sabato, Maggio 25

Il business della prostituzione in Italia vale quasi 4 miliardi Una sentenza della Corte di Cassazione equipara le prestazioni sessuali ad una qualsiasi attività di lavoro autonomo per cui pagare regolarmente le tasse

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In Italia si parla da anni della necessità di legalizzare la prostituzione, senza però arriva a legiferare in merito a quello che viene considerato come il mestiere più antico del mondo.
Nel nostro Paese la prostituzione muove un giro d’affari che si aggira intorno ai 4 miliardi di euro e coinvolge oltre 3 milioni di ‘clienti’.

Anche se non è mai stata emanata una legge che ne autorizzi, di fatto, l’attività nel 2016 la Corte di Cassazione ha reso nota una sentenza nella quale le prestazioni sessuali a pagamento vengono assimilate ad una qualsiasi attività di lavoro autonomo, con la conseguente necessità per le prostitute di pagare regolarmente le tasse.

La Corte di Cassazione assimila la prostituzione ad un lavoro autonomo

Non si tratta di una bufala, la sentenza è infatti reale anche se porta con se un discreto bagaglio di contraddizioni.
Infatti se in base alla legge Merlin, unica norma che nel 1958 ha regolato la materia, la prostituzione non costituisce reato, lo sono invece lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione.
Certo la prostituzione per sua natura non la si può considerare propriamente lecita, soprattutto perchè contraria a questioni di moralità, ordine pubblico e buon costume, ma è errato definirla integralmente fuori legge.
Infatti la senatrice Merlin, nel porre le basi della legge, considerò la tutela di chi intendeva farsi pagare per un rapporto sessuale, tutelando al tempo stesso le scelte di chi liberamente sceglie di prostituirsi.

L’incontro corre sul web

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Dall’Italia al Canton Ticino per ‘esercitare la professione’

In Italia è cresciuto il numero delle donne che scelgono di ‘esercitare la professione’ migrando ad esempio nel Canton Ticino dove per prostituirsi è sufficiente comunicare i propri intenti, presentare i documenti alla Polizia, abbinati alle analisi mediche, e rispettare determinate regole.
Questa procedura consente di ottenere un permesso quinquennale che la Polizia può revocare se vengono meno elementi quali il possesso di un alloggio o il mancato invio agli uffici fiscali della comunicazione degli introiti mensili.

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