venerdì, Novembre 15

Burundi, no alla Commissione di inchiesta ONU e fuori dalla Corte Penale Internazionale La riunione speciale a Ginevra per il rinnovo del mandato della Commissione di Inchiesta sul Burundi ha evidenziato le divergenze della comunità internazionale sulla crisi

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Una riunione speciale si è svolta a Ginevra per il rinnovo del mandato della Commissione di Inchiesta sul Burundi. La riunione ha evidenziato le divergenze all’interno della comunità internazionale riguardo la crisi politica burundese acuitasi nell’aprile 2015 su cui ora incombe il rischio di genocidio a causa dell’aumento di potere e influenza politico militare delle milizie Imbonerakure e dei terroristi ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR). 

La Commissione di Inchiesta sul Burundi (COI) è stata creata dal Consiglio Nazioni Unite per i Diritti Umani il 30 settembre 2016 grazie alla risoluzione ONU n. 33/24. Il suo mandato è stato rinnovato altre due volte : il 4 ottobre 2017 (risoluzione n 36/19), 28 settembre 2018 (risoluzione n. 39/14).  La COI ha il mandato di indagare sulle violazioni dei diritti umani e sugli abusi commessi in Burundi a partire dall’Aprile 2015 ad oggi, includendo anche i crimini interazionale per contribuire alla lotta contro l’impunità. 

La COI può formulare raccomandazioni tese a garantire che gli autori delle violazioni dei diritti umani e collegati crimini siano processati per le loro azioni. Lavora assieme al opposizione, ONG, società civile, rifugiati, Nazioni Unite, Unione Europea, Unione Africana e con l’Alto Commissariato Unione Africana per i Diritti dei Popoli. É vincolata a fare due rapporti semestrali per la Commissione ONU Diritti Umani e rapporti straordinari se sussistono novità allarmanti da riportare con urgenza

Durante il suo mandato la COI ha prodotto diversi rapporti interni di cui due sono stati resi pubblici. Tutti i rapporti sottolineano una preoccupante radicalizzazione del regime razziale, un aumento delle violenze, della repressione, la progressiva influenza delle Imbonerakure e FDLR e il reale rischio di un genocidio contro la minoranza tutsi

Il regime burundese non ha mai collaborato con la Commissione di Inchiesta accusandola di essere uno strumento in mano alla potenze «imperialiste nemiche del Burundi». Per ostacolare le inchieste della Commissione, nel dicembre 2018 il regime ha ordinato la chiusura degli uffici del Consiglio Nazioni Unite per i Diritti Umani a Bujumbura.

A livello internazionale nelle settimane precedenti alla riunione gravavano sul tema molte aspettative. Il 2 agosto varie organizzazioni burundesi, africane e internazionali hanno sottomesso alle Nazioni Unite, una lettera a favore del rinnovo del mandato: «Il lavoro eseguito dalla Commissione di Inchiesta per il Burundi fornisce un quadro chiaro della cruciale situazione dei diritti umani in Burundi. La situazione nel Paese si è fortemente deteriorata dopo l’annuncio del Presidente Pierre Nkurunziza di voler accedere ad un terzo mandato nell’aprile del 2015. La COI ha documentato varie violazioni dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Le voce critiche e indipendenti, la società civili, i difensori dei diritti umani, i giornalisti sono stati tutti ridotti al silenzio. Nel 2018 il Governo, che non ha mai collaborato con le indagini condotte dalla COI, ha ordinato la chiusura degli uffici dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani sospendendo anche le ultime ONG e associazioni burundesi indipendenti. Ha inoltre vietato ogni servizio informativo a Voice of America e alla British Boradcasting Corporation BBC. Ora che le elezioni del 2020 si stanno avvicinando, noi pensiamo che la capacità di monitoraggio dimostrata dalla COI sia di cruciale importanza. Il contesto pre elettorale potrebbe attivare varie tensioni politiche e un aumento delle violazioni dei diritti umani. Durante il 2018 e il 2019 le organizzazioni burundesi e internazionali in difesa dei diritti umani hanno continuato a denunciare le gravi e generalizzate violazioni che vengono compiute in un contesto di totale impunità».

