domenica, Agosto 25

Business italiano in Etiopia: quelle precondizioni che mancano Siamo proprio sicuri di riuscire a vincere la Cina in Etiopia? L’Italia e la crisi di base: legami storici corrotti e fiducia etiope negli italiani a zero, PIL in mano a mafie e clan tribali…

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Nel bel mezzo della crisi etiope determinata dal fallito colpo di Stato dello scorso week end, la Vice Ministra degli Esteri e Cooperazione Internazionale Emanuela Del Re sta facendo affermazioni che paiono decisamente avventate riguardanti le possibilità per gli imprenditori italiani di conquistare il mercato etiope.
Del Re si spinge ad affermare che l’Italia riuscirà a vincere la concorrenza della Cina. In che modo?
In una intervista rilasciata al quotidiano ‘L’Avvenire’, Del Re si dichiara convinta che l’Italia ce la può fare grazie ai legami storici e culturali, al rapporto di fiducia e amicizia sviluppato con i Governo etiope, alla superiore qualità tecnologica italiana rispetto a quella cinese, e, infine, grazie al modello di cooperative e piccole e medie imprese

Queste dichiarazioni sono state rilasciate a seguito della recente visita della Vice Ministra in Etiopia, organizzata in collaborazione con Confindustria, Istituto per il Commercio Estero, Associazione Bancaria Italiana e il Ministero dello Sviluppo Economico. La visita è stata effettuata tra il 19 e il 21 giugno. Partecipanti alla visita: 34 imprese, 2 banche italiane e imprenditori italiani e italo-etiopi operanti in loco. I settori di maggior interesse sono: agricoltura, meccanica agricola, industria agroalimentare, infrastrutture e trasporti, industria tessile. 

Emanuela Del Re e la delegazione di imprenditori italiani hanno visitato nella regione del Tigrai progetti umanitari finanziati dalla Unione Europea e dall’Agenzia Italiana alla Cooperazione per lo Sviluppo (AICS), che vedono impegnate varie ONG italiane, e lo stabilimento di un noto marchio di moda. Nell’intervista rilasciata a ‘L’Avvenire’, Del Re offre anche qualche dato economico incontestabile: crescita annua del PIL ed economia tra le più dinamiche dell’Africa. 

Le dichiarazioni della Vice Ministra appaiono ottimistiche, affermazioni che sembrano volte a invogliare gli industriali italiani a investire in Etiopia, dopo che il Governo italiano ha letteralmente perso ogni possibilità di investimenti in Libia, per gli errori commessi  -a la partecipazione non chiara nel dramma della tratta degli esseri umani e immigrazione clandestina.
Analizzando le dichiarazioni fatte, si ha la sensazione che Del Re abbia presentato una situazione modellata sugli auspici più che sulla realtà.
Le possibilità di reali investimenti in Etiopia verranno analizzate attentamente dalle banche ed imprenditori italiani coinvolti nella missione e le conclusioni potrebbero essere opposte a quelle del Governo. Noi ci limitiamo a mettere in fila fatti e dati per capire se l’impressione di sovrastima della Vice Ministra sia o meno fondata. 

 

Legami storici e culturali Italia – Etiopia

Accennando ai legami storici e culturali tra Italia ed Etiopia, Del Re è entrata in un terreno scivoloso. Gli unici legami che hanno caratterizzato i rapporti tra i due Paesi sono di fallita conquista coloniale, tentata a varie riprese, fin dal 1896, quando l’Esercito regio, comandato dal generale Oreste Barattieri, fu distrutto nella famosa battaglia di Adua. Il sogno di conquistare l’Abissinia (come impropriamente noi italiani chiamavamo l’Etiopia) fu finalmente realizzato sotto l’epoca fascista. Sia la guerra che il breve periodo di occupazione militare sono stati caratterizzati da inauditi crimini contro l’umanità

Uso di gas sulle popolazioni, massacri indiscriminati di civili, bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa Internazionale, esecuzioni dei prigionieri di guerra etiopi, distruzione sistematica di villaggi e produzione agricola per combattere i partigiani etiopi, regno del terrore. Si calcola che l’occupazione fascista abbia causato circa 400.000 morti tra gli etiopi durante l’invasione e durante l’occupazione. Grazie a queste inaudite violenze volute dal Duce e attuate da Pietro Badoglio e dal Vice Re dell’Etiopia Rodolfo Graziani, l’Italia non è mai riuscita a colonizzare l’Etiopia, ha solo occupato militarmente il Paese prima che le truppe fasciste fossero spazzate via dall’Esercito inglese. 

