giovedì, Marzo 21

Calenda fa un ‘manifesto’, gli altri giocano duro e vincono Il contenuto del ‘manifesto’ appare un discorso scontato con il quale, secondo gli analisti di flussi elettorali, non si va da nessuna parte

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Dunque: «Partiamo. L’Italia e l’Europa sono più forti di chi le vuole deboli». E’ la parola d’ordine che suggerisce l’ex Ministro Carlo Calenda, per le prossime elezioni europee. Un ‘manifesto politico’, per una lista unitaria delle forze europeiste, in chiave anti-sovranista. Un ‘tutti insieme appassionatamente’ contro gli spettri (i Matteo Salvini, le Marine Le Pen, i Viktor Orban, i Nigel Farage), che si aggirano per l’Europa. E come no? Un manifesto con molte lodevoli intenzioni. Si può dissentire da chi dice che l’Italia «è un grande Paese fondatore dell’Unione Europea, protagonista dell’evoluzione di questo progetto nell’arco di più di 60 anni. E protagonisti dobbiamo rimanere fino al conseguimento degli Stati Uniti d’Europa, per quanto distante questo traguardo possa oggi apparire. Il nostro ruolo nel mondo, la nostra sicurezza, economica e politica, dipendono dall’esito di questo processo»?.
Indiscutibile anche il fatto che l’obiettivo non può essere «conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni».

Con tutto il rispetto che si deve a chiunque, e non solo a Calenda, non si aveva necessità di unmanifesto’, per sapere che si vive un tempo che deve affrontare «tre sfide cruciali: il radicale cambiamento del lavoro, e dunque dei rapporti economici e sociali, a causa di un’ulteriore accelerazione dell’innovazione tecnologica; il rischio ambientale e la necessaria costruzione di un modello di sviluppo legato alla sostenibilità; uno scenario internazionale più pericoloso e conflittuale». Nel piccolo del nostro piccolo, anche senza manifesto, ci si era arrivati da un po’ a capire che «le forze da mobilitare per la costruzione della nuova Europa sono quelle del progresso, delle competenze, della cultura, della scienza, del volontariato, del lavoro e della produzione».
Ancora con rispetto, il contenuto del manifestoappare un discorso che avrebbe potuto benissimo fare il maresciallo Jacques de Chabannes de La Palice. Conforta, questa affermazione, il fatto che immediate siano state le adesioni: dall’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti, a Maurizio Martina («ci sono!»); da Paolo Gentiloni («Strada giusta per fermare il nazional populismo»), a Nicola Zingaretti («Utilissimo contributo alla ricostruzione di un campo largo di forze diverse che si impegnano per rifondare e difendere l’Europa»).
Tutti, nessuno escluso: accorrono festosi e festanti Roberto Giachetti: «Condivido da tempo con Calenda l’idea di mettere insieme quelli che vogliono una nuova Europa contro i populisti»; con un ‘codicillo’: «Prima di scegliere la formula con la quale partecipare alle Europee dobbiamo decidere qual è la nostra proposta e con chi realizzarla». Hai detto un prospero!, dicono a Roma. Debora Serracchiani se la cava con una sorta di atto di fede: «Aderisco perché credo fermamente nelle istituzioni europee». Piero Fassino, apprezza: «Una buona e utile piattaforma per costruire un campo vasto e unitario di forze progressiste e europeiste e per fare argine alle derive populiste e nazionaliste».

Firmano in tanti, si fa prima a dire chi non c’è… Conviene occuparsi più del manifesto, che dei suoi firmatari. Dunque: «Siamo europei. Il destino dell’Europa è il destino dell’Italia». Ancora: «L’Unione è dunque un grande conseguimento della storia, ma come ogni costruzione umana è reversibile se non si è pronti a combattere per difenderla e farla progredire. I cittadini europei sono oggi chiamati a questo compito». Si fotografa poi la situazione: «L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente».
La preoccupazione: «Per la prima volta dal dopoguerra esiste il rischio concreto di un’involuzione democratica nel cuore dell’Occidente. La battaglia per la democrazia è iniziata, si giocherà in Europa, e gli esiti non sono affatto scontati».
Cosa occorre fare: «L’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni».
Come uscirne? «Le forze da mobilitare per la costruzione della nuova Europa sono quelle del progresso, delle competenze, della cultura, della scienza, del volontariato, del lavoro e della produzione».

