giovedì, Dicembre 12

Cabinda, la spina al fianco dell’Angola, Lourenço come Dos Santos Pugno di ferro e politica del terrore dal 1996 per gli abitanti della regione che assicura all’Angola il 60% della produzione nazionale di petrolio, estratto da ENI e altri

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Fin dall’inizio del suo mandato, il Presidente dell’Angola João Lourenço, si è costruito un’immagine internazionale di politico corretto e moderato che lotta contro la corruzione per risollevare l’economia e diminuire il divario tra le classi sociali. Pochi sanno che Lourenço sta continuando la politica della terra bruciata e del terrore attuata dal suo predecessore Dos Santos nella provincia della Cabinda, una enclave angolana in pieno territorio congolese con una popolazione di 688.285 (secondo censimento 2014) e una estensione geografica di 7.81 km2 che anticamente era occupata dai tre regni del Congo angolani: N’Goyo, Loango e Kakongo.

L’enclave è ricoperta dalla foresta tropicale, dove fiorisce l’industria del legname. Vi sono, inoltre, fertili terre coltivate per l’esportazione di caffè, cacao, gomma arabica e olio di palma. Ma quello che renda così importante questa provincia per il governo angolano è la sua produzione di petrolio, pari al 60% della produzione nazionale.
È proprio sulla gestione del petrolio che si sta consumando una atroce guerra, dimentica dal 1996, quando le autorità angolane concessero solo il 10% dei profitti alla popolazione locale per lo sviluppo delle loro comunità.

La proposta venne considerata un insulto e riprese con maggior vigore la lotta separatista del Front for the Liberation of the Enclave of Cabinda (FLEC) e di altri gruppi armati minori.
La ripresa delle ostilità fu inaugurata da una serie di rapimenti di tecnici portoghesi e francesi, con il chiaro obiettivo di danneggiare la produzione di petrolio. In risposta, il Governo angolano inviò l’Esercito, che da 20 anni sta combattendo una guerriglia determinata alla indipendenza. Questa guerra a bassa intensità ha costretto un terzo della popolazione della Cabinda a rifugiarsi nel vicino Congo.
La produzione di petrolio è di 700.000 barili al giorno, ed è controllata dalle multinazionali Agip, ENI, Chevron e Total, in collaborazione con la compagnia petrolifera nazionale Sonangol e quella provinciale, la Cabinda Oil, anch’essa controllata dal Governo.

A denunciare la politica repressiva e sanguinario dell’Amministrazione Lourenço è l’attivista Jeovanny Ventura, dell’associazione clandestina Cabinda Libre, durante una intervista con il mensile online in lingua francese ‘Slate Afrique’. «Quello che ci fa subire lo Stato angolano è pura repressione. Le autorità ci trattano come dei terroristi. La situazione non è migliorata con Lourenço. I prigionieri politici rimangono in prigione, i soldati angolani si comportano come truppe d’occupazione e il dissenso è duramente represso», denuncia Ventura. I
l principale successo riportato dalla forze armate contro i separatisti della Cabinda è stato registrato lo scorso gennaio, quando sono stati arrestati 70 militanti del Movimento Indipendentista della Cabinda (MIC), che di fatto è l’ala politica della guerriglia FLEC. Gli arresti sono scattati quando i militanti hanno tentato di celebrare il Trattato del 1885, nel quale Cabinda divenne un protettorato portoghese. Un Trattato che restò in vigore fino all’indipendenza dell’Angola. Nel 1975 la Cabinda venne annessa, contro la volontà dei suoi abitanti. Le attività della guerriglia sono ridotte al minimo e l’ultimo loro successo risale al 2010, quando attaccarono l’equipe del Togo che stava attraversando il loro territorio per dirigersi alla Coppa d’Africa tenutasi in Gabon.

Le denunce di Ventura sono confermate da Amnesty International e Human Rights Watch – HRW. Secondo le indagine condotte da queste due organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, il Governo di Lourenço starebbe continuando la politica di Dos Santos: arresti arbitrari, torture, esecuzioni extra giudiziarie, repressione di qualsiasi forma di protesta e dissenso. «Contrariamente ad altre regione dell’Angola dove si registrano progressi per le libertà civile e politica, nella Cabiinda la politica del Presidente João Lourenço rimane quella del pugno di ferro. I militanti politici non possono esercitare i loro diritti politici in quanto sono visti dalle autorità angolane come una minaccia terroristica. Il diritto a manifestare è un miraggio e il Governo angolano non vuole sentire parlare di trattative per risolvere la crisi della Cabinda. Dal suo punto di vista nella provincia ribelle esiste sono un problema di terrorismo promosso da insignificanti ma pericolosi gruppi estremisti locali»,  dichiara Zenaida Machado responsabile locale di HRW.

