domenica, Ottobre 25

Calano gli aiuti internazionali allo sviluppo. 10 milioni di persone restano senza cure mediche La denuncia di Oxfam: “Solo cinque Paesi al mondo hanno mantenuto gli impegni presi”. Ne parliamo con Francesco Petrelli, Responsabile delle relazioni istituzionali di Oxfam Italia

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146,6 miliardi di dollari. La cifra globale che i 29 Paesi più ricchi al mondo hanno devoluto alla cooperazione e allo sviluppo dei Paesi più poveri nel 2017. Un numero in discesa rispetto al 2016 quando i miliardi indirizzati ai Paesi più bisognosi erano 147,47. E’ il quadro che emerge dai dati pubblicati dal Comitato di Aiuto allo Sviluppo dell’OCSE.

Nel 2017, i Paesi donatori hanno speso lo 0,6% in meno rispetto all’anno precedente nell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Destinando appena lo 0,31% del loro reddito nazionale agli aiuti internazionali. Un calo rispetto allo 0,32% registrato nel 2016 e ben lontano dallo 0,70% programmato nel 1970, e confermato nel 2015.

Ma cosa significano questi numeri? Come vanno contestualizzati? E soprattutto quanto e come peseranno sul futuro e sullo sviluppo dei 47 Paesi più poveri al mondo?

“Il comitato di Aiuto allo Sviluppo dell’OCSE o DAC – Developmente Assistence Committee – è un ente che si occupa di cooperazione internazionale e aiuto pubblico allo sviluppo” ci spiega Francesco Petrelli Responsabile delle relazioni istituzionali di Oxfam Italia “E’ una sorta di club dei principali Paesi donatori, i tradizionali Paesi industrializzati a cui si sono aggiunti nuovi soggetti, che non fanno parte necessariamente dell’OCSE, ma sono donatori.”

Le attività e le politiche che rientrano nella definizione di ‘Aiuto Pubblico allo Sviluppo’ data dall’OCSE sono molteplici: “L’aiuto pubblico allo sviluppo – o APS – serve a realizzare progetti, programmi e attività di cooperazione internazionale che hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita, la crescita e lo sviluppo dei Paesi più arretrati.” Prosegue Petrelli “Uno degli obiettivi principali è di intervenire in maniera diretta nei Paesi più poveri quelli classificati come ‘LDC’ – Less developed Country – che sono i 47 Paesi agli ultimi posti delle classifiche dello sviluppo. Promuovere lo sviluppo in questi Paesi significa fare lotta alla povertà attraverso l’aiuto pubblico e soprattutto l’orientamento solidaristico, stanziando fondi che vengono elargiti a dono – e non a credito – ai Paesi più poveri.” Una missione messa nero su bianco nei 17 obiettivi dell’ ‘Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile’ approvata nel 2015 dalle Nazioni Unite, nel quale viene riconfermato per il 2030, l’obiettivo dello 0,70% di donazioni rispetto al Reddito Nazionale Lordo:   “Raggiungere i 17 obiettivi dell’Agenda sviluppo 2030, rappresenta una novità per 2 ragioni. In primo luogo perché propone uno sviluppo integrato di tutti i fattori in base a 3 pilastri: economico, sociale e ambientale, a cui va ad aggiungersi quello relativo alla good governance, cioè alla democratizzazione dei Paesi in cui ci sono Governi dispotici e autoritari. Tutte le politiche di cooperazione e sviluppo internazionale, negli ultimi anni, si orientano in questa direzione. In secondo luogo perché l’Agenda sostiene che lo Sviluppo sostenibile riguarda tutti i paesi. Esce quindi dal classico schema donatore – ricevente. La lotta alla povertà e il rispetto dell’ambiente dipendono anche e soprattutto dal comportamento in casa dei Paesi industrializzaticonclude Petrelli.

Solo cinque Paesi – Svezia, Norvegia, Regno Unito, Lussemburgo e Danimarca – lo scorso anno sono riuscite a superare la soglia dello 0,70%. Gli altri Paesi sono ancora molto lontani, e a livello globale, la spesa, piuttosto che aumentare e tendere all’obiettivo 0,70%, è diminuita dello 0,6%. Una variazione che potrebbe sembrare poco rilevante, ma che in realtà si porta dietro conseguenze e implicazioni che toccano la vita di più di 10 milioni di persone.

“Per la prima volta dopo molti anni si fa un passo indietro.” Commenta Francesco Petrelli “Queste sono prime stime che verranno aggiustate. Ma il segnale è negativo. L’obiettivo del 2030 non è una novità, è stato stabilito nel 1970, e riconfermato nel 2015. Credo che ci sia da preoccuparsi per questo segno meno, per quanto apparentemente piccolo, siamo già in ritardo rispetto alla road map 2030. Non stiamo andando avanti con lo slancio sufficiente per rispettare gli obiettivi intermedi, ma il passo indietro significa soprattutto in termini concreti mettere a rischio per 10 milioni di persone l’accesso alla sanità di base. E’ importante ricordare che dietro le cifre percentuali ci sono persone in carne ed ossa, che rischiano di perdere servizi essenziali: istruzione di base, sanità di base, sicurezza alimentare, accesso all’acqua.”

Alla base di questa flessione potrebbe esserci, in parte, il calo delle spese per la gestione e l’accoglienza dei flussi migratori: «I dati Ocse mostrano nel 2017 una riduzione del 13,6% (pari a 14,2 miliardi di dollari) nel ricorso all’aiuto allo sviluppo per coprire i costi dell’accoglienza.» si legge in una nota diffusa proprio da Oxfam Italia a commento dei dati pubblicati dall’Ocse «Un dato che tuttavia non segnala un’inversione di tendenza ma appare piuttosto legato alla diminuzione delle richieste d’asilo, causata in parte dalle politiche mirate a limitare il numero degli arrivi di migranti nelle nazioni ricche. Il numero di nuovi richiedenti asilo in Europa ha segnato una diminuzione di circa il 50% tra il 2016 e il 2017, passando da 1.21 milioni di domande a 650 mila, un dato simile a quello del 2014 prima del picco registrato nel 2015 e nel 2016.»

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