Si ammetterà: siamo nell’ovvio, nel banale, nello scontato. Ma si prosegua pure nella lettura: «Per il nostro Paese la permanenza in Europa è condizione essenziale per non distruggere le conquiste di tre generazioni di italiani. Fuori dall’Europa e dall’euro ci sono la povertà e l’irrilevanza internazionale. Per rimanere in Europa non bastano tuttavia dichiarazioni di intenti, servono politiche per la crescita e lo sviluppo sociale capaci di ridurre il divario, significativamente aumentato negli ultimi trent’anni, con gli altri grandi paesi dell’Unione. Se così non sarà, la nostra permanenza nell’euro e nell’UE diverrà insostenibile. Stiamo pagando le conseguenze di un lungo periodo in cui abbiamo investito meno e speso peggio degli altri paesi europei. La responsabilità di questi errori è interamente nostra».
Ancora un qualcosa che si legge ogni giorno, che dicono in tanti: «… Investimenti, industria, infrastrutture, scuola, università, ricerca e lavoro sono scomparsi dall’agenda di Governo e dalla legge di bilancio. I giovani per primi pagheranno il conto degli errori commessi. Intanto lo spettro di una nuova recessione si sta affacciando in Italia, mentre le prospettive dell’intera economia mondiale sono più incerte. Il nostro Paese non è più in sicurezza».

Meglio saltare alcuni paragrafi che sono null’altro che la ripetizione di preoccupazioni e inquietudini che da tempo, tanti esprimono. La pars destruens è nota. Più proficuo cercare la pars costrues. Dovrebbe essere «una risposta straordinaria, unitaria -ma coerentemente limitata a chi non cerca alleanze nazionali con i partiti di governo- che vada oltre le forze oggi in campo».
Bene. In concreto? E’ «necessario costruire alle prossime elezioni europee una lista unitaria delle forze civiche e politiche europeiste. La sfida sarà vinta solo se riusciremo a coinvolgere i cittadini, le associazioni, le liste civiche, il mondo del lavoro, della produzione, delle professioni, del volontariato, della cultura e della scienza, aprendo le liste elettorali a loro qualificati rappresentanti».
Ottimo. Cosa significa? «Non si chiede ai movimenti che vorranno partecipare di scomparire, ma di partecipare a uno sforzo più ampio. Non si chiede di nascondere identità o simboli che sono stati costruiti con fatica e impegno, ma di schierarli dietro una bandiera che possa rappresentare chi ha perso fiducia nei confronti delle singole sigle politiche ma non nel progetto europeo».

All’elettore, al cittadino, in soldoni, cosa si chiede, cosa si offre? «Le priorità per una Europa nuova, che offriamo alla discussione e al dibattito, sono: Gestire le trasformazioni: investire e proteggere. Al centro dei piani per una nuova Europa va messo unNew Dealper l’uomo nell’era digitale. Non esiste un’equa distribuzione della ricchezza senza un’equa distribuzione della conoscenza. Va quindi combattuto senza quartiere l’analfabetismo funzionale, che sta minando le democrazie persino più delle diseguaglianze economiche, destinando una quota più rilevante dei fondi strutturali all’istruzione, alla formazione e alla cultura. La gestione delle conseguenze dalla globalizzazione e dall’innovazione non può essere più lasciata interamente al mercato. Dovranno essere finanziati a livello europeo strumenti per la formazione permanente dei lavoratori. E’ urgente e indispensabile la fondazione di un nuovo sistema di welfare 4.0 che comprenda il sussidio di disoccupazione europeo proposto dall’Italia. Laddove esistono alti tassi di conoscenza diffusa e un welfare efficace il populismo non attecchisce. Andranno eliminate inoltre le distorsioni provocate dal dumping fiscale, sociale e ambientale interno ed esterno all’Unione, attraverso accordi commerciali più stringenti e una “corporate tax” armonizzata per i paesi dell’Unione. Deve essere finalmente varata una incisiva politica industriale comune che supporti gli investimenti produttivi tecnologici e scientifici».
Fantastico. Poi? «Insieme più forti nel mondo. Difesa, sicurezza, controllo delle frontiere e immigrazione devono diventare politiche comuni. Dobbiamo iniziare il percorso per costruire un esercito europeo e unificare i bilanci della difesa degli Stati membri. Prioritario è implementare per intero ilMigration Compact’: il piano presentato dall’Italia per aiutare i Paesi di origine e transito dei migranti nella gestione dei flussi, nell’assistenza umanitaria e nei rimpatri. Il controllo dei confini comuni, marittimi e terrestri, deve diventare un compito delle agenzie comunitarie. La gestione ordinata e condivisa dei flussi migratori è la premessa per superare il Trattato di Dublino e organizzare un sistema di accoglienza e integrazione comune».

