venerdì, Agosto 23

Burundi – ONU: scoppia la crisi sulle truppe in Somalia La decisione di ridurre gli uomini dell'AMISOM, in maggioranza burundesi, preoccupa Pierre Nkurunziza perché è un duro colpo all'economia del regime

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Il Presidente Pierre Nkurunziza ha chiuso i rapporti diplomatici come Michel Kafando, ex presidente della Burkina Faso e nominato dall’ONU nel 2017 Inviato Speciale per il Burundi. A rischio anche le agenzie ONU presenti in Burundi che potrebbero essere chiuse per rappresaglia alla decisione presa di ridurre considerevolmente la forza di intervento africana AMISOM che combatte gli estremisti islamici in Somalia.

La crisi creatasi non sembra l’ennesima stravaganza del sanguinario dittatore che sogna di diventare Re in un Regno mono-etnico hutu. A dimostrazione della gravità della crisi la Francia ha inviato suoi rappresentanti a Bujumbura per discutere della questione a porte chiuse. Al momento non è trapelata alcuna notizia dell’incontro. Il portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq in un comunicato stampa ha dichiarato che nessuna comunicazione ufficiale è pervenuta dal governo burundese riguardo la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Inviato Speciale ONU e quantomeno della minaccia di chiudere le agenzie delle Nazioni Unite presenti nel Paese.

La rottura diplomatica con Kafando equivale a cancellare ogni possibilità di risolvere la crisi burundese iniziata nel 2015. La chiusura delle agenzie ONU equivale ad un suicidio economico. Oltre a rappresentare un non trascurabile afflusso di valuta pregiata nelle disastrate casse del Burundi, queste agenzie danno da lavorare a non meno di 10.000 burundesi che si troverebbero improvvisamente sulla strada aumentando la disoccupazione, la miseria e i rancori verso il regime. Inoltre queste misure aumenteranno l’isolamento internazionale del Burundi mettendo in una difficile posizione gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza che fino ad ora hanno difeso e protetto il regime del CNDD e Nkurunziza: Cina e Russia. Grazie al loro veto molte risoluzioni ONU promosse da Stati Uniti e Unione Europee per abbattere il regime non sono passate.

Se il governo burundese si pone in un’aperta situazione conflittuale con le Nazioni Unite, Pechino e Mosca avranno vita difficile a continuare la loro opera di protezione verso un Paese che, in piena crisi politica ed economica interna e con la sempre presente minaccia di genocidio, si pone al di fuori del monitoraggio delle Nazioni Unite rompendo le relazioni diplomatiche. Nonostante tutte queste controindicazioni Nkurunziza potrebbe portare avanti questa guerra diplomatica contro le Nazioni Unite. Vi è anche il precedente. Nel maggio 2018 il governo burundese ordinò la chiusura dell’ufficio ONU per i Diritti Umani presente a Bujumbura da 23 anni come rappresaglia ai suoi dettagliati rapporti sulla violazione dei diritti umani e sul rischio di un genocidio.

La crisi diplomatica creata dal regime burundese ha precise origini economiche. Il Consiglio di Sicurezza ONU venerdì 31 maggio ha ufficializzato il ritiro di 1000 soldati dalla missione di pace AMISOM in Somalia. La maggioranza di essi appartiene al contingente burundese. La decisione è però revocabile qualora si noti un’escalation delle violenze perpetuate dal gruppo terroristico Al-Shabaab che è associato con Al-Qaeda e il DAESH. La decisione è stata presa grazie alle forti pressioni della Gran Bretagna e non ha riscontrato il veto di Cina e Russia. Il Burundi accusa il Consiglio di Sicurezza di mirare deliberatamente le truppe burundesi in Somalia per motivi politici contrari al Burundi.

Un’accusa lanciata fin dallo scorso febbraio quando il Burundi riuscì a convocare un summit straordinario presso l’Unione Africana per discutere della AMISOM in Somalia. Il summit si chiuse con un nulla di fatto all’infuori di un blando consiglio alle Nazioni Unite di non ridurre gli effetti della AMISOM per non compromettere i risultati militari fino ad ora ottenuti contro il terrorismo islamico salafista. Che la maggioranza dei soldati che si dovrebbero ritirare dalla AMISOM siano burundesi era chiaro fin dal 28 febbraio 2019. «Il Consiglio di Sicurezza e Pace dell’Unione Africana in concerto con il governo del Burundi hanno espresso la loro contrarietà alla decisione di ridurre le forze del contingente di pace AMISOM. Una decisione che dietro nasconde un evidente attacco politico al Burundi», dichiarò il Presidente Nkurunziza lo scorso febbraio.

