fa capire come sia scorretta la comunicazione che subiamo. “Dobbiamo renderci conto che l’ambiente è tutto”, dice Lemire, “e speriamo che un giorno i politici potranno avere una visione capace di andare oltre il proprio mandato”.
Se vogliamo risultati, dobbiamo poter cambiare la nostra percezione. Certo, il problema non è solo nostro, è qualcosa che ci riguarda tutti ma forse è ora di capire che il cambiamento è possibile e che noi una influenza su tutto questo ce l’abbiamo eccome.

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