Non manca poi «Meno deficit più bilancio europeo», «Dal capitale economico al capitale sociale», «Conseguire una leadership scientifica europea», «Un ‘gruppo di Roma’ per rifondare l’Europa». Ecco che, consapevoli del momento storico, i firmatari di questo appello si mobilitano «per sostenere uno schieramento unitario delle forze europeiste, ognuno secondo le proprie competenze e le proprie possibilità».

Dubbioso per vocazione e istinto, chi scrive ha voluto sottoporre questo appello-piattaforma politica ad alcuni analisti di flussi elettorali e studiosi degli umori di quella che s’usa definirepubblica opinione’. Scuotimenti di testa e sorrisi di compatimento. Così non si va da nessuna parte, l’unanime responso; e previsione unanime che le purrozze’, semplicistiche parole d’ordine del leader della Lega riscuoteranno consenso e successo. Gli appelli ‘per la gente che piace’ lasciano il tempo che trovano, rispetto ai ‘messaggi’ di pancia indirizzati a un elettorato impaurito e confuso, comunque impaziente e scontento.

Matto Salvini (in minor misura Luigi Di Maio e i Cinque Stelle) praticano da qualche tempo una campagna elettorale per molti versi inedita. Al Governo insieme, ‘soci’ firmatari di un ‘contratto’, giorno dopo giorno si rinfacciano le differenze e le diversità. Che ci sono, e nessuno si dà pena di negarle. E’ il loro modo di rispondere ad elettorati che hanno aspettative e pongono domande diverse. Nel loro orizzonte problemi e questioni enormi: le banche; la recessione/stagnazione; l’occupazione; l’immigrazione; la giustizia. Salvini deve smarcarsi da Di Maio, e viceversa. Entrambi sono ‘uniti nell’individuazione del nemico esterno: Bruxelles, l’Unione Europea, la Germania, la Banca Europea. Non sono scatti umorali gli attacchi e le polemiche di Salvini e di Giancarlo Giorgetti a Mario Draghi; non è una voce dal sen fuggita, quella del Sottosegretario alla presidenza del Consiglio che dice: «Abbiamo un problema Carige e tra qualche settimana lo avremo su Monte dei Paschi». E’ l’antipasto dell’affondo salviniano di qualche giorno dopo: l’individuazione del responsabile, del ‘nemico’ dell’Italia: ‘l’atteggiamento prevaricatore della Bce’.
Non casuale neppure il sarcasmo di un Luigi Di Maio nei confronti di Junker che ammette ‘l’austerità avventata’ imposta negli anni passati: «lacrime di coccodrillo che non mi commuovono. Juncker e tutti i suoi accoliti hanno devastato la vita di migliaia di famiglie contagli folli mentre buttavano i miliardo di euro l`anno in sprechi come il doppio Parlamento di Strasburgo».
Lega e N5S sparano queste bordate, molte altre ne spareranno, e centreranno i loro obiettivi. Altro che i manifesti con le buone intenzioni di Calenda e la frotta di firmatari più o meno vipparoli. Quelli menano fendenti, azzoppano, giocano duro e pesante. Questi elaborano educate e fumose dichiarazioni d’intenti. L’esito della partita è scontato.

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