domenica, Settembre 27

Burundi, Nkurunziza e la fuga dalla Corte dell’Aja Il Governo regolarizza la presa del potere di Pierre Nkurunziza

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A pochi giorni dalla decisione della Corte Penale Internazionale se aprire o meno una inchiesta giudiziaria contro il regime burundese per i crimini contro l’umanità e tentato genocidio come denunciato e richiesto dalla Commissione di Inchiesta delle Nazioni Unite, il presidente Pierre Nkurunziza attua una serie di manovre legislative e costituzionali al fine di mettersi al riparo dalla legge internazionale e dichiarare di fatto la presidenza a vita e la dittatura nel Burundi.

Lo scorso 18 ottobre Nkurunziza (al suo terzo mandato, incostituzionale, dal 2015) ha firmato una legge che sancisce il ritiro del Burundi dallo Statuto di Roma e dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Il gesto formale chiude l’iter legislativo iniziato due mesi fa presso le due cambere del Paralmento: l’Assemblea Nazionale e il Senato, dove Il Consiglio di Ministri del partito Hutupower al potere: CNDD-FDD aveva presentato il disegno di legge. «La Repubblica del Burundi si ritira dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale addottato a Roma il 17 luglio 1998. Tutte le disposizione anteriori contrarie alla presente legge sono abrogate, prima di esse la legge n°1/011 del 30 agosto 2003 portante l’adesione della Repubblica del Burundi allo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. La legge che sostiuisce le disposizioni anteriori entrerà in vigore oggi, mercoledì 18 ottobre 2017», recita il testo di legge.

La nuova legge, nelle intenzioni del governo, servirebbe per mettersi al riparo da ogni inchiesta internazionale. La possibilità di aprire una inchiesta per crimini contro l’umanità e tentato genocidio era stata già ventilata nel settembre 2016 dal Procuratore Generale della CPI: Fatou Bensouda del Gambia dopo un esame preliminare sulla situazione dei diritti umani in Burundi a partire dal aprile 2015, data che sancisce la nascita della crisi politica nel Paese e l’inzio dei massacri di massa politicamente e etnicamente orientati. Il Procuratore Generale Bensouda ora è chiamato dalle Nazioni Unite e Unione Europea a pronunciarsi sulla apertura di una inchiesta ufficiale contro il governo burundese. Il 27 ottobre 2016 il governo burundese aveva rinunciato a rispondere alle accuse mosse contro di lui annunciando il processo di ritiro dallo Statuto di Roma.

La legge sul ritiro dalla CPI è stata accompagnata da dichiarazioni al vetriolo contro il Procuratore Generale Bensouda chiamata ora dalle milizie genocidarie Imbonerakure «la puttana dei bianchi». Il regime burundese dichiara che ogni futura inchiesta sul Burundi indetta dalla CPI si baserà su una mancata legalità visto il ritiro del Paese dallo Statuto di Roma. Una interpretazione errata della legge internazionale che regola le azioni della CPI. Il Tribunale dell’Aia può aprire inchieste giudiziarie, emettere mandati d’arresto internazionali e giudicare sospetti indagati di crimini contro l’umanità indipendentemente dalla adesione o meno allo Statuto di Roma del Paese interessato, vedasi il caso del Presidente sudanese Omar El Bashir. Nelle ultime settimane sono state organizzate diverse manifestazioni dove le milizie Imbonerakure hanno sfilato presso le vie della capitale Bujumbura lanciando minacce agli Agenti delle Nazioni Unite rei di avere permesso un «falso rapporto» e inneggiando allo sterminio degli «scarafaggi», termine usato dalle milizie genocidarie nel Rwanda 1994 per indicare i cittadini ruandesi appartenenti alla minoranza tutsi.

Sempre mercoledì 18 ottobre il Consiglio dei Ministri sotto ordine di Nkurunziza ha approvato 12 decreti di legge presentati dal Ministero della Difesa Nazionale. I provvedimenti puntano a riorganizzare la composizione delle Forze Armate burundesi e della Accademia Militare “ESCEM” (Ecole Supérieure de Commandement de l’Etat-major). I dodici decreti di legge sono stati approvati da Nkurunziza e tendono a epurare ufficiali e cadetti tutsi all’interno delle forze armate e della accademia militare. Una pericolosa svolta che mira a ritornare ad un esercito ‘monoetnico’ come all’epoca dei regimi tutsi di Bagaza e Buyoya. I decreti servono anche per ufficializzare la fusione tra quello che resta delle forze armate burundesi (dopo le diserzioni di massa e le epurazioni eseguite dal regime) con i terroristi ruandesi FDLR che di fatto ora sono stati integrati nei corpi d’armata di esercito e polizia assumendo, discretamente, posti ai vertici del comando di Difesa del Paese.

Il Consiglio dei Ministri ha inoltre promulgato un decreto di legge che obbliga ogni cittadino adulto a contribuire finanziaramente alle elezioni Presidenziali del 2020. La richiesta è stata sottoposta dal Ministro degli Interno e della Formazione Patriottica. A seguito di questo decreto di legge verrà istituita una speciale tassa annuale per lo «sforzo democratico» tesa a racimolare i fondi necessari per organizzare le elezioni nel 2020 consci della impossibilità di ricevere finanziamenti da Unione Europea, Stati Uniti e Unione Africana se l’attuale situazione politica continuerà a perdurare.

