lunedì, Ottobre 21

Burundi: Nkurunziza, ‘Je me fiche de l’ONU!’ La reazione del dittatore burundese al rapporto ONU aggrava la crisi tra Bujumbura e le Nazioni Unite che hanno già deciso di ridurre gli uomini dell'AMISOM, a maggioranza burundese

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«Je me fiche de l’ONU (Me ne frego delle Nazioni Unite)». Questa l’inaspettata reazione dell’ ex Presidente burundese Pierre Nkurunziza alla Commissione d’inchiesta ONU – Burundi sulla situazione dei diritti umani sottoposta ieri al Consiglio dei Diritti Umani, riunitosi a Ginevra per discutere la grave situazione del Burundi. Dalla fine del suo mandato (luglio 2015), Pierre Nkurunziza occupa illegalmente la Presidenza. In questi anni ha avviato una campagna di sterminio di tutti gli oppositori e della minoranza tutsi. Ha chiuso ogni media contrario, e ogni associazione in difesa dei diritti umani compreso l’ufficio ONU per i diritti umani a Bujumbura, la capitale. Ha massacrato qualsiasi persona sospettata di dissidenza ed ha ucciso centinaia di oppositori politici, e attivisti della società civile

Isolato economicamente dall’ Unione Europea e dagli Stati Uniti, il Presidente è sorretto da Egitto, Cina, Russia e frange di estrema destra fascista europee. Avendo decimato esercito, gendarmeria e polizia nazionale, ha affidato la ‘difesa’ del Paese al gruppo terroristico ruandese ‘ Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda – FDLR’, responsabili del genocidio ruandese del 1994 e che ora controllano tutti gli aspetti politici, militari ed economici del Burundi e stanno progettando di invadere il Rwanda.

É proprio questa escalation di violenza etnica e politica al centro dell’inchiesta della Commissione ONU sotto attento esame ora del Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra. L’inchiesta conferma i risultati di precedenti inchieste svolte da associazioni internazionali per i diritti umani. «Il governo burundese afferma che nel Paese regna la pace. Al contrario si notano negli ultimi mesi ulteriori attacchi agli spazi democratici, una ulteriore restrizione delle libertà civili e politiche e una intensificazione dei crimini contro la popolazione civile». Questo quanto afferma Doudou Diene, Presidente della Commissione di Inchiesta ONU sul Burundi. 

Secondo gli esperti ONU l’escalation della violenza e della repressione è da analizzare sotto l’ottica delle elezioni presidenziali del 2020. Gli obiettivi sarebbero quelli di neutralizzare l’opposizione hutu del nuovo partito fondato da Aghaton Rwasa, ex leader politico delle Forze di Liberazione Nazionale (FNL). Gli esperti valutano che la repressione rimane all’interno di motivazioni politiche, ma si intravede un pericoloso trend verso la etnicizzazione forzata della società burundese. Nkurunziza non fa mistero di voler trasformare il Paese in un Regno Hutu, di voler cancellare la Repubblica ed instaurare la Monarchia incoronandosi Re

Negli ultimi mesi migliaia di miliziani delle FDLR sono entrati dal vicino Congo e si sono infiltrati nei quartieri della capitale dove maggiore è la presenza dei tutsi. Di fatto la minoranza tutsi è ostaggio del regime e dei terroristi ruandesi. Anche la Chiesa Cattolica sarebbe minacciata quotidianamente al fine di ridurla al silenzio. Nkurunziza non avrebbe perdonato a Papa Francesco la nuova politica estera del Vaticano di riavvicinamento al Rwanda, inaugurata nel marzo 2017 a Roma durante l’incontro tra il Pontefice e il presidente ruandese Paul Kagame. 

Rénovat Tabu, il rappresentante burundese a Ginevra, ha cercato di mitigare l’inappropriata reazione del dittatore reagendo alla iniziativa della Commissione ONU per il Burundi restando su un linguaggio diplomaticamente accettabile. Tabu ha rifiutato il rapporto sulle violazioni dei diritti umani affermando che si tratta di una collezione di falsità politicamente mirate. «Il popolo burundese è stanco di questi rapporti menzogneri, revisionisti e provocatori. L’anno 2015 è il punto di non ritorno. Niente sarà come prima. Il popolo burundese è determinato a consolidare la pace, la riconciliazione e vuole scegliere liberamente i suoi propri dirigenti». Questa la retorica propagandistica di Tabu, certamente migliore della irrazionale frase «Je me fiche»

Il rapporto della Commissione ONU sul Burundi presentato al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra ha grosse probabilità di essere collegato ad una sotterranea strategia della comunità internazionale che coinvolge attori occidentali e regionali. Lo scorso mese presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite si è tenuta una riunione a porte chiuse sulla situazione del Burundi, promossa da Belgio, Francia, Germania, Inghilterra e Polonia, dove potrebbero essere state prese importanti decisioni per risolvere la pericolosa crisi politica di questo piccolo paese africano su cui aleggia la minaccia di un secondo genocidio regionale. 

Il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, Félix Tshisekedi, domenica in occasione dell’anniversario della indipendenza dal Belgio, in un comizio all’est del Paese ha ribadito la sua volontà di debellare le «forze negative» che infestano le province orientali del Congo, tra cui le FDLR. Da due mesi si registrano combattimenti tra l’esercito regolare congolese FARDC e gruppi armati nelle zone dell’Ituri e Nord Kivu. 

Il Presidente Tshisekedi starebbe contattando i suoi omologhi ruandese, tanzaniano e ugandese per individuare un’azione comune contro il regime burundese, dopo la sua visita a Bujumbura dove sarebbero aumentate le frizioni tra il Congo e il Burundi a causa della intransigenza del dittatore. Indiscrezioni parlano della richiesta di Tshisekedi rivolta a Nkurunziza di sbarazzarsi del suo alleato politico militare, le FDLR, e di abbandonare la follia del Regno Hutu, ricevendo un secco e sprezzante rifiuto. Voci sussurrano che il Presidente congolese sta indentificando, ogni giorno che passa, il Burundi come un serio ostacolo per il suo piano di integrazione regionale basato sulla pace, stabilità e scambi commerciali con Angola, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda

La stolta e incivile reazione del dittatore burundese al rapporto ONU aggrava la crisi che si è creato tra il Burundi e le Nazioni Unite a causa della decisione ONU di ridurre gli uomini dell’AMISOM, in maggioranza burundesi. Decisione che preoccupa Pierre Nkurunziza perché è un duro colpo all’economia del regime. La AMISOM (African Union Mission in Somalia) è la forza multiregionale africana che combatte dal 2007 il terrorismo islamico in Somalia. Prima a guida dell’Uganda e ora dell’Etiopia, le forze burundesi sono il secondo contingente per importanza all’interno della AMISOM. La maggioranza delle truppe burundesi in stanza in Somalia sono contrarie al regime di Nkurunziza.

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