giovedì, Novembre 14

Burundi: Nkurunziza contro Chiesa Avventista e oppositori in esilio Arrestati 21 pastori avventisti, rilasciati solo dopo l’intervento degli Stati Uniti, e confiscati i beni finanziari e immobili di tutti gli oppositori

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Il dittatore burundese Pierre Nkurunziza, che occupa illegalmente la Presidenza dal luglio 2015, ha scatenato le sue ire contro la Chiesa Avventista dei Sette Giorni, gli oppositori politici, giornalisti e membri della società civile fuggiti all’estero.

Giorni fa Nkurunziza ha ordinato l’arresto di 21 pastori burundesi della Chiesa Avventista. Arresti effettuati dai terroristi ruandesi delle FDLR, che indossavano uniformi della Polizia. L’ondata di persecuzioni è culminata con l’arresto del Pastore Lamec Barishinga, esponente di spicco della Chiesa Avventista in Burundi. Su tutti gli arrestati gravano accuse di atti sovversivi contro il Governo e la Repubblica del Burundi.

«La Chiesa Avventista dei Sette Giorni non si è mai interessata di politica, né tanto meno di far cadere il Governo del Burundi. Seguiamo scrupolosamente il principio di separazione tra religione e Stato. I 21 milioni di fedeli della Chiesa sono liberi in tutto il mondo di scegliere di appoggiare i partiti politici di loro preferenza, secondo la loro coscienza. L’appoggio a partiti o movimenti politici dei nostri fedeli avviene su scelta individuale che non coinvolge la Chiesa Avventista dei Sette Giorni», recita il comunicato pubblicato sul sito di informazione di questa Chiesa protestante ‘Adventist News Network’. La Chiesa Avventista in Burundi conta 180.000 fedeli, si basa sull’Antico Testamento, non riconoscendo Gesù come figlio di Dio, ma solo come uno tra i più importanti messia.  

Secondo le indagini di alcuni giornalisti burundesi, che ancora riescono ad operare nel loro Paese anche se in clandestinità, l’ondata di arresti dei pastori della Chiesa Avventista è legata ad un fallito tentativo da parte del regime di conquistare la direzione della Chiesa in Burundi per trasformarla in un alleato politico di Nkurunziza.
Il piano era iniziato nei primi mesi del 2018, grazie alla complicità del Pastore Joseph Ndikubwayo, all’epoca leader della Chiesa in Burundi. Nel novembre 2018 Ndikubwayo fu dismesso dalla Coordinazione delle Chiese Avventiste nell’Africa Orientale, che ha sede in Nairobi, per aver sottratto ingenti fondi della Chiesa e per aver infranto la regola di neutralità politica, accettando varie collaborazioni con il regime. Dalle informazioni ricevute, gli accordi segreti tra il regime e il Pastore Ndikubwayo si basavano su comuni interessi. Ndikubwayo intendeva aumentare il suo potere all’interno della Chiesa Avventista in Burundi per poter mettere le mani su tutta la gestione finanziaria nazionale. Il regime, appoggiando Ndikubwayo, intendeva trasformare la Chiesa Avventista in un suo organo di propaganda.

Ndikubwayo, dopo essere stato dismesso dalla carica, ha chiesto l’aiuto del regime. Il Ministro degli Interni, Pascal Barabdagiye, nel dicembre 2018, comunicò alla Chiesa Avventista la sua opposizione alle dimissioni del Pastore, richiedendo l’immediato reintegro nelle sue funzioni, e informando che il Governo non avrebbe riconosciuto alcun altro rappresentante della Chiesa all’infuori di Ndikubwayo. Con questo atto, il Ministro degli Interni violò la Costituzione che non prevede l’interferenza degli organi di Stato negli affari interni di una congregazione religiosa. Una interferenza nettamente rifiutata dalla Chiesa Avventista dei Sette Giorni che ha scatenato l’ira di Nkurunziza.

La Chiesa Avventista ha accusato il regime di interferenze e violenti pressioni che hanno portato all’arresto di 21 pastori. «Per oltre sei mesi il Governo burundese ha interferito negli affari interni della Chiesa Avventista dei Sette Giorni, arrivando a imprigionare, torturare e intimidire i nostri pastori e fedeli»,  accusa Ted Wilson, Presidente della Chiesa dagli Stati Uniti, durante il lancio di una campagna internazionale per la liberazione dei pastori, il rispetto della libertà di culto e la divisione tra potere temporale e religioso.