La riunione è stata aperta dal presidente della COI, Doudou Diène che ha sottolineato l’importanza di ottenere un terzo mandato in quanto la Commissione è il solo meccanismo indipendente che possa assicurare un monitoraggio imparziale e credibile sulle violazioni dei diritti umani in Burundi. Il successivo intervento è stato dell’Ambasciatore burundese a Ginevra, Rénovat Tabu che, come prevedibile, ha rigettato il contenuto dell’ultimo rapporto della Commissione in quanto non corrisponderebbe alla realtà e ha accusato la COI di agire sotto istigazione dell’opposizione al regime.

Mentre il rappresentante della Cina si è chiuso in un saggio silenzio, gli ambasciatori di Russia, Venezuela e Camerun hanno preso le difese del regime di Gitega. La Russia ha affermato che l’operato della COI è una palese violazione delle questioni interne di un Stato sovrano e si domanda quale autorità possiede la COI per esaminare queste questioni interne. Mosca si è poi schierata per il non rinnovo del mandato e chiede che le attività della Commissione siano affidate all’Unione Africana. Un richiesta astuta visto che la diplomazia russa ha la forza di influenzare la UA ma non la Commissione ONU per il Burundi. 

Il Venezuela ha denunciato la grave violazione della sovranità del Burundi perpetuata dalla COI suggerendo la creazione di un vago Comitato di esame periodico universale come solo meccanismo idoneo a occuparsi della crisi burundese. L’intervento del Venezuela, oltre che essere confuso, ha evidenzitoa tutta la debolezza del regime di Nicolas Maduro, Presidente della Repubblica Boliviana del Venezuela. Alcuni commentatori ipotizzano che la difesa del regime burundese sia stata fatta per paura che inizino simili pressioni internazionali sulla crisi venezuelana. Maduro sembra incapace di portare avanti le politiche sociali ed economiche di Hugo Chavez e di fatto ha distrutto il Paese, aumentando la repressione e rischiando la guerra civile

Il Camerun ha difeso a spada tratta il regime di Gitega. Una difesa scontata in quanto il Presidente Paul Biya da ormai tre anni è impegnato in una sanguinaria repressione del movimento indipendentistico del nord anglofono. Una repressione che è sfociata in guerra civile in cui sono stati commessi dal governo gravi crimini di guerra contro le popolazioni anglofone civili e disarmate. Una repressione che non sta dando i risultati sperati. Al contrario, sta indebolendo il regime di Biya (ininterrottamente al potere dal 6 novembre 1982). Una settimana fa il Presidente Biya  ha annunciato un Dialogo Nazionale per risolvere la guerra civile contro il nord anglofono dopo aver constato l’incapacità di vincerla. Il Dialogo Nazionale tende a sostituire incontri di pace tra il governo e i ribelli nordisti al fine di non riconoscerli come entità politica. Gli indipendentisti del Nord non hanno ancora risposto mentre i partiti di opposizione chiedono l’amnistia generale per i detenuti anglofoni come condizione per avviare il dialogo nazionale. 

La maggioranza degli interventi sono stati a favore del rinnovo del mandato alla COI. L’Unione Europea ha sostenuto senza riserve la COI dichiarandosi favorevole ad un rinnovo del mandato e deplorando che il Burundi non abbia dichiarato ufficialmente l’epidemia di malaria scoppiata nelle ultime settimane che ha causato diverse vittime solo per non danneggiare la sua immagine internazionale. Anche il Belgio ha sostenuto in toto i rapporti della COI e condanna il regime burundese per la sospensione dei media internazionali, la chiusura degli uffici Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, sottolineando che l’escalation delle violazioni dei diritti umani in Burundi rappresenta un allarme internazionale. 

