giovedì, Novembre 14

Burundi: teatro di guerra tra Uganda e Rwanda? Una nuova e complicata situazione nella regione dei Grandi Laghi: la ripresa della guerra fredda coinvolge quattro teatri Burundi, Congo, Rwanda e Uganda

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L’ attacco a Gatumba avvenuto lo scorso 15 settembre, con un  successo militare riportato dalle formazioni ribelli burundesi  -FNL e FPB- si inserisce in una nuova e complicata situazione che coinvolge direttamente i due storici alleati regionali, Rwanda e Uganda.  Questi due Paesi governati dal clan Hima tutsi (i Banyangole in Uganda e il Clan degli Ugandesi in Rwanda) sono politicamente legati non solo dalla condivisione dell’appartenenza etnica e da una comune politica imperiale, ma dalla rapina dei minerali nel vicino Congo.

È proprio lo sfruttamento illegale dei minerali congolesi che ha portato i due governi a confrontarsi fin dal 2000 quando, in piena Seconda Guerra pan-africana, i rispettivi eserciti che occupavano l’est del Congo alleati contro le forze armate congolesi rimaste fedeli a Kinshasa e alle truppe angolane zimbabwuane, si sono scontrati per una settimana presso la città di Kisangani per determinare il controllo dei giacimenti di oro e diamanti della zona. Dopo il terribile scontro dei due eserciti, la fiorente città di Kisangani non si è più ripresa e tutt’ora si possono vedere le distruzioni create dalla violenta battaglia del 2000.

Dallo scontro di Kisangani scaturì una guerra fredda. L’est del Congo fu suddiviso in due rispettive zone di influenza: il Nord Kivu controllato dagli ugandesi tramite il MLC di Jean-Pierre Bemba e il Rassemblement Congolaise pour la Democratie – RCD, il Sud Kivu controllato dai ruandesi tramite una scissione del RCD guidata dal Governatore di Bukavu Katentima e dall’Ispettore Sanitario Provinciale Rigobert Runyambo, di origini tutsi congolesi: Banyamulenge. La guerra fredda durò fino al 2010, quando i Presidenti Museveni e Kagame decisero di riallacciare i rapporti per mutue convenienze sullo sfruttamento dei minerali congolesi.

Gli accordi sulla spartizione delle ricchezze naturali del Congo si sono rivelati fragili e la guerra fredda è stata ripresa nel dicembre 2017. Nonostante i tentativi di dialogo intrapresi nel gennaio 2018, i servizi segreti ruandesi hanno avuto prove inconfutabili della presenza sul territorio ugandese dei leader militari della ribellione tutsi  Rwanda National Congress (RNC),   che stavano ricevendo il supporto dell’Esercito e del Governo ugandesi. 
Il RNC fu fondato negli Stati Uniti il 12 dicembre 2010 dal Generale Faustin Kayumba Nyamwasa, il Generale NyamwasaGerald Gahima e Patrick Karegeya, ucciso dai sevizi segreti ruandesi nel 2014.

Il Generale Kayumba, assieme ad altri ex ufficiali ruandesi e grazie all’aiuto di Esercito e Governo ugandesi, aveva organizzato due campi di addestramento militare. Il primo nella regione del West Nile, collocata ai confini con il Congo e il Sud Sudan, il secondo a Minebwe, nella provincia congolese del Sud Kivu. Al RNC era permesso anche di arruolare apertamente nuove reclute presso i rifugiati ruandesi presenti in Uganda. L’obiettivo era quello di preparare una forza di invasione per abbattere il Governo di Paul Kagame. I servizi segreti ugandesi accusavano il Rwanda di supportare gli oppositori politici e di aver infiltrato i loro uomini all’interno dei vertici della Polizia.

Nel marzo 2018, il Presidente Museveni decide di fare un ripulisti tra i vertici della Polizia e dell’Esercito, sostituendo sia gli alti ufficiali sospettati di essere agenti del Rwanda, tra cui il Il Capo della Polizia Generale Kale Kayihura, sia gli alti ufficiali accusati da Kigali di sostenere i ribelli tutsi del RNC, primo tra tutti, il Ministro della Difesa, generale Henry Tumukunde, incaricato di addestrare in territorio ugandese giovani ruandesi arruolati nel RNC.  Il ripulisti era teso a riallacciare i rapporti con il Rwanda in previsione di una nuova e più vantaggiosa suddivisione delle risorse naturali congolesi, concordata con il dittatore Joseph Kabila, in cambio della promessa di non invasione militare e neutralità politica, requisiti necessari per il dittatore congolese per mantenere il potere avendo rinviato le elezioni dal dicembre 2016.