Machado conferma che il conflitto a bassa intensità e le rivendicazioni indipendentistiche sono legate alla gestione del petrolio fatta dal Governo angolano. «La presenza del petrolio è all’origine del conflitto. La produzione della Cabinda equivale al 60% di quella nazionale rendendo l’Angola il secondo produttore di petrolio dopo la Nigeria. Ma i quasi 400mila abitanti non hanno visto nemmeno un dollaro proveniente dall’industria petrolifera e languiscono in una povertà assoluta. Il tasso di disoccupazione si attesta al 88% e le sole infrastrutture esistenti risalgono all’epoca coloniale. L’Angola si comporta come se la Cabinda fosse una sua colonia, trasformata in strategica riserva petrolifera senza garantire il minimo dello sviluppo socio economico alla popolazione autoctona», spiega Machado.

«Dopo l’aeroporto della capitale Cabinda in tutta la provincia non esistono strade asfaltate, illuminazione pubblica e acqua corrente. Anche nella capitale molti quartieri poveri sono privi dell’igiene e della corrente. Nel novembre del 2018 il Presidente Lourenço ha presidiato propria a Cabinda una riunione per promuovere lo sviluppo della provincia a cominciare dalle infrastrutture. Le promesse elargite alla popolazione non sono state seguite da atti concreti. Anche le promesse di Lourenço sono delle menzogne come quelle di Dos Santos», denuncia Arao Bula Tempo, avvocato indipendentista della Cabinda.

«Non possono essere credibili le promesse di uno sviluppo economico della provincia, nè si può sperare nell’apertura di un dialogo tra il Governo angolano e gli indipendentisti, causa la crisi economica che sta affrontando l’Angola. Dalla Cabinda si necessita solo il petrolio, niente altro», dichiara Alexandre Kwang N’sito, dell’associazione ADCDH (Association pour le développement de la culture et des droits de l’homme).
N’sito, mette in dubbio l’efficacia della politica indipendentista delle FLEC e MIC. «Si sente tutti i giorni parlare di quanto sono forti le FLEC e che l’ora della liberazione è vicina. Periodicamente le FLEC rivendicano imboscate di soldati angolani e grandi vittorie che non sono possibili da verificare. Nonostante questi proclami Esercito e autorità angolana hanno il saldo controllo della provincia e i comunicati di vittoria delle FLEC stanno facendosi rari. Mi domando se la strada dell’indipendenza sia ancora valida. Non sarebbe meglio rafforzare i nostri partiti politici, accettare l’autorità del Governo angolano e rivendicare uno statuto di regione autonoma? Si potrebbe negoziare una migliore gestione della ricchezza petrolifera e un piano di sviluppo assieme alle autorità di Luanda. Non sono più convinto che la lotta armata sia la soluzione dei problemi della nostra provincia».

Dinnanzi al sorgere tra la popolazione di dubbi sulla lotta armata, Jean-Claude Nitza, portavoce delle FLEC, afferma che il movimento indipendentista è determinato a difendere al Cabinda dalla colonizzazione portoghese. «Le FLEC sono aperte al dialogo ma il Governo angolano non vuole negoziare in quanto questo significherebbe riconoscere la nostra autorità e il diritto alla autodeterminazione del popolo della Cabinda».
Agli inizi di aprile le FLEC hanno chiesto la mediazione del Presidente congolese, Félix Tshisekedi, senza ricevere risposta. La guerra a bassa intensità sembra destinata a continuare nella provincia della Cabinda, anche se ormai è chiaro a tutti che non è la soluzione più appropriata per lo sviluppo degli abitanti della provincia ribelle.

Mentre la guerra dimenticata continua, l’ENI, giovedì 16 maggio, ha annunciato la scoperta di un nuovo giacimento che dovrebbe avere una riserva di 250 milioni di barili e garantire una produzione giornaliera di 10.000 barili.
Il sito, denominato Ndungu-1 NFW si trova a pochi km dal sito di estrazione ENI denominato West Hub. Entrambi i giacimenti sono ubicati nelle acque territoriali angolane, di fronte alla provincia della Cabinda. Secondo le autorità angolane e l’ENI il nuovo giacimento scoperto rilancerà la produzioni petrolifera, permettendo al Governo di stanziare i fondi necessari per diversificare l’economia, ancora troppo dipendente dagli idrocarburi. Questa bella notizia non riguarda gli abitanti della Cabinda, nonostante il nuovo giacimento si trovi nelle loro acque territoriali. Per loro niente divisione dei proventi petroliferi, solo guerra, repressione e miseria. Chi non riesce più a supportare la situazione può sempre emigrare, in Congo o in Europa.

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