venerdì, Febbraio 28

Burundi: Trump chiede al Consiglio di Sicurezza ONU di intervenire

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Martedì 18 aprile 2017 gli Stati Uniti hanno sottoposto  al  Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta di intervenire militarmente al più presto in Burundi prima che la situazione precipiti. La domanda è stata inserita in una riunione straordinaria, richiesta sempre dagli Stati Uniti (riunione n. 7926E protocollo CS/12797), per esaminare la necessità di includere i diritti umani -attualmente sono di competenza dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani- nella sfera dell’intervento del Consiglio di Sicurezza.  Una riunione importante in quanto se le violazioni dei diritti umani fossero incluse nelle competenze del Consiglio di Sicurezza eventuali interventi militari dei Caschi Blu avrebbero iter giuridici accorciati rispetto agli attuali.

La riunione è stata suddivisa in due fasi: una riunione pubblica  e una riunione a porte chiuse per esaminare esclusivamente la situazione in Burundi, entrambe presiedute dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. È la prima volta nella storia dell’ONU che il Consiglio di Sicurezza esamina indipendentemente una situazione specifica di conflitto con l’intento di inserire la violazione dei diritti umani come casus bellis.

L’Ambasciatore americano Nikki Haley ha esposto la nuova dottrina della politica estera dell’Amministrazione Trump: la prevenzione come mezzo essenziale per ridurre le sofferenze umane, creare società stabili e prospere e permettere alle popolazioni di realizzare il loro potenziale. Una dottrina che si rifà alle dottrine ideate da Dick CheneyDonald Rumsfeld  -la dottrina Project for the New American Century (progetto per il nuovo secolo americano) e la dottrina Defence Planing Guidalance  (principi guida e pianificazione della difesa). Entrambe prevedono l’aumento esponenziale delle spese di difesa, l’utilizzo della guerra preventiva e azioni militari unilaterali con o senza consenso di Nazioni Unite e alleati. Queste dottrine, ideate per garantire la supremazia mondiale degli Stati Uniti, sono state attuate in Afganistan e Iraq e seguite da Bush padre, Bush figlio, Barak Obama e ora Donald Trump. Una dimostrazione pratica che in politica estera da 20 anni esiste un specifico progetto di egemonia portato avanti da tutti i Presidenti sia repubblicani che democratici che corrisponde alla necessità del capitalismo americano di mantenere il controllo sulle risorse naturali mondiali.

La mossa diplomatica dell’Amministrazione Trump di associare la difesa dei diritti umani ad azioni militari preventive è rivolta al momento contro quattro Paesi: Burundi, Siria, Myanmar, Iran e Cuba. Gran Bretagna e Francia hanno garantito il loro appoggio. L’Ambasciatore inglese avverte che la passività del Consiglio di Sicurezza dinnanzi a evidenti atrocità di massa può portare alla situazione del Rwanda 1994 dove non si impedì il genocidio con misure preventive, nonostante che il generale canadese Romeo Dellaire (al comando dei caschi blu in Rwanda) avesse richiesto l’autorizzazione di intervenire militarmente per prevenire l’Olocausto Africano.  L’Ambasciatore francese  ha proposto l’abolizione del diritto di veto in caso di comprovate violenze di massa e crimini contro l’umanità, permettendo, così, azioni militari condotte sulla base della sola maggioranza dei votanti presso il Consiglio di Sicurezza. Mentre si osserva il prudente silenzio di Cina, Russia, Bolivia ed Etiopia che si sono dichiarati contrari, affermando che non è compito diretto del Consiglio di Sicurezza seguire la situazione dei diritti umani.

Dopo la riunione pubblica, il Consiglio di Sicurezza si è riunito a porte chiuse per parlare della situazione del Burundi. Secondo indiscrezioni trapelate da ambienti diplomatici ONU, l’Ambasciatore americano si è espresso per la prima volta in modo chiaro e deciso sul Burundi accusando il Consiglio di Sicurezza di trascurare la protezione dei diritti umani nel Paese africano anche dopo che il regime di Bujumbura ha rifiutato le inchieste delle Nazioni Unite e Unione Africana sui crimini contro l’umanità commessi.
Haley ha accusato il regime burundese di utilizzare la violenza e la negazione dei diritti umani per distruggere la dissidenza. «Abbiamo assistito a numerosi casi dove i servizi governativi burundesi utilizzano la tortura per reprimere  manifestanti e costringere parte della popolazione a rifugiarsi nei Paesi vicini, provocando perturbazioni a livello regionale. Non ci sorprende che il Governo rifiuti i risultati delle inchieste condotte da Nazioni Unite e Unione Africana», avrebbe dichiarato Haley.
Durante la riunione a porte chiuse gli Stati Uniti si sono spinti oltre, domandando al Consiglio di Sicurezza la difesa chiara e inequivocabile dei diritti umani abbinati alla pace e alla sicurezza, esortando di non attendere che gli avvenimenti costringano ad un tardivo intervento militare in Burundi. Secondo la Haley, il Consiglio di Sicurezza deve intervenire nel devastato Paese africano il più presto possibile. Gli americani opterebbero per un intervento militare offensivo e preventivo con la chiara intenzione di attuare in Burundi un cambiamento di regime tramite l’uso della forza, per prevenire la minaccia di genocidio.
Nessuna conferma ufficiale è pervenuta ma le informazioni che giungono dalla regione sembrano indicare che l’Amministrazione Trump abbia individuato nell’intervento militare la  soluzione possibile per risolvere la crisi burundese. La richiesta fatta al Consiglio di Sicurezza ha scarse probabilità di essere accettata causa il diritto di veto che la Russia utilizzerà. L’Amministrazione Trump è cosciente del prevedibile fallimento della sua offensiva diplomatica alle Nazioni Unite. La sua è stata l’azione necessaria per preparare il terreno a un intervento militare contro il regime del ex presidente Pierre Nkurunziza affidato ai gruppi ribelli burundesi con supporto di alleati regionali?

Il regime CNDD-FDD di Pierre Nkurunziza, ormai abituato all’immunità garantita da Russia, Cina e, a fasi alterne, dalla Francia, negli ultimi mesi ha commesso una serie di errori imperdonabili. Le sempre più frequenti manifestazioni delle Imbonerakure e minacce genocidarie hanno allarmato le Nazioni Unite che ormai parlano di una situazione estremamente preoccupante che potrebbe degenerare da un momento all’altro. In un comunicato stampa, il Direttore dell’Alto Commissariato dei Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein ha chiarito che le Imbonerakure sono una milizia organizzata che sta conducendo una campagna di paura e terrore.

Le relazioni tra le Nazioni Unite e il Burundi non sono più come quelle del 2015, caratterizzate da una vergognosa ‘luna di miele’ grazie alle interferenze francesi a favore del regime. Ora sono ai minimi storici, sia per l’impossibilità di nascondere o minimizzare la deriva genocidaria della crisi burundese, sia per colossali errori commessi recentemente dal regime di Nkurunziza, tra i quali il rifiuto di collaborare nelle indagini sulla violazione dei diritti umani e le minacce rivolte ad alti funzionari ONU in Burundi.

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