La Svizzera ha insistito sulla preoccupante ascesa della milizia paramilitare HutuPower, le Imbonerakure che sono i principali attori delle violazioni dei diritti umani che beneficiano di totale impunità e, secondo la Svizzera, dovrebbero essere sradicate per il bene del Burundi. La Spagna ha condannato le violenze perpetuate dal regime e chiede la governo burundese di tradurre in giustizia gli autori delle innumerevoli violazioni. Ha richiesto inoltre che il governo riprenda immediatamente la collaborazione con le Nazioni Unite. La Danimarca ha sostenuto la COI, condannando la repressione dei media locali e internazionali e chiedendo al governo di Gitega l’immediata ripresa del dialogo politico con l’opposizione al fine di poter risolvere la crisi politica in corso. 

Il Lussemburgo ha sostenuto il rinnovo del mandato della COI condannando gli insulti indecenti che le autorità burundesi hanno lanciato contro la Commissione e i suoi esperti. L’Australia si è allineata alla posizione del Lussemburgo. I Paesi Bassi, sostenendo la COI, hanno chiesto al governo burundese di prendere tutte le misure necessarie per riprendere la cooperazione con la COI e l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani.

Le posizioni più inaspettate e interessanti sono state quelle di Francia e Tanzania. Parigi sostiene in pieno l’operato della Commissione e incoraggia la lotta contro l’impunità considerata dall’Eliseo come una priorità per risolvere la crisi burundese che dura da 4 anni. Una strana presa di posizione che potrebbe nascondere un doppio gioco diplomatico francese. Da ricordare che, dopo aver violate per anni le sanzioni UE consegnando armi al regime burundese, la Francia in totale segreto e in palese violazione della politica europea verso il Burundi, nell’ottobre 2018, ha ripreso a sostenere economicamente e militarmente il regime HutuPower per ragioni economiche e politiche. Ora in Burundi sono presenti anche dei consiglieri militari francesi che cooperano con il regime e, forse, anche con le Imbonerakure e le FDRL. Non dimentichiamoci che le FDLR sono state create nel 2000 proprio dalla Francia che non ha mai sospeso il loro sostegno finanziario, politico e militare. 

La Tanzania ha sostenuto in pieno il rapporto e le conclusioni della Commissione e ha chiesto maggiori finanziamenti internazionali per meglio gestire la situazione dei rifugiati burundesi nel suo territorio. Il Presidente della Commissione ha ringraziato la delegazione del Paese africano per il sostegno ricevuto dichiarando che la Tanzania è un Paese destinato a giocare un grande ruolo nella risoluzione della crisi. Il sostegno del governo di Dodoma alla Commissione è risultato anomalo in quanto le simpatie ideologiche razziali tra Bantu e Hutu hanno sempre caratterizzato i rapporti tra i due Paesi e lo continuano a farlo. A fine agosto, il governo di Dodoma ha annunciato l’attuazione di rimpatri forzati mensili di 2.000 profughi burundesi fino a quanto di campi profughi non si svuoteranno. La decisione è stata duramente condannata dall’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) e contestata a livello internazionale. 

L’Italia ha scelto di non esporsi. Un atteggiamento contraddittorio alla politica fino ad ora adottata verso il Burundi che era in linea con le direttive europee. Un silenzio non comprensibile che dimostra l’attuale debolezza del nostro Paese in politica estera. Tutte le ONG internazionali in difesa dei diritti umani hanno preso la parola sostenendo il rinnovamento del mandato della Commissione. 

In chiusura, Doudou Diène ha rinnovato l’allarme di rischio di genocidio e ha voluto precisare che il rinnovo del mandato permetterà alla Commissione di focalizzarsi su due priorità: continuare ad assicurare il monitoraggio delle violazioni e allertare la comunità internazionale sulla gravità della situazione in Burundi.