«La situazione in Burundi è molto complessa e sensibile. Vi sono molte forze contrapposte. Noi abbiamo compreso la situazione e a maggior ragione abbiamo scelto di rispettare il nostro principio di non interferenza negli affari dello Stato. L’attacco ricevuto è inaudito quanto ingiustificato. Una interferenza illegale del governo burundese nell’amministrazione della Chiesa Avventista nel Paese», ha dichiarato Ganoune Diop, direttore degli Affari Pubblici e Libertà Religiosa presso la sede americana della chiesa protestante.

La Chiesa Avventista gode di ottime conoscenze presso i repubblicani e il Presidente Donald Trump. Conoscenze che hanno permesso un discreto, ma efficace, intervento diplomatico degli Stati Uniti sul regime di Bujumbura. Sabato 18 maggio i Pastori arrestati sono stati rilasciati e le accuse fatte decadere.  «Abbiamo ricevuto con grande gioia la notizia del rilascio dei nostri confratelli. Le nostre preghiere sono state esaudite. Ringraziamo il Governo del Burundi e in special modo il parlamentare Justin Niyobuhungiro per aver facilitato il rilascio. Ringraziamo tutti i fedeli del network mondiale della Chiesa Avventista e tutti i governi che hanno offerto il loro appoggio per risolvere questa delicata situazione. Ora in Burundi dobbiamo guardare oltre a questo triste avvenimento, gestendo al meglio i difficili rapporti tra Stato e Chiesa e pregando affinché Dio aiuti il Burundi e i Burundesi a uscire da questa lunga crisi»  recita il comunicato ufficiale trasmesso dalla sede negli Stati Uniti.

Giovedì 16 maggio la Corte Suprema ha ordinato la confisca dei beni finanziari e immobili di tutti gli oppositori politici, giornalisti e attivisti della società civile in esilio accusati di aver partecipato o supportato il fallito tentativo di golpe del maggio 2015. In un comunicato ufficiale, il Procuratore Generale Sylvestre Nyandwi ha informato che le abitazioni, i conti bancari e le terre in possesso a 32 sovversivi sono state confiscate e messe a disposizione per il bene comune dei cittadini.

«Questa decisione conferma che il sistema giudiziario in Burundi è al servizio del regime. Non potendo assassinare gli oppositori che sono fuggiti dal Paese, Pierre Nkurunziza, si vendica espropriando senza indennizzo i loro beni. L’opposizione politica, la società civile e i giornalisti burundesi rappresentano una seria minaccia per il regime in quanto potente e credibile fonte di denuncia dei crimini commessi. Nkurunziza vuole imporre la sua realtà virtuale chiudendo la bocca ad ogni dissidente e impedendo una informazione indipendenti. Per questo ha chiuso a Bujumbura gli uffici della Agenzie ONU e della Associazioni Internazionali in difesa dei diritti umani. Chiunque accusi i crimini compiuti dal governo diventa automaticamente un nemico della Nazione e un collaboratore dell’ex potenza coloniale, il Belgio, dell’Unione Europea e del Ruanda che, secondo il regime, tentano di destabilizzare il Burundi»,  denuncia Vital Nshimirimana, oppositore burundese in esilio in Europa.

Gli attacchi perpetuati contro la Chiesa Avventista, oppositori e società civile in Burundi seguono le accuse di Human Watch Rights sull’aumento della repressione, torture, esecuzioni extra giudiziarie e pulizie etniche, registrato in Burundi nel 2018, in un rapporto che contrasta con la propaganda ufficiale del regime, tesa a raffigurare un Paese in pace e in armonia sociale. L’escalation degli avvenimenti ha spinto cinque Paesi membri dell’Unione Europea (Belgio, Francia, Germania, Regno Unito e Polonia) a chiedere una riunione speciale sul Burundi presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Riunione sulla quale non trapelano notizie circa le intenzioni dei Paesi promotori.
Al momento non si conosce se la richiesta dei 5 Paesi europei sia stata accettata dal Consiglio di Sicurezza.

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