giovedì, Novembre 21

Burundi, Tanzania e Uganda salvano il regime di Nkurunziza

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Il 23° summit dei Capi di Stato della East Africa Community, svoltosi sabato ad Arusha, in Tanzania,  è stato teatro di un colpo di scena davvero inatteso a favore del regime razziale del Presidente illegittimo Pierre Nkurunziza, illegalmente al potere dal luglio 2015. Dopo aver ascoltato i rapporti presentati dai rappresentanti del regime CNDD-FDD e dal gruppo di mediazione regionale sulla situazione politica del Burundi e il dialogo inter burundese i Presidenti Yoweri Kaguta Museveni (Uganda) e John Magufuli (Tanzania) hanno appoggiato il Governo burundese dando il pieno sostegno alle iniziative di mediazione dell’ex Presidente tanzaniano Benjamin Mkapa.

«I Capi di Stato dopo aver esaminato il rapporto sui progressi di pace presentato da Sua Eccellenza Bejamin William Mkapa, mediatore del dialogo inter burundese, ringraziano il suo impegno per la Pace. Il Summit appoggia senza riserve la mediazione e i consigli contenuti nel rapporto consegnato», recita il paragrafo n. 21 del Comunicato ufficiale del 23° Summit dei Capi di Stato della Comunità Economica dell’Africa Orientale. Una decisione controversa in quanto Mkapa ha dimostrato apertamente di simpatizzare per il regime burundese e, a causa delle sue prese di posizione, il dialogo è stato deragliato su binari morti e il ruolo di mediatore rifiutato dall’opposizione.

È stata fissata una data per la ripresa dei dialoghi di pace che si dovrebbero tenere ad Arusha tra il 24 e il 25 maggio. Le modalità di questo incontro sembrano cedere alle richieste del regime. Non si discute sul ruolo di mediatore affidato a Mkapa. All’ordine del giorno non c’è la messa in discussione della legalità di Nkurunziza e del CNDD-FDD, ma verte sulla fine del conflitto sociale e militare per organizzare libere elezioni nel 2020. I membri della opposizione e società civile, sui quali pende un mandato di arresto emesso dal regime, non potranno partecipare all’incontro. I partecipanti dell’opposizione sono invitati a firmare una liberatoria che esime il Governo tanzaniano a garantire loro la sicurezza fisica.

Consapevoli che il Burundi è sull’orlo del fallimento economico, Museveni e Magufuli si sono spinti oltre la difesa politica del regime di Nkurunziza, chiedendo all’Unione Europea di annullare le sanzioni contro il Burundi. «Questo è un nostro problema. Non vogliamo che l’Unione Europea prenda delle misure contro uno Stato membro della EAC senza aver discusso con noi», afferma il Presidente Museveni. «Gli europei hanno deciso delle sanzioni contro il Burundi. Sarebbe stato più saggio concentrarsi sulle difficoltà interne della Unione Europea dopo il Brexit», afferma il Presidente Magufuli. La delegazione burundese ha colto l’occasione per rilanciare le accuse contro il Rwanda di ospitare nel suo territorio i gruppi ribelli burundesi e di sostenere le attività terroristiche nel nord del Burundi. Ha inoltre annunciato la sua ferma volontà ad eliminare dalla Costituzione il limite dei mandati presidenziali per permettere ad Nkurunziza di accedere ad un quarto mandato alla Presidenza.

Le inaspettate prese di posizione scaturite dal 23° Summit della EAC hanno suscitato reazioni di sdegno. L’Ambasciatore europeo alla EAC, Roeland Van De Geer, ha chiarito che «Le sanzioni rimarranno in vigore fino a quando la situazione in Burundi non cambierà». Da Bruxelles è giunta anche la richiesta di riaprire l’ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite chiuso da Nkurunziza nell’ottobre 2016. Amnesty International parla di una occasione mancata da parte della EAC per trovare una soluzione alla crisi burundese. Il Segretario Generale, Salil Shetty, aveva chiesto ai Capi di Stato EAC prima del summit di dare priorità alla fine delle continue violazioni dei diritti umani in Burundi.

Grande la delusione di Gabriel Rufyiri, una delle figure più importanti della società civile burundese che aveva richiesto alla EAC di salvare la popolazione burundese dal regime tirannico. «Immaginate che il Paese non ha più elettricità, cibo e medicinali. È un Paese in totale banca rotta. Lanciamo un grido d’allarme rivolto ai Capi di Stato della EAC affinché prendano delle misure idonee per riportare la pace in Burundi. Tutta la popolazione burundese guarda con speranza al 23° Summit EAC. Per questa ragione domandiamo a tutti i Capi di Stato della EAC di costringere le parti in conflitto, e particolarmente il governo, a raggiungere il tavolo delle negoziazioni. Se non sarà fatto nulla in questa direzione si condannerà il Burundi alla impossibilità di uscire dall’attuale inferno». Questo l’appello lanciato da Rufyiri alla vigilia del Summit. Appello evidentemente inascoltato.  La piattaforma dell’opposizione politica burundese CNARED esprime il suo più grande rammarico per le decisioni prese al 23° Summit EAC che rappresentano «l’ennesima umiliazione del popolo burundese e della democrazia in Burundi».

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