lunedì, Ottobre 21

Cambiamenti climatici: ignoranza popolare? Colpa dei giornalisti! Conoscere la crisi climatica per deliberare politiche, ma i giornalisti sono d'aiuto o d'intralcio? Risponde Val Amiel Vestil, Young Leader EDD 2019

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Per le strade, la società civile rivendica diritti e ‘pace climatica’ nei F4F (Fridays For Future). I giovani, i cittadini portano avanti una lotta pacifica, spesso tacciata di complotto o di interessi nascosti. Una lotta pacifica contro un cambiamento che promette morte e distruzione.

Il Pentagono era stato chiaro già nel 2004: «Il cambiamento climatico sarà responsabile di guerre e disastri naturali – costerà milioni di vite umane». Quell’avviso segreto, pubblicato da The Guardian’, era indirizzato all’allora Presidente USA, George W. Bush. E non possiamo dire che, 15 anni dopo, il nuovo inquilino della Casa Bianca abbia recepito il messaggio.

Ma se Donald Trump fa orecchie da mercante per favorire l’economia e l’industria, i cittadini del mondo si sono mobilitati in massa? Qualunque sia la risposta, siamo lontani da una qualsiasi rivoluzione green. E, allora, di chi è la colpa? dei politici o dei cittadini? oppure, potrebbe essere tutta colpa dei giornalisti!

E forse sì, una fetta della responsabilità è anche loro (nostra, insomma). La colpa di questa ‘negligenza climatica’ di cittadini e politici è, anche, dei giornalisti. La divulgazione a favore dell’ambiente e del clima non è sufficiente a livello mondiale, e anche quando le testate si sforzano a lanciare un pezzo ‘green’ spesso non è così efficace a spiegare la gravità della situazione. Negli USA, riportaMediaMatters’, quando si è parlato degli uragani (anomali) che hanno messo in ginocchio il Paese, nel 2018, non si è nemmeno menzionato il cambiamento climatico.

Le principali testate italiane, La Repubblica’ e Corriere della Sera’, si occupano di cambiamenti climatici o di riscaldamento globale molto meno rispetto ai colleghi europei. Secondo i dati studiati dal CIRES (Center for Science and Technology Policy Research), non reggiamo il confronto con la copertura mediatica di The Guardiane The Times, di gran lunga maggiore anche di tutte le altre principali testate europee – tra cui Le Monde’, El Paìs’ e Die Tageszeitung’. E sia chiaro a tutti che il giornale tedesco Die Tageszeitungè palesemente della sinistra verde e molto vicino alla sensibilità dei Grünen, che alle ultime europee hanno fatto il pieno di voti in Germania.

Nel grafico di CIRES si evince che i media europei si sono occupati in massa della crisi climatica nel dicembre 2009, quando a Copenhagen andava in scena la Conferenza sui cambiamenti climatici, e nel dicembre 2015, quando a Parigi gli Stati di tutto il mondo sottoscrivevano un Accordo per salvare il pianeta – anche se tutti ben sapevano non sarebbe comunque bastato.

Insomma, i media europei non stanno portando avanti un programma di informazione ambientaleslegato dalla cronaca, anzi sembrano affidarsi principalmente ai click ‘di giornata’, quelli legati a cosa succede quello stesso giorno. E chissà se il recente aumento di attenzione mediatica non sia solo dovuto alla popolarità delle manifestazioni di piazza guidate da Greta Thunberg, e non ad una presa di posizione consapevole, chissà…

Nel mondo, invece, chi se ne occupa di più sono Oceania e Asia, seguite da Europa e America del Nord. Due regioni dilaniate dai disastri naturali, seguite da due regioni dove la democrazia – tra alti e bassi – permette un’informazione libera.

Infatti, i disastri naturali colpiscono maggiormente Filippine, Cina e India. Nel 2018, 10 milioni e 239 mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case per scappare da disastri naturali, riporta IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre): più di 10 milioni di migranti climatici, che il diritto internazionale nemmeno riconosce e protegge.

Gli Stati Uniti di Trump, invece, sono quarti: 1 milione e 247 mila profughi climatici. Ma, trascurando l’eccezione americana, i Paesi più esposti ai disastri ambientali, che negli ultimi decenni sono aumentati di frequenza, sono concentrati principalmente tra l’Asia e l’Oceania. Un’area vastissima tra mille mari e mille correnti. Una zona ad alto rischio tra mille minacce ambientali e mille tifoni. Come si legge sul The Guardian’, una regione dove alcuni Paesi occidentali – come Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Australia, Giappone, Francia e Canada – scaricano i loro rifiuti di plastica contaminati o irrecuperabili. Una regione legata all’economia reale, alla pesca, all’agricoltura e a quello che mare e terra offrono.

Una zona di forti disuguaglianze dove qualcuno, però, non si è mai arreso e non ha intenzione di arrendersi. Stiamo parlando di Val Amiel Vestil, giovane filippino, che parteciperà come Young Leader al più grande evento sullo sviluppo sostenibile e l’inclusione sociale in Europa, alle EDD 2019 (Giornate dello Sviluppo). Un ragazzo che ha messo in piedi la AYEJ (Association of Young Environmental Journalists), un gruppo di giovani giornalisti under 35 che informa la società filippina dei rischi ambientali e cerca di coinvolgerla nel cercare soluzioni comuni. Un ragazzo che abbiamo voluto intervistare per vedere il mondo e la crisi climatica lontano dal ‘piedistallo’ dei Paesi occidentali.

 

Il cambiamento climatico è già tra noi o i suoi veri effetti li vedranno i nostri figli?