Ultimo decreto, presentato da Ministero delle Finanze e delle Privatizzazioni è la creazione di un centro commerciale che sorgerà sul Mercato Centrale di Bujumbura. Questo decreto ha il pregio di chiarire le motivazioni che si celavano dietro al misterioso incendio del Mercato Centrale presso la capitale avvenuto un anno fa che rovinò centinaia di piccoli commercianti hutu. Il centro commerciale verrà realizzato grazie ai proventi del traffico illegale di oro dal Congo divenendo di fatto una colossale attività di riciclaggio di denaro criminale legalizzato dal governo burundese. Queste le fughe di notizie provenienti dallo stesso Ministero delle Finanze sotto forma di denunce anonime.

L’obbligo ai cittadini maggiorenni burundesi di finanziare le elezioni presidenziali del 2020 è stato il preambolo per il golpe costituzionale attuato martedì 24 ottobre. Il Consiglio dei Ministri, durante una riunione straordinaria ha adottato la revisione dell’articolo 96 della Costituzione che limita a due i mandati presidenziali. L’articolo verrà abrogato tramite un referendum popolare che verrà indetto non oltre il febbraio 2018. La manovra serve per legalizzare la dittatura Hutupower e la presidenza a vita di Pierre Nkurunziza. Osservatori regionali simpatizzanti del regime sottolineano che la riforma non toccherà gli equilibri etnici sanciti dagli accordi di pace Arusha 2000 che prevedono un 60% di hutu e un 40% di tutsi nel governo, Parlamento, amministrazione e forze armate.

Di fatto gli equilibri etnici sono stati compromessi a partire dal 2010 e distrutti definitivamente dopo il fallito colpo di Stato del maggio 2015. Esercito, polizia e amministrazione pubblica sono state soggette a profonde epurazioni etniche tramite esecuzioni extra giudiziarie, nel caso delle forze armate e di ondate di licenziamenti nella pubblica amministrazione. Obiettivo unico e scontato: soldati e cittadini di origine tutsi. I ministri e gli Ambasciatori tutsi presenti nel CNDD-FDD sono semplici marionette del regime considerati dalla opposizione e dalla società civile come spregevoli collaboratori. La riforma costituzionale prevede anche la fine del sistema dei due Vice Presidenti (hutu e tutsi) che saranno sostituiti da un Primo Ministro hutu nominato dal Capo di Stato e da un Vice Presidente tutsi senza poteri.

Questa serie di decreti di legge e riforme costituzionali mirano a creare la struttura legale per la dittatura mono-etnica di Nkurunziza dove i terroristi ruandesi FDLR e l’ala piú estremista del partito al potere CNDD-FDD acquistano poteri assoluti condivisi con Nkurunziza, ex-signore della guerra condannato a morte e poi graziato durante la guerra civile (1993 – 2003) per crimini contro l’umanità.

«Il regime si sente stretto in una morsa internazionale sempre piú difficile da contrastare. Nazioni Unite e Unione Europea sono decise a far cadere il regime inasprendo le sanzioni internazionali e creando i presupposti per un mandato di arresto emesso dalla CPI. Questo nonostante gli sforzi di impedire tali azioni attuati dietro le quinte dalla Francia che ancora si ostina a sostenere il regime in evidente chiave anti Rwanda.

Le mosse parlamentari di Nkurunziza tendono a legittimare il partito unico da lui stesso controllato, ponendo la pietra tombale sulla democrazia in Burundi. Queste mosse aprono scenari inquietanti di cui la comunità internazionale deve attentamente esaminare ed intervenire. La etnicizzazione delle forze armate, la integrazione nell’apparato difensivo nazionale dei pericolosi miliziani genocidari ruandesi delle FDLR, lo strapotere delle milizie Imbonerakure, la mono etnicità ormai raggiunta presso l’Assemblea Nazionale e presso il Senato sono tutti segnali inequivocabili di un terribile preludio al genocidio politico ed etnico.

Quello che fa più orrore che alcuni imprenditori occidentali ancora presenti nel Paese stanno fiancheggiando il regime con aperte aderenze ideologiche, offrendo basi logistiche e quartieri generali di comando presso le loro infrastrutture imprenditoriali a Imbonerakure e miliziani ruandesi FDLR, intrattenendo misteriosi rapporti con i servizi segreti burundesi e le squadre speciali addette alla eliminazione degli oppositori politici e forse anche di concorrenti economici, o costantemente cercando di comparire al fianco dei duri del regime in occasioni pubbliche o riunioni private.

Le forze democratiche politiche e militari del Burundi si stanno riorganizzando per abbattere questo terribile regime prima che giunga l’irreparabile. Una volta restaurata la democrazia e lo Stato di Diritto i responsabili di questo incubo saranno sottoposti ad equo e giusto processo. Responsabili non solo burundesi a cui non verrà concesso il diritto di estradizione». Questo l’intervento dell’attivista burundese in difesa dei diritti umani di origini hutu Jerome B. rifugiato in Uganda autore di una recente analisi politica su ‘L’Indro’.

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