Dopo la liberazione, l’Etiopia ha ampiamente documentato i crimini contro l’umanità compiuti dagli italiani, chiedendo giustizia internazionale. Una giustizia negata dai vari governi italiani che si sono succeduti dal dopo guerra ad oggi. In Italia non c’è stato nulla di paragonabile al processo di denazificazione che ha avuto luogo in Germania. Per questo motivo fascismo e crimini di guerra sono ancora oggi argomenti particolarmente delicati. 

A distanza di quasi 75 anni, l’Italia deve ancora fare i conti con il suo passato in Etiopia. Basta pensare che il famoso saggio storico ‘The Plot to Kill Graziani : the attempted assassination of Mussolini’s viceroy’ (‘Il complotto per uccidere Graziani: l’attentato al Vice Re di Mussolini’), scritto dallo storico Ian Campbell, e pubblicato dall’Università di Addis Ababa nel 2015, non è stato mai tradotto in italiano, nonostante sia diffuso in vari altri Paesi occidentali. Sembra proprio un libro proibito, visto che è in vendita su Amazon UK, ma non disponibile su Amazon.it, nemmeno nella versione originale in inglese.  

Qualcuno potrebbe pensare che è passato quasi un secolo. Il tempo è la miglior cura per dimenticare e nuovi rapporti di amicizia e fiducia reciproca si sono nel frattempo instaurati. Questo potrebbe valere per la mentalità occidentale, ma di certo non per la mentalità etiope. L’Etiopia, Nazione con un forte senso patriottico e nazionalista, non ha mai dimenticato i crimini contro l’umanità commessi dagli italiani. La vittoria di Adua è una festa nazionale con il chiaro intento di ricordarci che nonostante i vari tentativi, l’Etiopia non è mai divenuta una colonia italiana. Anche oggi l’etiope guarda l’italiano con sospetto e diffidenza

 

Rapporti di amicizia e fiducia

I rapporti di amicizia e fiducia, instaurati tra i due Paesi negli ultimi 25 anni, sono superficiali e di convenienza.
Per il Governo etiope, l’Italia è uno dei tanti partner economici e non tra i più importanti. Dentro gli animi degli etiopi cova ancora rancore per la giustizia negata e i crimini subiti. Inoltre, questi superficiali rapporti di amicizia trovano origine nel supporto politico ed economico che i vari governi italiani hanno offerto al regime dittatoriale del Fronte Popolare Tigrino di Liberazione, che controlla, dal 1991, il Paese, e la coalizione di governo Fronte Democratico Rivoluzionario Popolare Etiope.
Negli ultimi 25 anni, il Governo italiano non ha preso le distanze dalle palesi violazioni dei diritti umani e dai crimini di guerra compiuti dal regime tigrino tutt’ora al governo. Anzi, ha assecondato il regime concentrando nella regione del Tigrai gli aiuti alla cooperazione e gli scarni investimenti effettuati. Una scelta pilotata dal regime, che fin dall’ascesa al potere ha promosso una politica di sviluppo concentrata solo sulla capitale, Addis Ababa, e nella sua terra d’origine, il Tigrai. Il resto del Paese vive in condizioni quasi medioevali.
La maggioranza dei fondi per la cooperazione è concentrata nel Tigrai. Questa politica è fragile ed estremamente pericolosa nell’attuale confusa e conflittuale situazione dell’Etiopia.
Dopo aver dominato con il pugno di ferro il Paese, la classe politica e militare tigrina, dalle chiare tendenze autoritarie e dispotiche, è ora in estrema difficoltà. Sta prendendo vita, tra la maggioranza della popolazione, un pericoloso sentimento anti-tigrino che, in modo totalmente sbagliato, coinvolge tutta l’etnia, non solo i veri responsabili delle inaudite sofferenze che il popolo etiope è stato costretto con la forza a subire.
In Africa è molto pericoloso sostenere determinate fazioni politiche, quando cadono in disgrazia anche i loroamiciescono di scena.
Pare, dunque, di poter dire che gli imprenditori italiani non possano contare molto sui «legami storici, culturali e sui rapporti di fiducia e amicizia».

