lunedì, Ottobre 21

Burundi: UNIDAF e Russia, ecco chi finanzia Nkurunziza Mosca e Pechino proteggono il regime che ancora può contare sui finanziamenti di alcune agenzie delle Nazioni Unite

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Illegalmente al potere dal giugno 2015 e alleato del gruppo terroristico ruandese FDLR che progressivamente ha preso il controllo militare e politico del Burundi, il dittatore Pierre Nkurunziza sogna di trasformare la Repubblica in una monarchia che regni su un Paese monoetnico hutu fondando la dinastia Nkurunziza. Reo di numerosi crimini contro l’umanità, recentemente documentati anche dalla BBC  e autore di una inaudita e brutale repressione dal 2015 al 2016 orientata verso gli oppositori politici, ora verso la minoranza tutsi, Nkurunziza è stato progressivamente isolato dalla comunità internazionale che ha praticamente azzerato gli aiuti umanitari, imponendo un mai dichiarato embargo economico ed esponendolo al costante rischio di invasione militare da parte del Rwanda.

Mentre l’economia è praticamente collassata, sono rari i Paesi che intendono ancora fare affari con il Burundi, tra cui Egitto, Turchia, Cina e Russia. Il rapporto tra il governo Nkurunziza e le Nazioni Unite è praticamente impostato su una dura conflittualità che ruota sul rispetto dei diritti umani. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a più riprese ha denunciato i crimini contro l’umanità, portando l’intero governo sotto inchiesta presso la Corte Penale Internazionale. Come ritorsione nel 2018 è stata chiusa la sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a Bujumbura.

Nonostante l’impressionante record di violazione dei diritti umani, alcune Agenzie nel frastagliato e contraddittorio universo delle Nazioni Unite, continuano a finanziare il regime, ben consapevoli che i soldi ricevuti per gli aiuti umanitari e lo sviluppo del Paese vengono incanalati nella compera di nuove armi, nel pagamento dei servizi resi dai terroristi genocidari ruandesi, nella repressione della popolazione civile e in conti esteri del dittatore, della sua famiglia e dei suoi fedeli gerarchi.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite, nell’ambito del Finanziamento del Piano Quadro di Sviluppo (UNIDAF), venerdì 25 gennaio ha siglato un piano di finanziamento 2019 – 2023 mettendo a disposizione del regime 784,4 milioni di dollari. 359,7 milioni di dollari sono stati resi già disponibili mentre il saldo saranno disponibili nel 2023. I settori di interventi saranno: educazione, sanità, tutela ambientale, sviluppo economico, miglioramento delle condizioni di vita delle donne e dei giovani, il rafforzamento della pace, del buon governo, della parità tra sessi, tutela dell’ambiente.

Domitien Ndihokubwayo, Ministro della Cooperazione e dello Sviluppo Economico, parla di un aiuto di importanza capitale. UNIDAF sembra restia a rispondere a varie richieste di spiegazioni inoltrate da alcuni media africani che mettono in evidenza il fatto che da 14 anni dall’ ascesa al potere di Nkurunziza non uno dei settori di intervento beneficiari di questi finanziamenti ha raccolto l’interesse del regime. Con grandi probabilità, questi 784,4 milioni di dollari verranno usati per scopi militari e per aumentare la repressione e il controllo dittatoriale del Paese. Un fattore importante gioca a favore di UNIDAF e del regime di Bujumbura. Per convenzione internazionale, le Agenzie Umanitarie ONU non possono essere sottoposte ad audit da nessun ente internazionale, quindi il vero utilizzo di questi fondi è al sicuro, lontano da occhi indiscreti. Ovviamente una considerevole parte di essi spariranno nelle tasche dei funzionari UNIDAF e dei gerarchi del regime.