Questo accordo politico segreto non ha retto alla prova dei fatti. Dopo alcuni falliti tentativi di neutralizzare lo scomodo socio in affari -le FDLR-, il Governo di Kinshasa è stato costretto a mantenere inalterata la situazione precedente, quando lo sfruttamento illegale dei minerali avveniva tramite un connubio di interessi tra la famiglia Kabila, lo Stato Maggiore dell’Esercito congolese FARDC, i terroristi ruandesi FDLR e vari gruppi armati congolesi denominati Mai Mai.

Per tentare di tener calmi i bellicosi vicini dell’est al Rwanda è stato permesso di continuare lo sfruttamento intensivo del coltan nel Sud Kivu e all’Uganda dell’oro del Nord Kivu. Il coltan viene abilmente riciclato tramite miniere fantasma in Rwanda e l’oro nella prima raffineria dell’Africa Orientale ad Entebbe, dove è ubicato l’aeroporto internazionale. Tollerate le mire ruandesi sul gas metano presente nel Lago Kiwu, nel Sud Kivu che divide i due Paesi. Così come è stata tollerata anche l’occupazione militare ugandese nel Nord Kivu, ai confini con l’Uganda. Dal dicembre 2017, quando è scattata l’invasione dell’Esercito ugandese con il pretesto di annientare le FDLR, i soldati del UPDF mantengono il controllo di una vasta regione ricca di minerali e petrolio.

Rwanda e Uganda sono rimasti delusi e risentiti sul mancato rispetto degli accordi segreti, indirizzandosi verso politiche destabilizzatrici in Congo, per accedere in pieno al controllo delle risorse naturali dell’est. Politiche favorite da Francia e Stati Uniti che hanno coinvolto le due potenze militari regionali nell’operazione ‘Isolamento e Distruzione’ ideata dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo su ordine del Presidente Donald Trump per abbattere il regime di Kabila qualora si fosse presentato come candidato alle elezioni presidenziali previste nel dicembre 2018 o le avesse nuovamente rinviate.
L’operazione prevedeva una invasione militare del Congo attuata da una forza africana composta da Angola, Congo Brazzaville, Rwanda e Uganda e si inseriva nel complotto americano contro il Governo congolese e nelle strategie del Presidente francese Emmanuel Macron per aumentare il controllo delle risorse naturali congolesi a scapito della Cina.  L’invasione militare è stata annullata dall’abile mossa di Kabila del 9 agosto dove informa che non si candiderà alle Presidenziali nominando il suo delfino, il Ministro degli Interni Emmanuel Ramazani Shadary con il chiaro intento di controllare il Paese e le sue risorse naturali dietro le quinte e presentarsi alla Presidenza nel 2023.

L’inaspettata mossa del dittatore congolese non solo assicura la vittoria di Ramazani nelle prossime elezioni, ormai sicura avendo escluso dalla competizione elettorale pericolosi rivali: Moise Katumbi e Jean Pierre Bemba, grazie all’occulto lavoro sotterraneo della Cellula Africana dell’Eliseo, contraria alla politica di apertura al Rwanda lanciata da Macron, ma ha reso non vantaggiosa per il Presidente Museveni la ritrovata alleanza etnica – economica con il Presidente Kagame, riaprendo la guerra fredda tra i due Paesi.

In questo complicato contesto politico si inserisce l’inaspettata offensiva ribelle in Burundi. Paul Kagame e Yoweri Museveni, che dal 1994 influenzano le sorti della Regione dei Grandi Laghi, sono passati dal progetto di creare un grande impero Hima tutsi allo scontro indiretto per le risorse naturali del Congo. Il progetto dell’impero Hima prevedeva il predominio politico ed economico su tutta l’Africa Orientale da parte della etnia tutsi, a cui sia Museveni che Kagame appartengono.
L’impero Hima è stato abbandonato da Museveni per ragioni sia politiche, legate allo sfruttamento delle risorse naturali congolesi, sia personali. Il Grande Vecchio comprende che la sua stella sta tramontando e Paul Kagame, che lui considera il suo figlio politico, negli ultimi anni ha acquistato un prestigio internazionale e una capacità di gestione di gran lunga maggiori rispetto a quelle detenute dal padrino. Mentre Museveni da anni sogna di diventare il primo Presidente della East African Community, Paul Kagame è alla guida dell’Unione Africana. Il progetto di dominio Hima, se attuato ora, favorirebbe il Rwanda ponendo l’Uganda in un ruolo di secondo piano.

