giovedì, Febbraio 20

Burundi – Ruanda: tensioni sui profughi Il portavoce del regime burundese, Philippe Nzobonariba, ha accusato Kigali di continuare a offrire rifugio ai movimenti ribelli

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Dalla crisi burundese iniziata nell’ aprile 2015 i rapporti diplomatici e la cooperazione economica tra Kigali e Bujumbura si sono deteriorati arrivando a un clima di guerra fredda. Il regime razial nazista del Signore della Guerra Pierre Nkurunziza (illegalmente al potere dal luglio 2015) ha più volte accusato il governo ruandese di essere l’ideatore del fallito Golpe del maggio 2015, di ospitare i Generali e soldati disertori e di favorire il reclutamento di miliziani presso i profughi burundesi ospitati in Ruanda per conto dei movimenti di opposizione armata burundesi: FOREBU (ora Forze Popolari del Burundi FPB  ) e RED Tabara.

Kigali, a sua volta, accusa il governo burundese di essersi alleato con il movimento terroristico Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda, FDLR (responsabile del genocidio del 1994) per instaurare in Burundi uno Stato HutuPower terrorista con l’obiettivo di riconquistare il Ruanda dopo la sconfitta inferta alle forze reazionarie del Presidente Juvenal Habyarimana nel luglio 1994, quando l’esercito di liberazione guidato dall’attuale Presidente Paul Kagame pose fine all’ Olocausto Africano del Ventesimo secolo.m fai

Martedì 5 aprile il governo burundese ha accusato il Ruanda di tenere i rifugiati burundesi in ostaggio impedendogli di rientrare nel Paese e di addestrare milizie con l’obiettivo di destituire l’ex Presidente Pierre Nkurunziza e il suo partito razial nazista CNDD-FDD. Il portavoce del regime burundese, Philippe Nzobonariba, ha inoltre accusato Kigali di continuare a offrire rifugio ai movimenti ribelli e di star reclutando centinaia di minori tra i profughi ruandesi per prepararsi ad una offensiva militare contro Bujumbura. «Queste azioni costituiscono una grave violazione delle convenzioni internazionali in difesa dei rifugiati che anche il Ruanda ha sottoscritto. Queste convenzioni internazionali proibiscono di reclutare, addestrare e armare i rifugiati» afferma ai media regionali il portavoce Nzomoariba.

Il Ministro ruandese di Stato per gli Affari Esteri presso la Comunità Economica dell’Africa Orientale, Olivier Nduhungirehe, interpellato dai media regionali, ha smentito che il suo governo stia tenendo in ostaggio i rifugiati burundesi presenti nel territorio o che compia attività di reclutamento e addestramento militare presso i campi rifugiati. Nduhungirehe ha inoltre fatto notare che la scorsa settimana 2.500 rifugiati burundesi recentemente giunti dal Congo sono stati rimpatriati in Burundi in quanto avevano rifiutato di sottoporsi al riconoscimento biometrico delle loro identità. Ironicamente questa ondata di rifugiati dal Congo era stata originata dalla paura di deportazioni delle autorità congolesi.

Secondo alcune fonti locali la scelta di non ospitare i profughi provenienti dal Congo è stata presa dalle autorità civili e militari ruandesi per evitare il rischio di infiltrazioni di miliziani burundesi Imbonerakure e dei terroristi delle FDLR. «Il nostro governo è particolarmente sensibile alla tragedia umanitaria in atto nel vicino Burundi ma non può correre il rischio di destabilizzazioni. I profughi burundesi giunti dal Congo si sono rifiutati di sottoporsi al riconoscimento biometrico delle loro identità. Sembra che l’origine di questo rifiuto sia di natura religiosa ma senza il necessario riconoscimento delle loro identità il governo ruandese e le forze armate hanno il diritto di sospettare infiltrazioni di forze negative e ostili che potrebbero confondersi tra i rifugiati per insediarsi in Ruanda e compiere azioni eversive e atti terroristici», ci spiega una fonte diplomatica ruandese chiedendo l’anonimato.  

Lo scorso febbraio 33 rifugiati burundesi appartenenti ad una setta guidata dal “Profeta” Zebiya Ngendakumana sono stati arrestati a seguito del loro rifiuto di sottoporsi alla loro identificazione come prevedono le norme del Alto Commissariato ONU per i Rifugiati UNCHR.  Eusebie Ngedakumana, noto come il Profeta Zebiya, è nato presso la Collina Businde, provincia di Kayanza, Burundi. Ex prete cattolico, Zebiya nel 2012 affermò di essere in contatto con la Vergine Maria da quasi vent’anni e di aver ricevuto la missione di promuovere una crociata contro il potere temporale del maligno che governa il Burundi. I fedeli di Zebiya sono ex cattolici convertiti alla nuova religione. Nel 2013 il Vescovo di Ngozi denunciò Zebiya di aver creato una setta contraria ai principi cristiani. Le autorità burundesi nello stesso anno misero fuori legge questa setta.  La scomunica della Chiesa Cattolica fa seguito ad un attacco alla Parrocchia di Rukago attuato dalla sette il 21 ottobre 2012 dove tre persone furono seriamente ferite e ad altri incidenti simili avvenuti in varie parrocchie della provincia di Kayanza.

Nel marzo 2013 la setta si scontrò con la polizia nella provincia di Kayanza. Nello scontro morirono 10 persone sotto il fuoco dei poliziotti. A seguito di una protesta internazionale alcuni ufficiali di polizia furono arrestati e accusati di massacro. Altri scontri tra i fedeli di Zebiya e le forze dell’ordine si registrarono nei mesi successivi al episodio. Dal 2014 Zebiya si è dato alla macchia accusato dalle autorità burundesi di atti eversivi e attacchi contro la Chiesa Cattolica. La setta comunque non si è mai trasformata in un movimento armato.

Il portavoce del governo burundese Nzomonariba ha accusato il governo ruandese anche di star preparando un attacco militare previsto durante il referendum del prossimo maggio. Il referendum ha come obiettivo di convalidare la revisione della Costituzione adottata dal governo illegale nel ottobre 2017 che prevede di fatto che il dittatore Pierre Nkurunziza possa candidarsi per un numero illimitato di mandati, ognuno dalla durata di sette anni, a partire dal 2020. Il referendum è talmente impopolare che il regime sta utilizzando polizia e milizie Imbonerakure per costringere con la forza la popolazione a registrarsi alle liste e ad andare a votare.

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