Dinnanzi alla decisione presa dal Consiglio di Sicurezza ONU ora il regime burundese sta tentando di giocare l’ultima carta rimasta: creare una profonda discordia tra i partner istituzionali della missione di pace in Somalia cioè Nazioni Unite, Unione Europea e Unione Africana. Emissari del regime burundese sono stati inviati al Cairo per cercare alleanze e appoggi politici dal presidente – generale Abdel Fattah Saeed Hussein Khalil El-Sisi, attuale Presidente di turno presso l’AU che ha sostituito il presidente ruandese Paul Kagame. Gli emissari di Nkurunziza hanno chiesto al generale El-Sisi di intervenire per riparare la profonda ingiustizia inflitta al Burundi dalle Nazioni Unite.

Quali sono i motivi di questa difesa ad oltranza della presenza in Somalia delle truppe burundesi? Il contingente burundese (forte di 5,432 uomini) rappresenta il nucleo delle truppe AMISOM assieme a quelle ugandesi ed etiopi. Nel 2019 dopo anni di successi, l’Uganda ha passato il comando militare della missione di pace all’Etiopia. Su una paga media di 1200 dollari a soldato versata direttamente alle Banche Centrali dei Paesi che partecipano militarmente alla AMISOM, nelle disastrate cassa burundesi entrano mensilmente 6,5 milioni di dollari di cui meno della metà finisce nelle tasche dei soldati del contingente in forma di stipendio.

Ora si parlerebbe di 1,2 milioni di dollari mensili in meno. Un vero e proprio disastro visto le gravi condizioni economiche in cui versa il Burundi anche e soprattutto a causa delle sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea a cui hanno aderito in forma non ufficiale gli Stati Uniti. Oltre a questo costante afflusso di valuta pregiata che sarebbe ridotto quasi del 20%, vi sarebbero forti riduzioni nel rimborso ricevuto per coprire i costi logistici del contingente e i fondi elargiti per acquisto armi e munizioni da impiegare contro i terroristi islamici in Somalia. Con la richiesta di aiuto al Generale El Sisi il regime burundese spera di bloccare la decisione presa.

Vi è inoltre un rischio politico militare legato al ritorno delle truppe burundesi di stanza in Somalia. La maggioranza di esse, siano soldati Hutu o Tutsi, sono palesemente contrarie a Nkurunziza, alla sua politica etnica. In particolar modo non hanno mai perdonato al dittatore le epurazioni contro l’esercito che è stato privato di validissimi generali per venir rimpiazzati da fedelissimi del regime totalmente incompetenti. Lo chiamano ‘effetto Stalin’ riferendosi alla nefasta decisione del dittatore sovietico di eliminare tutti i generali della Armata Rossa fedeli a Lenin e Trotzki per sostituirli con fedeli dello stalinismo. Decisione che permise alla Wehrmacht di invadere e quasi conquistare la Russia in quanto i nuovi generali erano fedeli a Stalin ma totalmente incompetenti nell’assicurare la difesa della patria. L’offensiva sovietica contro i nazisti che dal fiume Don e Stalingrado arrivò a Berlino decretando l’annientamento di Hitler, fu possibile solo dopo aver richiamato i generali caduti in disgrazia e inviati nei gulag della Siberia.

I soldati del contingente burundese in Somalia (composto da unità d’élite) non solo criticano queste epurazioni politiche che indeboliscono l’efficacia dell’esercito ma non hanno perdonato a Nkurunziza la decisione di mettere le forze di difesa sotto il comando dei terroristi ruandesi delle FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda).

La decisione presa dal Consiglio di Sicurezza ONU del parziale ritiro di truppe AMISOM in Somalia rientra nel piano di ritiro generale concordato con l’Unione Africana. Entro il 2020 la difesa della Somalia passerebbe al suo governo e alle sue forze armate con totale ritiro delle truppe AMISOM. Il nocciolo del problema è insito sulla nazionalità dei primi 1000 soldati soggetti al ritiro parziale: per la maggioranza burundesi. Secondo esperti regionali, la decisione presa dal Consiglio di Sicurezza asseconda la strategia adottata dall’Unione Europea verso il Burundi: distruggere in toto l’economia nazionale per creare le basi di una rivolta di massa della popolazione contro il regime. Una strategia che sembra funzionare. Il Burundi si trova in una situazione economica ben peggiore di quella del Venezuela. In Burundi ora si muore di fame nelle campagne abitate prevalentemente da hutu. In città il cibo scarseggia e costa troppo.