Non serve chiedersi cosa capiterà un domani: la crisi climatica e i suoi tremendi effetti stanno già bussando alla nostra porta. Le isole vengono sommerse, la flora e la fauna si stanno già estinguendo, l’instabilità climatica sta mettendo in ginocchio molte regioni del mondo, i tifoni diventano sempre più potenti, la produttività lavorativa diminuisce per l’aumento delle temperature. La crisi climatica ha già gravissime ripercussioni economiche e sociali – non dobbiamo aspettare domani per accorgercene.

La Commissione Europea ti riconosce come Young Leader per il tuo impegno giornalistico contro il cambiamento climatico: come hai mosso i primi passi?

Ho iniziato con un’analisi sulla copertura mediatica delle problematiche ambientali da parte dei media filippini. In due settimane, molto meno di un quarto delle notizie riportate trattavano di clima o ambiente. I media hanno la potenzialità di informare la società e, soprattutto, i decisori politici. Se i media ignorano i cambiamenti climatici, la società rischia di trascurare totalmente questa minaccia. Abbiamo disperato bisogno di sensibilizzare la società per incentivare l’innovazione e azioni a favore della protezione ambientale.

E cosa hai concluso nelle tue ricerche e nei tuoi studi?

Ho rintracciato la causa della scarsa copertura mediatica: la mancanza di giornalisti formati ed esperti nel scrivere della crisi climatica. Per questo motivo nasce il nostro progetto, Camp SEWI. Un’iniziativa riferita agli studenti universitari di Dumaguete City, gestita da giovani, con l’obiettivo di alimentare il dialogo sull’ambiente e allargare la copertura mediatica. La crisi climatica può essere contrastata dando ai giovani i giusti strumenti giornalistici per comunicare con efficacia la minaccia ambientale.

Insomma, vivi nel Sudest asiatico, una delle regioni più a rischio per via della crisi climatica: tempeste, uragani, siccità, inquinamento dell’acqua, … come vivi tutto questo?

Il cambiamento climatico moltiplica le molte (e già preoccupanti) disuguaglianze presenti in regioni come la mia – aumenta la vulnerabilità delle persone già a rischio e marginalizzate. Nella regione Negros – dove vivo e studio – il 60 per cento della popolazione vive sulla costa ricorrendo alla pesca o a quello che il mare offre. I cambiamenti climatici modificheranno drasticamente le linee costiere per l’innalzamento delle acque, oltre a danneggiare, già ora, la biodiversità marina e la qualità dell’acqua. La popolazione della mia regione, come quella di molte altre, rischia di non poter più sopravvivere un domani.

Tutto questo, con quali conseguenze?

Se si mettono a rischio i mezzi di sopravvivenza delle persone ai margini, l’umanità si macchia di ingiustizia sociale. Le disuguaglianze aumentano specialmente tra gli strati più poveri, vulnerabili e meno resistenti a questo tipo di cambiamenti. Non si può parlare di attivismo e impegno ecologico senza includere l’aspetto più sociale ed umano della questione. La pessima gestione ambientale rischia di investire e travolgere molte vite – talmente tante da complicare la comprensione dell’immenso rischio che abbiamo di fronte.

Le istituzioni UE hanno mosso i primi passi per il riconoscimento giuridico dei migranti climatici a livello internazionale: cosa pensi di questo tipo di migrazione?

Le migrazioni forzate (e non volontarie) rappresentano una sfida immensa. I cambiamenti climatici avranno effetti molto più evidenti e drastici nei Paesi in via di sviluppo, soprattutto tra le economie più vulnerabili all’aumento delle temperature. Mi riferisco a quelle regioni che dipendono dalla pesca, dall’agricoltura o dalle foreste – tutte attività che sono messe a rischio dall’attuale crisi climatica. In generale, gli animali e le piante o si adattano a questi cambiamenti o muoiono, oppure si spostano. Stessa sorte spetterà agli uomini, specie a quelli meno fortunati e meno protetti che dovranno migrare verso ecosistemi ancora un minimo integri, che dovranno scappare dalla povertà e dalla penuria di risorse – evento che già si registra in molte regioni del mondo.

Quindi, chi dovrebbe pensare ad una soluzione?

La crisi climatica non può più essere limitata solo ad alcune porzioni geografiche: il problema è globale, riguarda tutti. Tutti gli Stati sono responsabili per gli Stati limitrofi – ma anche per quelli più distanti – e questo è un bel rospo da ingoiare. Problemi comuni, però, portano a soluzioni comuni: la cooperazione internazionale può fare la differenza, ma solo se si dimostra la giusta volontà politica e diplomatica.

E, allora, cosa dobbiamo aspettarci dai politici?

I politici devono smettere di posticipare la discussione e l’attuazione di politiche eco-sostenibili a favore del pianeta. La crisi climatica si risolve con la volontà politica, non procrastinando. Tassare il ricorso al carbon fossile è cruciale, ma anche incentivare economicamente la transizione verso fonti energetiche rinnovabili, oltre che la loro produzione e il loro consumo.

E noi cittadini?

La società civile, intanto, deve fare pressione, deve farsi sentire e far capire ai decisori politici cosa vuole e cosa è giusto per l’umanità e per il pianeta. La salute delle persone dipende da quella del pianeta. La sicurezza e il benessere della vita acquatica e della vita terrestre non possono essere salvate se ignoriamo il problema e lasciamo aumentare eccessivamente la temperatura globale. Tutto questo lo decidiamo noi, che sia in modo diretto o indiretto: sta a noi decidere e agire, oppure non fare niente e lasciare morire il pianeta.

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