 

PIL a due cifre ed economia tra le più dinamiche

I dati riportati dalla Vice-Ministra Del Re sul PIL sono veritieri, ma, attenzione, nascondono una drammatica realtà.
Nonostante la retorica nazionalistica della ‘Grande Etiopia’, il Fronte Popolare Tigrino di Liberazione ha utilizzato il suo controllo totale sul Paese per arricchirsi. Gran parte del PIL è stata dirottata nei conti bancari dei leader politici e militari tigrini che hanno reinvestito il maltolto in azioni di speculazione, sopratutto nel settore edilizio. Forti sospetti di riciclaggio del denaro in collaborazione con varie organizzazioni internazionali mafiose, tra queste anche le mafie italiane, ponendo il Paese nella top ten dei Paesi africani dediti al riciclaggio internazionale di denaro, assieme a Liberia, Nigeria, Congo, Uganda.  

Anche gran parte degli aiuti provenienti dall’Occidente e dalla Cina hanno subito la stessa sorte. Per far andare avanti il Paese ora si utilizzano gli aiuti delle monarchie arabe, in cambio di una totale servitù in politica estera.
Il saccheggio organizzato e scientifico delle risorse naturali del Paese da parte del regime tigrino è ben spiegato nelle sue origini da uno studio condotto, nel 2004, dal Dipartimento di Legge dell’Università Case Western Reserve (una lettura consigliata). Questa rapina indiscriminata ha relegato l’Etiopia agli ultimi posti dello sviluppo umano: 173simo posto su 179. Questo significa solo una cosa: malcontento sociale, disordini e sommosse, che è quel che sta già accadendo. Non certo la situazione ideale, pare, per investimenti a lungo termine. 

A questo si deve aggiungere che le politiche economiche etiopi sono di natura nazionalistica. Nonostante l’apertura al libero mercato, l’economia è controllata dallo Stato (saccheggiatore). L’Etiopia non aderisce alla Organizzazione Mondiale del Commercio e non riconosce i tribunali internazionali sulle dispute commerciali ed economiche. Sono proibiti tutti gli investimenti diretti nel Paese. Occorre un socio etiope che detiene la maggioranza delle azioni.
L’Unione Africana sta chiedendo da anni al Governo etiope di standardizzare la sua politica economica e finanziaria al fine di garantire gli investimenti. Fin quando l’Etiopia non si adeguerà agli standard minimi richiesti, investire nel Paese risulta un’operazione complicata e molto rischiosa

 

L’attuale apporto degli investitori italiani in Etiopia

Nel Paese operano due grandi investitori italiani: Salini Impregilo e Calzedonia
Salini è impegnata nella costruzione della Diga della Grande Rinascita. Calzedonia, nel 2018, ha aperto uno stabilimento per la produzione di scarpe a Macallè, seguendo le logiche di delocalizzazione industriale nei Paesi del terzo mondo, dove la mano d’opera è meno costosa. Un processo che danneggia la società italiana ma favorisce lo sviluppo del Paese ospitante. 

Il caso Salini è emblematico. La ditta italiana ha accettato la costruzione della Diga della Grande Rinascita quando le principali multinazionali straniere, comprese quelle cinesi, avevano rifiutato, causa di forti dubbi sul rispetto dei diritti umani e rischi in fatto di impatto ambientale.
Parlare della Salini in Etiopia sembra un tabù. Nel Paese è ben protetta. É sensazione diffusa che la Salini sia un argomento tabù anche in Italia. 

I vari governi di destra o di sinistra non hanno mai reagito alle denunce ben documentate da parte di varie associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Non ha nemmeno reagito alla dettagliata denuncia, depositata nel marzo 2016, dalla Ong in difesa dei diritti dei popoli indigeni Survival International presso il Punto di Contatto Nazionale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), denuncia dalla quale si è ritirata nel gennaio 2017 causa, come spiega la ong, «le  condizioni poste dal Punto di Contatto per l’apertura della fase di mediazione  -ritenute da Survival incompatibili con la necessità di continuare il proprio lavoro di advocacy in difesa dei popoli indigeni del territorio- e alcuni dei contenuti della Valutazione iniziale dell’Istanza fatta dal Punto di Contatto».
Rare le inchieste realizzate dai media italiani, ad eccezione dell’ottima indagine fatta dalla giornalista Chiara Avesani, per RAI, nel novembre del 2017. Un reportage denuncia a cui la Salini ha preferito rispondere con il silenzio.
In Etiopia ci assicurano che ogni giornalista locale che voglia indagare sulla Grande Diga si espone a grossi rischi.  

Le multinazionali straniere che hanno rifiutato di essere coinvolte nella realizzazione della diga avevano le loro ragioni. 200.000 persone costrette con la forza ad abbandonare le loro case per la costruzione della diga, senza alcun indennizzo. Impatto ambientale disastroso per le future generazioni, in quanto la diga è stata costruita in uno degli ambienti più fragili del pianeta. Zona militarizzata a causa delle continue minacce da parte dell’Egitto. Disastroso impatto ambientale sulle acque del Nilo, in Sudan e in Egitto, che influisce direttamente sull’economia dei due Paesi, colpendo, ovviamente, le fasce più povere della popolazione , in testa i contadini. La diga minaccia intere popolazioni in Etiopia e in Kenya che erano precedentemente autosufficienti. 