La ripresa della guerra fredda rappresenta un nuovo fattore di destabilizzazione in una regione strapiena di minerali, oro, diamanti, petrolio e gas naturale. Quattro sono i teatri dove questa guerra fredda viene combattuta: Burundi, Congo, Rwanda e Uganda.
Il Presidente Museveni, dopo la guerra a bassa intensità con Kinshasa, consumatasi nelle acque Alberto nel luglio scorso per fermare le incursioni FDLR e Mai Mai contro il Rwanda, ha deciso di sostenere il regime di Kabila, nella speranza di estromettere il Rwanda dallo sfruttamento delle risorse naturali. Ha iniziato a sostenere anche il regime di Pierre Nkurunziza, in Burundi, fornendo aiuti economici e rifornendolo di armi e munizioni.
Il Grande Vecchio sta anche tentando di destabilizzare il Rwanda attraverso i ribelli tutsi ruandesi del RNC. Dal loro addestramento in Uganda sono ora passati alla fase militare. Alleandosi con i terroristi ruandesi delle FDLR hanno già tentato di invadere il Rwanda tre volte dal luglio scorso. Il Generale Kayumba e gran parte dello Stato Maggiore del RNC si trovano attualmente in Burundi e stanno attivamente collaborando con i terroristi FDLR, i miliziani burundesi Imbonerakure e mercenari congolesi denominati Mai Mai per invadere il Ruanda. Una forza calcolata sui 30.000 uomini privi però di mezzi carrozzati, artiglieria e supporto aereo.

In risposta a questa manovra a tenaglia il Rwanda starebbe appoggiando il leader congolese Moise Katumbi in Congo e l’ex cantante reggae Bobi Wine in Uganda. Questo ultimo appoggio ha il chiaro obiettivo di destabilizzare il regime di Museveni tramite un un nuovo leader apparso sulla scena politica ugandese sostenuto dal sottoproletariato urbano. Assieme a dei poteri forti americani dell’area dei Democratici, Paul Kagame starebbe offrendo a Bobi Wine il supporto politico necessario per continuare la lotta per la ‘democrazia’ in Uganda.

Questo supporto ha convinto il giovane parlamentare a ritornare in Uganda, giovedì scorso, dopo l’attentato al Presidente Museveni e le violenze a Kampala, nonostante che il Grande Vecchio gli abbia permesso di fuggire ed esiliarsi negli Stati Uniti per sconfinare la pericolosa protesta giovanile creata dal Presidente dei Ghetti. Kagame comprende bene che Bobi Wine non ha alcuna capacità politica per sostenere uno scontro con Museveni, nè di offrire una valida alternativa di Governo. Bobi riceverebbe il sostegno del Rwanda perché Kagame ha l’obiettivo di creare gravi problematiche di sicurezza interne tanto da costringere il Governo ugandese a distogliere l’attenzione dalle manovre eversive contro il Rwanda.

Per contrastare la minaccia di invasione tentata da FDLR, Imbonerakure, RNC, il Rwanda sembra aver deciso di risolvere il dilemma se concentrarsi sulla difesa del suo territorio o abbattere il regime di Nkurunziza e distruggere le FDLR. Il recente attacco dei ribelli burundesi a Gatumba potrebbe essere il preludio per una offensiva militare tesa ad un cambiamento di regime in Burundi. È venuto a mancare il promesso supporto della ribellione tutsi congolese Movimento 23 Marzo – M23, che nel 2012 mise in grave pericolo il regime di Kinshasa, essendo questo movimento sotto il controllo di Museveni. Secondo alcuni osservatori militari, anche senza il M23 il Coordinamento Unito della ribellione burundese, se ben armato e finanziato, avrebbe la forza necessaria per abbattere il regime di Nkurunziza.

Una futura offensiva ribelle in Burundi, se verrà attuata, non potrà essere direttamente ostacolata dall’Esercito ugandese. Museveni, a causa dell’appartenenza etnica Hima, non può apertamente combattere al fianco di genocidari che uccisero nel 1994 un milione di persone, per la maggioranza tutsi e al regime di Nkurunziza che più volte ha manifestato idee genocidarie contro i tutsi e sta attuando una silenziosa pulizia etnica in Burundi.

La possibilità per le forze ribelli di abbattere il regime di Nkurunziza sono strettamente legate al supporto che riceveranno dal Rwanda. Un supporto che deve essere costante, impegnando molte energie e attenzione. Sembra che esista realmente l’intenzione di Paul Kagame di risolvere la crisi burundese, che è diventata un problema di sicurezza nazionale per il Rwanda, abbattendo il regime tramite le formazioni ribelli, evitando così una invasione diretta del Paese gemello. Questa determinazione è però ostacolata dalle manovre eversive attuate dall’Uganda che stanno coinvolgendo l’apparato di sicurezza nazionale e da una non chiara posizione dell’opposizione politica estremista hutu, di cui recentemente i suoi leader hanno ricevuto la grazia presidenziale e sono stati scarcerati dopo lunghi anni di carcere