A giorni sarà deciso il probabile rinnovo del mandato della Commissione di Inchiesta ONU sul Burundi. La riunione tenutasi a Ginevra sottolinea la strategia delle Nazioni Unite di creare forti pressioni internazionali sul regime di Pierre Nkurunziza al fine di trovare una soluzione alla crisi politica. Una soluzione che tutti sanno può essere realizzata solo sul piano militare in quanto il regime CNDD-FDLR ha dimostrato alcuna volontà di dialogo e il rischio di genocidio nel Paese sta progressivamente e drammaticamente aumentando. 

Le reazioni del regime dopo la chiusura della riunione sono state, come prevedibili, convulse e pieno di odio e astio, cercando di assumere il ruolo di vittime di un complotto internazionale contro la “democrazia” e il popolo burundesi. Willy Nyamitwe, consigliere del Presidente ha definito Doudou Diène e la Commissione come partigiani, politicamente motivati. Il rapporto della COI sarebbe stato dettato dalla Unione Europea, nemica del Burundi, secondo Nyamitwe. 

«Dinanzi alle patetiche illusioni della Commissione che vuole corrompere la coscienza dell’umanità per recare danno al Burundi il governo risponde ignorando i suoi meccanismi di menzogne, diffamazione, molestie diplomatiche. La delegazione del Burundi profitta di questa occasione per domandare alla comunità internazionale di rendersi contro che tre mandati conseguitivi concessi alla COI portano alla rovina finanziaria dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani senza risolvere nulla» ha scrittoNyamitwe nella sua pagina Twitter da alcuni giorni stranamente piena di suoi interventi deliranti contro la COI e le Nazioni Unite.  

L’Ambasciatore burundese a New York parla di un complotto internazionale contro le istituzioni democratiche del Burundi che dura dal 2015. Ninette Mutoni, segretario nazionale incaricato delle comunicazione e relazioni pubbliche del partito al potere CNDD-FDD (stretto alleato dei terroristi FDLR) parla di una volgare propaganda occidentale che ben presto verrà sconfitta dal Burundi grazie a libere, trasparenti e pacifiche elezioni elettorali. L’Ambasciatore Mfumukeo, segretario regionale della East African Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale) ha denunciato i «cliché apocalittici non veritieri e le dichiarazioni ad effetto» della Commissione tese a screditate il Burundi. 

Due giorni fa la Commissione di Inchiesta sul Burundi ha informato di avere pronta una lista dettagliata dei responsabili dei crimini contro l’umanità commessi in Burundi. La lista sarà consegnata alla Corte Penale Interazionale. La CPI ha già aperto una inchiesta contro il Burundi nel 2017. Come risposta il regime ha decretato l’uscita come Stato membro della CPI. La lista della Commissione, associata all’ultimo rapporto redatto, sono strumenti giuridici più che sufficienti per accelerare l’inchiesta della CPI e per emettere ordini di arresto internazionali contro il Presidente Nkurunziza e la maggior parte del suo governo e alti ufficiali di esercito e polizia. 

Nonostante che il Prete Re Nkurunziza affermi che le iniziative della CPI non avranno effetti pratici, nel regime e suoi sostenitori della diaspora in Europa si sta diffondendo forti inquietudini sul loro futuro e sulla tenuta del regime. Il CNDD-FDD, alleatosi con i terroristi FDLR, promuovendo la ideologia di morte HutuPower, inaudite violenze sui suoi cittadini e minacciando continuamente il genocidio utilizzato come minaccia per impedire un intervento militare, si è spinto troppo oltre per permettere un processo di riconciliazione nazionale. 

Ormai si parla solo di Liberare il Paese e di portare davanti alla giustizia i criminali, Pierre Nkurunziza e i suoi complici.  Nonostante queste fondate paure la propaganda del regime tenta di incoraggiare i suoi sostenitori, affermando che il CNDD-FDD rimarrà al potere «fino al ritorno di Cristo» e che le elezioni del 2020 saranno libere, trasparenti e credibili. 

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