giovedì, Ottobre 22

Calano i reati, cresce la paura

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Si intitola ‘Governing Through Crime’, con un non meno significativo sottotitolo: ‘How the War on Crime Transformed American Democracy and Created a Culture of Fear’: è un poderoso saggio di qualche anno fa, del professor Jonathan Simon, docente presso la Boalt Hall Scholl of Law dell’università californiana di Berkeley; sviluppa un interessante ragionamento a partire da un interrogativo: ‘Come e quando è avvenuto che la nostra quotidianità divenisse preda della paura, e che ciascuno di noi iniziasse a percepire la stretta di un controllo sempre più opprimente, quasi fossimo tutti potenziali criminali?’.

Per quel che riguarda gli Stati Uniti d’America Simon rintraccia le origini di questa “svolta” nella disgregazione, alla fine degli anni Sessanta del secolo passato, della maggioranza democratica che aveva sostenuto il modello del New Deal, quando il crollo della fiducia nelle politiche di governo basate sulla competenza tecnica spinse i leader politici a ricercare nuove forme di governance.

«La guerra alla criminalità», rappresenta allora «una facile soluzione ai problemi: permetteva di ridefinire i programmi politici nei termini di una efficace prospettiva sicuritaria. In questo scenario», sostiene Simon, «l’identificazione della vittima di azioni criminali con il cittadino comune, per sua natura inerme e vulnerabile, ha aperto la strada a interventi sempre più ingombranti e punitivi da parte dello Stato».

Solo negli Stati Uniti d’America, questo “governo della paura”? L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza informa (dati che si fermano al mese di febbraio) che in Italia si verifica un fenomeno curioso che merita riflessione: nel complesso le televisioni italiane (pubblica e private), si occupano di criminalità il doppio di quello che fanno i colleghi tedeschi e francesi; e un terzo più dei britannici. Più dell’Italia solo la Spagna: «La componente dell’insicurezza derivante dalla rappresentazione della criminalità è un dato strutturale che caratterizzata l’informazione televisiva italiana».

Le vicende legate alla criminalità, per quel che riguarda le nostre televisioni, costituiscono mediamente la seconda/terza voce dell’agenda tematica complessiva dei notiziari. Si dirà: forse in Italia (e Spagna), a differenza che negli altri paesi d’Europa, si delinque di più, e dunque di più se ne parla? Peccato che proprio il ministro dell’Interno Marco Minniti, nella conferenza stampa di consuntivo che tradizionalmente si tiene il 15 d’agosto, abbia comunicato che i reati, in Italia, sono in costante diminuzione: meno omicidi, meno furti, meno tutto. Insomma da una parte la situazione reale; dall’altra quella percepita (e che viene fatta percepire). Però i dati diffusi dal Viminale dicono che i reati denunciati sono complessivamente calati del 12 per cento; gli omicidi del 15 per cento (da 245 a 208, record storico); diminuiti  anche gli omicidi specifici, come quelli nei confronti di donne. Calano le rapine, i furti: sono sempre tante, 17 mila rapine; l’anno prima erano 19mila; e per quel che riguarda i furti: da 783mila si è scesi a 702mila.

Pensate: perfino gli incidenti stradali sono diminuiti… Si legge nel rapporto del citato Osservatorio Europeo: «Cresce il timore verso gli immigrati. Il 78 per cento degli intervistati continua a ritenere che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni fa, tuttavia fa osservare 3 punti in meno del 2016 e 10 rispetto al 2007». Dunque per governare meglio si alimenta la paura? E senza andare a ipotizzare progetti mefistofelici da parte di chi detiene il potere, c’è o no un legame tra i timori dell’opinione pubblica e il modo che hanno i media di raccontarli?

“Telegrammi”, prima di finire, dal pianeta carcere:

Genova, carcere di Marassi: è allarme zecche, e un detenuto è risultato affetto da Tbc.

   Barcellona Pozzo di Gotto: un detenuto di 38 anni si è suicidato.

Busto Arsizio: il direttore del carcere denuncia: “A fronte di 300 posti ospitiamo 420 detenuti”.

Bologna: al carcere della Dozza un detenuto su tre è tossicodipendente.

Pisa: un detenuto di 34 anni tenta di suicidarsi in cella, salvato dalla Polizia Penitenziaria.

Padova: per il troppo caldo un detenuto finisce in ospedale colpito da una sincope.

Como: un detenuto di 25 anni si toglie la vita. E’ il secondo, dall’inizio dell’anno. Prima di lui, il 5 gennaio, a togliersi la vita è stata una donna somala di 37 anni. Sarebbe tornata libera a luglio di quest’anno, evidentemente non è riuscita a reggere i pochi mesi che la separavano dalla liberazione. O forse proprio la nessuna prospettiva, una volta uscita dal carcere è stata la causa del suicidio… Nel carcere di Como, ad ogni modo, c’è il record del sovraffollamento rispetto al resto delle carceri lombarde: 405 detenuti reclusi in una struttura che potrebbe contenerne massimo 221, l’83 per cento in più. A questo si aggiunge oltre un centinaio di detenuti sono malati o con problemi psichiatrici, oltre la metà sono in transito e solo 35 lavorano, mentre a sorvegliargli secondo le stime dei sindacati di polizia ci sono 294 agenti penitenziari in meno di quelli che servirebbero.

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