Firmare un tale accordo con Domitien Ndihojubwayo raggiunge il paradosso e copre di vergogna le Nazioni Unite. Pochi mesi fa il ministro aveva sospeso tutte le attività umanitarie delle Ong Internazionali, aveva svuotato i loro conti in valuta estera e aveva varato una nuova legge che pone le Ong sotto il controllo del regime obbligandole di fatto a licenziare i dipendenti tutsi e privilegiare gli hutu. Trenta Ong hanno preferito chiudere le attività piuttosto che accettare queste condizioni. Altre hanno preferito privilegiare il senso opportunistico e affaristico che contraddistingue vari attori dell’universo umanitario restando nel Paese. La sospensione delle attività umanitarie di queste 30 Ong ha causato una perdita per l’economia del Paese di 280 milioni di dollari ora ampiamente ricompensata da UNIDAF. Non è la prima volta che alcune Agenzie ONU finanziano il regime nonostante la violazione dei diritti umani e i forti contrasti tra Nazioni Unite e Nkurunziza. Nel febbraio 2018, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) ha finanziato la radio televisione privata Buntu che trasmette dalla cittadina di Buye, provincia di Ngozi, sollevando un coro di proteste e indignazione tra la comunità internazionale in quanto la radio trasmette propaganda razziale, incitando allo sterminio della minoranza tutsi, ed il suo proprietario è la First Lady Denise Nkurunziza, nota per i suoi sentimenti razziali e la sua politica che risulterebbe più estremista e brutale di quella adottata dal marito dittatore nonostante il suo network di organizzazioni umanitarie che tutt’ora ricevono finanziamenti internazionali, anche se fortemente diminuiti.

Ironicamente il finanziamento di 784,4 milioni di dollari da parte del UNIDAF avviene in contemporanea con la pubblicazione del rapporto annuale sulla corruzione mondiale redatto dalla prestigiosa e influente Ong Transparency International. Il rapporto colloca il Burundi al 170seimo posto su 180 Paesi presi in considerazione. L’Italia si aggiudica il 53simo posto, mentre il Rwanda viene considerato un Paese quasi modello, superando l’Italia di 5 posizioni ed attestandosi al 48simo posto.

Un altro importante finanziatore del regime, ma libero da tutte veleittà morali e umanitarie, è la Russia che, assieme alla Cina, ha protetto politicamente il regime presso il Consiglio di Sicurezza ONU. Le relazioni tra Mosca e lo spietato dittatore burundese risalgono al 2010 quando fu firmato un accordo politico fungente da linea guida per il rafforzamento delle relazioni diplomatiche, economiche e cooperazione militare tra i due Paesi. Nel febbraio 2018 è stato segnato un accordo per abolire le procedure di visto dei rispettivi diplomatici e per rafforzare la cooperazione politica e militare. A livello economico nel marzo 2017.

Le Camere di Commercio di Bujumbura e Mosca hanno firmato importanti accordi economici. Un anno dopo è stata creata la prima società mista, la Tanganyika Lisma Lighting Innovation (TLLINNO) incentrata nel favorire gli scambi import-export. La TLLINNO è già sospettata di essere la centrale operativa per il riciclaggio e l’esportazione illegale di minerali e oro saccheggiati all’est della Repubblica Democratica del Congo e l’importazione segreta di armi russe destinate al regime e ai terroristi ruandesi delle FDLR.  La Russia sta inoltre offrendo addestramento militare di ottima qualità ai soldati e poliziotti burundesi rimasti fedeli al regime. Fughe di notizie dal partito burundese al potere CNDD-FDD parlano di richieste da parte di Nkurunziza di includere nei programmi di addestramento militare anche la milizia paramilitare Imbonerakure e i terroristi ruandesi delle FDRL.

Il supporto economico di Mosca rimane un segreto di Stato ben custodito e starebbe superando il contributo della Cina, altro alleato di Nkurunziza, che è molto importante a livello politico ma modesto a livello economico. L’appoggio sino-russo al Burundi rientra nella guerra fredda combattuta da queste due potenze emergenti contro l’Occidente per il controllo dell’est Europeo, Medio Oriente e Africa. Secondo Didas Gasana, famoso giornalista ruandese in esilio in Svezia a causa della sua opposizione al Presidente Paul Kagame ed editore di The Newsline, il Burundi ha per Mosca la stessa importanza della Siria.

Presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Russia e Cina stanno proteggendo il dittatore Nkurunziza contro gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Mosca sarebbe anche l’arteficie delle espulsioni decise da Bujumbura dei diplomatici ruandesi e la richiesta di sostituire l’Ambasciatore belga Marc Gedopt non accettata dal Belgio.

«Russia e Cina stanno diventando degli importanti attori internazionali che stanno intaccando l’egemonia mondiale degli Stati Unti. In Burundi si sta giocando un frammento della guerra fredda tra Occidente, Russia e Cina che potrebbe portare ad un conflitto molto simile a quello in atto in Siria. Sempre più sono evidenti le intenzioni americane di risolvere la crisi burundesi a livello militare. Intenzioni frenate da Russia e Cina pronte a proteggere il regime dittatoriale. Tutto ruota sul controllo degli immensi e non ancora sfruttati giacimenti di Nichel e sul traffico illegale di oro, diamanti e minerali preziosi dal vicino Congo», spiega Gasana.