Se si analizza in generale il piano di progressivo ritiro delle truppe e passaggio di consegne al governo somalo, piano che dovrebbe concludersi entro un anno, sonomolte le critiche avanzate da esperti militari e governi anche occidentali, tra cui gli Stati Uniti. La Somali National Armi (SNA) non è ancora pronta a fronteggiare da sola i terroristi di Al-Shabaab. Molti soldati somali non ricevono regolarmente lo stipendio tutti i mesi. Pur essendo stato armato e addestrato, l’esercito somalo non è ancora considerato in grado di combattere al massimo delle sue potenzialità. Un ritiro delle truppe africane potrebbe facilitare la riconquista del Paese da parte delle Al-Shabaab. Anche il governo centrale di Mogadiscio è considerato troppo debole per fronteggiare gli estremisti islamici. Il sostegno militare diretto o indiretto garantito da Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Emirati Arabi e Gran Bretagna non sarebbe sufficiente a distruggere definitivamente Al-Shabaab qualora i soldati somali rimanessero soli a fronteggiare queste milizie islamiche che si stanno rafforzando grazie all’afflusso dei ‘foreign fighters’, mercenari stranieri reclutati anche in Europa.

Le minacce proferite contro le Nazioni Unite dal dittatore burundese rappresentano un elemento nuovo della crisi di questo Paese che deve essere esaminato attentamente per individuare eventuale dialogo per risolvere la crisi diplomatica o ritorsioni in caso che questa crisi diventi irreversibile. Per questi motivi il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha bruscamente cancellato una riunione in Burundi prevista per martedì 4 giugno dopo che il governo del Burundi ha chiarito che era pronto a porre fine alle relazioni con Michel Kafando. 

L’isolamento del Burundi a livello internazionale si sta rafforzando. Venerdì scorso la SADC – Southern African Development Community ha rifiutato la domanda presentata dal regime di Bujumbura di divenire Stato membro. La decisione è stata presa dal Presidente della Namibia Hage Geingob, presidente di turno della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Settentrionale. Nonostante che le forze HutuPower abbiano sempre riscontrato una simpatia e un supporto da parte del African National Congress del Sud Africa, le violazioni dei diritti umani, la mancanza di democrazia e libertà, la minaccia di genocidio sempre incombente e l’alleanza politica militare con il gruppo terroristico ruandese FDLR violano direttamente i requisiti di base richiesti ad una Nazione per far parte della SADC.

«La missione di valutazione della SADC si è recata in Burundi constatando gravi carenze sui piani democratico e rispetto dei diritti umani, requisiti primi per poter favorevolmente valutare la domanda di adesione alla comunità economica. A questo si aggiungono le tensioni tra Burundi e Ruanda che sono fonte di preoccupazione regionale. A seguito della missione è stato valutato che il Burundi non è ancora pronto per entrare nella SADC. Prima deve risolvere i suoi problemi interni» afferma il Presidente Geingob durante una sua visita ufficiale in Tanzania.

Il rifiuto della SADC è un duro colpo per il regime che sperava di poter trarre benefici economici divenendo Paese membro. Il Burundi è membro della East African Community ma a causa della crisi politica, della collaborazione con le FDLR e delle continue tensioni con il Ruanda, di fatto la EAC sta applicando un embargo economico non dichiarato, riducendo al minimo ogni scambio commerciale in attesa che la vita politica si stabilizzi e che la democrazia venga ripristinata in Burundi.

In un grottesco quanto disperato tentativo, il governo burundese ha lanciato una promozione turistica su YouTube: ‘Burundi/Things to do in Bujumbura!‘ (‘Burundi. Cose da fare a Bujumbura’) dove una testimonial tenta di promuovere le attrazioni turistiche della capitale offrendo una guida pratica ai potenziali turisti. Ovviamente il video mostra un paradiso idilliaco con tanto di riprese video nei quartieri con gente sorridente e musica ovunque. Evidentemente prima di girare il video, le autorità avranno pudicamente rimosso dalle strade i cadaveri delle vittime delle Imbonerakure, della sera precedente.

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