Il Presidente Kagame ha recentemente graziato oltre 2.000 prigionieri politici, tra questi la sostenitrice del HutuPower Victoire Umuhoza Ingabire che, nel 2010, ritornata dall’esilio in Olanda, aveva minimizzato il genocidio del 1994 e tentato di organizzare una rivolta hutu in stretta collaborazione con i terroristi delle FDLR stanziati nel vicino Congo.  Per questi reati fu condannata a 15 anni di prigione. Ha inoltre attuato alcune aperture democratiche tra cui concedere al partito di opposizione Green Party (Partito dei Verdi) due seggi al Parlamento il 5 settembre scorso.
Secondo alcune fonti ruandesi, queste grazie e aperture democratiche farebbero parte di un  piano per assicurarsi alleanza e supporto da parte di nemici politici che hanno dimostrato la loro pericolosità nel passato e per calmare le masse contadine hutu, che iniziano a mostrare segnali di insofferenza verso il Governo indebolendo maggiormente i terroristi FDLR.

Il piano ideato da Kagame sembra, però, contenere il rischio che questi pericolosi avversari politici non vogliano rinnegare l’ideologia HutuPower e, quindi, ritornare ad essere una minaccia per la sicurezza nazionale. Questo rischio è reale, infatti, il Presidente Kagame la scorsa settimana ha lanciato un monito agli oppositori politici graziati, avvertendoli che come sono stati liberati possono essere riarrestati. Il monito ha ricevuto la relazione delle Forze Democratiche Unificate – FDU, partito HutuPower creato nell’aprile 2006 da una alleanza tra RRD (Alleanza Repubblicana e Democratica in Ruanda), la AIIJR (Azione per una Giustizia Imparziale Internazionale in Ruanda), le FDLR e la RDA (Alleanza dei Democratici Ruandesi). Per le sue caratteristiche di politica etnica e l’alleanza con l’ala politica dei terroristi FDLR, la FDU è una formazione illegale in Rwanda. «Il Presidente Paul Kagame non tollera alcuna critica e quindi minaccia la Signora Victoire Ingabire di riarrestarla. È una decisione che spetta alla magistratura, qualora Ingabire commettesse un reato, non a Kagame. Queste sono minacce politiche per azzittire l’opposizione e una chiara dimostrazione che in Rwanda manca una separazione dei poteri», ha dichiarato il leader delle FDU Joseph Bukeye.

Victoire Ingabire non si è espressa, oltre ai ringraziamenti fatti al Presidente al momento della sua liberazione che lasciavano intendere una collaborazione con il Governo di Kigali. Il rischio è che la Ingabire sia ora utilizzata dall’Uganda per creare scompiglio e serie problematiche interne qualora la dissidente decidesse di sostenere nuovamente le ideologie HutuPower di supremazia razziale contro il partito al Governo, il Fronte Patriottico Ruandese.

Infiltrazioni dei servizi ugandesi per destabilizzare il Rwanda si sono registrate all’interno della Polizia, costringendo il Presidente Kagame a licenziare o arrestare 230 ufficiali di Polizia, ufficialmente per cattiva condotta. Fonti ruandesi informano che la decisione di liquidare questo alto numero di ufficiale non risiede nella loro cattiva condotta o atti di indisciplina e corruzione, sarebbe stata una mossa preventiva per evitare un colpo di Stato orchestrato in collaborazione con i servizi segreti ruandesi. L’uomo di Museveni incaricato dell’atto eversivo sarebbe l’ex Capo della Polizia, Hubert Gashagaza, andato recentemente in pensione, ritrovato morto all’interno della sua auto martedì 18 settembre.

Questa guerra fredda che si sta consumando dietro le quinte sta mettendo in serio rischio la stabilità della Regione dei Grandi Laghi, promettente sul punto di vista economico, ma minacciata dalla guerra civile in Sud Sudan e dalle crisi politiche in Congo e Burundi che potrebbero portare a conflitti o genocidi. Si sta assistendo ad uno scontro tra Hima Tutsi che potrebbe avere conseguenze nefaste per l’intera regione. Per quanto riguarda il Burundi, alcuni osservatori regionali asseriscono che ora il Rwanda è costretto a scegliere l’opzione militare contro il regime di Nkurunziza utilizzando le forze ribelli burundesi per eliminare il nuovo alleato di Museveni.
Qualora venisse instaurato un nuovo Governo in Burundi (probabilmente composto da hutu e tutsi) Museveni potrebbe comprendere i limiti della sua politica destabilizzatrice della regione ed accettare di risolvere tutte le divergenze (risorse naturali congolesi comprese), trovando soluzioni pacifiche e compromessi tra fratelli Hima.

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