Mentre il regime riceve supporto e aiuti finanziari da Agenzie ONU, Russia, Cina, Egitto e Turchia, i combattimenti contro l’opposizione armata continuano. Il regime è riuscito a fermare l’ondata di attacchi del FNL, FOREBU e RED Tabara attuati lo scorso settembre, spostando il conflitto nel Sud Kivu, in Congo. Domenica 27 gennaio si sono verificati sanguinosi scontri tra i ribelli burundesi del RED Tabara, miliziani Imbonerakure e terroristi ruandesi delle FDLR presso l’altopiano di Lemera, distretto di Uvira, Sud Kivu.

Secondo un comunicato stampa del 29 gennaio redatto dal notabile Enoch Ruberangabo Sebineza, la popolazione civile della cittadina di Murambi è stata costretta a rifugiarsi nella vicina foresta di Rushogwe dopo aver subito violenze e saccheggi da parte delle Imbonerakure e FDLR. «La popolazione è vittima di questi affrontamenti militari e costretta a rifugiarsi nella foresta dove c’è un clima insalubre essendo il periodo delle piogge. Il nostro territorio è divenuto il campo di battaglia per i Burundesi» denuncia Ruberangabo.

L’esercito congolese conferma gli scontri presso l’altopiano di Lemera senza offrire ulteriori dettagli. Secondo la società civile del Sud Kivu, i ribelli del RED Tabara, attivi nella località di Kiryama, hanno formato da alcuni mesi una alleanza politica e militare con le milizie congolesi Mai Mai Ilunga, Mushombe e Kihebe controllate dal Rwanda. Gli scontri sarebbero stati favorevoli alle Imbonerakure e alle FDLR che avrebbero costretto il RED Tabara a ritirarsi in direzione di Kitoga, verso la foresta di Itombwe.

Alla vigilia del Ventesimo Summit della East African Community (EAC, Comunità Economica dell’Africa Orientale) un nutrito gruppo di leader dell’opposizione e della società civile burundese in esilio ha indirizzato alla EAC una lettera aperta richiedendo dure sanzioni economiche e politiche al regime burundese. La lettera è stata indirizzata al potente Presidente Yoweri Kaguta Museveni che ha recentemente rotto l’alleanza opportunistica con il regime di Pierre Nkurunziza iniziando una stagione di forti contrasti diplomatici tra Uganda e Burundi dagli esiti incerti. Gli oppositori, nella lettera aperta, fanno osservare come tutti gli sforzi di pace intrapresi da Museveni e dall’ex presidente tanzaniano Benjamin Mkapa sono stati sistematicamente boicottati dal regime illegalmente al potere dal giugno 2015.

Constatando che ogni soluzione negoziata alla crisi è stata resa impossibile da Nkurunziza e il drammatico aumento delle violazioni dei diritti umani e delle pulizie etniche,  i firmatari della lettera aperta auspicavano cha la EAC adottasse una linea dura contro il Burundi in occasione del ventesimo summit chiedendo chiare sanzioni politiche ed economiche e, tra le righe, un intervento militare diretto o indiretto per abbattere l’odiato regime considerato una minaccia alla pace e alla stabilità della Regione dei Grandi Laghi.

L’appello fatto da illustri personaggi della politica e società civile burundese tra cui Leonard Nyangoma, Leonidas Hatungimana, Alexis Sinduhije, Jean-Bosco Mdayikengurukiye, Charles Nditije, Jeremie Minani, Chauvineau Mugwengezo e Prosper Nzobambona, sembrava destinato a cadere nel vuoto. A grande sorpresa è stato preso in seria considerazione durante il ventesimo summit svoltosi venerdì scorso ad Arusha, in Tanzania, dopo essere stato rinviato più volte dal dicembre 2018. Seppur non rientrante nell’ordine del giorno ufficiale, il fulcro di questo summit è stata la situazione in Burundi e le pericolose tensioni con il Rwanda. Presenti al summit vi erano i Capi di Stato di Tanzania, Uganda, Rwanda, Kenya. Il Sud Sudan era rappresentato dal suo Ministro del Commercio Paul Mayom Akech mentre il grande assente era il dittatore burundese Pierre Nkurunziza, rappresentato dal suo vice presidente Gaston Sindimwo.