Per finire, l’enorme potenziale di produzione di energia elettrica che sarà prodotto dalla diga non è destinato all’Etiopia. Il Governo tigrino ha stipulato, tra il 2015 e il 2018, vari contratti di vendita di energia elettrica con Sudan, Kenya, Tanzania, Uganda, senza il consenso dell’opinione pubblica interna e del Parlamento. Si calcola che solo il 15% dell’energia prodotta verrà destinata al consumo interno, e la distribuzione sarà concentrata  su Addis Ababa e, ovviamente, nel Tigrai. 

Una percentuale insignificante che di certo non riuscirà a colmare il deficit energetico del Paese. A titolo di esempio, attualmente neanche nella capitale il Governo riesce ad assicurare un flusso continuo e costante di energia. In vari quartieri popolari passano settimane prima di vedere la luce. Anche le attività industriali e commerciali di Addis Ababa sono vittime di questo perenne deficit energetico. Si calcola che gli esercizi commerciali della capitale privi di generatore perdono in media 18 ore di lavoro alla settimana per mancata erogazione dell’elettricità.
Il deficit energetico rappresenterà una delle maggiori sfide per gli imprenditori italiani che vogliono installare attività produttive in Etiopia. Devono essere pronti a sostenere prezzi alti per generare energia propria. 

Calzedonia rappresenta l’esempio più edificante dell’imprenditoria italiana in Etiopia. Avendo aperto lo stabilimento a Macallè, offre opportunità di lavoro per i giovani e stimola un solido indotto, contribuendo positivamente alla rafforzamento dell’economia e della società regionali. É ben vista dalla popolazione, e questo è un dato che fa onore alla ditta italiana.  Ma non mancano le ombre.
L’investimento è su base etnica-geografica (zona del Tigrai). Questo permette alla ditta italiana di essere al riparo da turbolenze sindacali, visto che il regime tigrino controlla le rare associazioni sindacali esistenti nel Paese e che Calzedonia contribuisce allo sviluppo della etnia legata ai veri padroni del Paese. Qualcuno obietta che solo nel Tigrai c’è la tradizione dell’industria della pelle, quindi la scelta geografica è obbligata, rimane il fatto che, secondo quanto ci riferiscono le nostre fonti, le attività sindacali non sono ben viste all’interno della fabbrica.
Sembra che Calzedonia applichi una specie di modello produttivo fordista, offrendo benefici e assistenza sociale ai suoi dipendenti. Questa informazione è stata confermata da alcune associazioni etiopi contattate. Nello stabilimento di Calzedonia i lavoratori sono meglio pagati e ricevono più benefici rispetto ai loro colleghi del settore che lavorano in ditte cinesi o etiopi. 

Per quanto riguarda gli imprenditori italiani che operano in Etiopia, la maggior parte di essi soffrono della concorrenza di potenti investitori stranieri tra i quali: cinesi, turchi, sauditi. I capitali a loro disposizione sono limitati e il loro impatto sull’occupazione nazionale insignificante.
Le attività imprenditoriali degli italiani in Etiopia sono quasi di sussistenza, di certo inadatte a sostenere la spietata concorrenza straniera per mancanza di capitali.
La maggioranza di questi imprenditori italiani vivono da anni nel Paese e possono operare solo grazie all’aver sposato donne etiopi. Qualora il matrimonio non andasse bene, le proprietà e gli investimenti sono a nome della moglie… In caso di divorzio l’imprenditore rischia il mancato rinnovo del visto e di uscire dal Paese senza nulla. 

La comunità italo-etiope è ingiustamente emarginata, considerata il frutto bastardo dell’occupazione militare in Etiopia. Le loro attività economiche sono insignificanti se non sono strettamente collegate a poteri forti garantiti dalla loro appartenenza etnica, meglio se tigrini o amara. Notare che il supporto etnico ha un elevato costo in termini di corruzione, altrimenti non si ottengono i contratti statali, unico motore economico reale attualmente disponibile nel Paese. Gli italo-etiopi ricevono scarso supporto dall’Italia, come del resto gli imprenditori italiani che vivono nel Paese.

(La seconda parte di questo dossier sarà pubblicata venerdì 28 giugno 2019)

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