La maggioranza degli Stati membri della EAC concorda nel rilanciare il processo di pace affidandolo alla mediazione del Presidente Museveni e nell’ obbligare Nkurunziza a sedersi al tavolo dei negoziati con l’opposizione. Decisione supportata dall’Unione Africana. Il vice presidente Sindimwo ha tentato invano di spostare il discorso sui presunti attivi eversivi del Rwanda contro il governo di Bujumbura, trovando poche orecchie intenzionate ad ascoltarlo.

È dal 4 dicembre 2018 che il regime burundese tenta di porre sul banco degli imputati il Paese gemello, il Rwanda, accusato di essere all’origine della crisi nazionale con l’intenzione di sostituire il ‘democratico’ governo burundese con una dittatura etnica tutsi e di sostenere a tale scopo i gruppi armati burundesi FNL, FOREBU e RED Tabara. La richiesta è stata rifiutata in quanto la maggioranza dei Capi di Stato la ritengono uno stratagemma per spostare l’attenzione sulla grave situazione in Burundi. Una decisione certamente a sfavore di Nkurunziza, ma inadeguata per scongiurare l’escalation militare tra Rwanda e Burundi, vicinissimi al conflitto.

Dal ventesimo summit si è avuta l’impressione che stia nascendo un fronte comune contro il regime di Nkurunziza che potrebbe dare una svolta alla crisi burundese tramite azioni decisive dell’ EAC e dell’Unione Africana.  Una possibilità minacciata dalle tensioni tra Uganda e Rwanda evidenziate lo scorso dicembre grazie all’arresto di due alti comandanti del gruppo terroristico ruandese FDLR avvenuto in Congo al rientro da un misterioso incontro avvenuto a Kampala con alte personalità del governo e dell’esercito. Incontro negato dal governo ugandese.

Il vasto network di intercettazioni delle comunicazioni e finanziamenti occulti ad oppositori creato da tre top manager della compagnia Telecom sudafricana MTN Uganda è un ulteriore fattore di frizione tra Kampala e Kigali.  

Le tensioni tra Uganda, Rwanda e Burundi associate alle guerre commerciali tra Tanzania e Kenya e alle due crisi in Sud Sudan e Burundi non permettono al libero commercio del mercato unico dell’Africa Orientale di decollare. Le tensioni politiche tra diversi Paesi membri e le differenze sulla visione della EAC, oltre ai timori di perdere identità e sovranità nazionale rischiano di far saltare il progetto.

Durante il Summit si è assistito al passaggio della Presidenza di turno tra Museveni e Paul Kagame. Un passaggio che ha richiesto otto ore di consultazione a porte chiuse tra i vari Capi di Stato. Il passaggio era stato messo in forse dallo stesso Rwanda a causa dei gravosi impegni presi per l’organizzazione del Summit Mondiale dei Capi di Stato del Commonwealth che si terrà nel 2020 a Kigali. Durante la lunga riunione a porte chiuse si sono discusse le condizioni per la Presidenza e, sicuramente, anche i rapporti con Uganda e Burundi. Nessuna notizia trapela sui contenuti di questa riunione. La Presidenza alla EAC rafforza maggiormente il potere di influenza a livello continentale e internazionale del Rwanda, già ai vertici dell’Unione Africana e della Organizzazione Mondiale della Francofonia. Il prestigio offerto da queste potenti istituzioni offre un vantaggio di credibilità a Kigali enorme rispetto allo screditato regime di Bujumbura. Una credibilità che può essere abilmente sfruttata da Paul Kagame per risolvere la crisi burundese in modo radicale.

Sull’onda del successo riportato al summit EAC e della inaspettata promessa del neo eletto presidente congolese Félix Tshisekedi di impedire l’invasione del Ruanda dal Congo cercando di neutralizzare il gruppo terroristico ruandese FDLR stazionato all’est del Paese con l’aiuto dei caschi blu della MONUSCO, l’opposizione e società civile venerdì 1 febbraio ha organizzato in Olanda una conferenza speciale sulla crisi burundese e sul futuro assetto politico del Paese. Conferenza a cui hanno partecipato non ufficialmente delegazioni di alti ufficiali dei gruppi ribelli FNL, FOREBU e RED Tabara. La crisi burundese volge ad una soluzione? Per tre anni la comunità internazionale ha dimostrato la sua debolezza che, se associata all’appoggio di Russia e Cina, spiega come un fragilissimo regime sul livello militare, che apertamente commette crimini contro l’umanità e ha posto il Paese sulla bancarotta, possa ancora resistere.

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