sabato, Dicembre 14

Burundi: Nkurunziza all’attacco delle ONG mentre i ribelli preparano l’offensiva finale Le forze di liberazione tentano di scongiurare un lungo conflitto contando sul morale delle truppe e sul supposto caos che regnerebbe tra le forze di difesa burundesi

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A distanza di quindi giorni dall’attacco ribelle a Gatumba, vicino alla frontiera con il Congo, il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, il Generale Maggiore Silas Ntigurirwa ha sospeso per tre mesi una ventina di ONG straniere su ordine del dittatore Pierre Nkurunziza. Non si conosce con esattezza le ONG coinvolte che a loro volta rimangono in silenzio per non peggiorare i rapporti con il regime.

Ufficialmente la sospensione, che potrebbe portare al ritiro della licenza ad operare nel Paese, è dovuta a non ben specificati accertamenti di conformità con la legge. Secondo il Ministro degli Interni del Burundi ci sono 130 ONG straniere e alcune di esse non rispettano la legge quindi sono state sospese in attesa di revisioni e chiarimenti. Non si conoscono i reali motivi della sospensione. Le fonti contattate avanzano solo ipotesi: la difesa dei diritti delle minoranze sessuali e il diritto di matrimoni gay, la scarsa presenza di donne nel personale nazionale, il sospetto di sostenere la società civile e le formazioni ribelli, il rifiuto di applicare all’interno del personale nazionale le leggi etniche di assunzione (70% hutu, 30% tutsi) o la gestione da parte della Banca Centrale dei conti delle ONG in valuta estera.

Secondo una fonte diplomatica contattata sull’argomento le due prime ipotesi sarebbero da scartare. Il governo vuole imporre la composizione etnica all’interno delle Ong straniere, impossessarsi dei conti in valuta estera e teme che le ONG straniere siano state fonti di informazione per gli ultimi rapporti delle Nazioni Unite sui crimini contro l’umanità commessi dal regime offrendo anche supporto ai gruppi armati ribelli. Queste sarebbero le reali motivazioni, afferma la fonte diplomatica pur riservandosi di non rivelare il nome delle Ong colpite dal provvedimento.

Si sottolinea che la situazione è molto delicata e le rappresentanze diplomatiche europee hanno aperto dei colloqui con il governo per risolvere la controversia. Alle domande se le ONG potrebbero accettare la composizione etnica all’interno del loro personale pur di non perdere la loro licenza ad operare nel Paese e se sono veramente fonti di informazione per le violazioni dei diritti umani, la nostra fonte diplomatica risponde che nessuna ONG operante in Burundi è disposta ad accettare leggi razziali assumendo personale sulla base di percentuali dettate dal regime. Leggi mirate ad assumere il controllo delle attività umanitarie e, sopratutto dei fondi gestiti.

Per quanto riguarda eventuali informazioni la fonte sottolinea che è impossibile per le ONG non essere a conoscenza di cosa accade in Burundi ma il loro statuto e gli accordi firmati con i donatori non prevedono implicazioni politiche o prese di posizione di parte. “Le Nazioni Unite e le associazioni internazionali in difesa dei diritti umani quali Amnesty International o Human Right Watch hanno serie difficoltà ad operare in Burundi. Molti dei loro esperti non ricevono il visto di entrata, per esempio. Altri sono sorvegliatissimi. Nonostante questo le informazioni non vengono raccolte tra le ONG internazionali per non esporle e mettere a repentaglio l’assistenza umanitaria. Le fonti di informazioni seguono altri canali e sono simili ai canali che i media specializzati sul Burundi come il vostro utilizzano per reperire notizie sul Paese”, afferma la fonte diplomatica.

Dalla crisi politica iniziata nel 2015 gli aiuti umanitari al Burundi sono drasticamente calati per decisione presa da Stati Uniti e Unione Europea, i principali donatori del Paese a seguito delle sanzioni economiche imposte come risposta alle continue violazioni dei diritti umani e alla politica razziale adottata dal governo. Gli aiuti per il 2018-2019 ammontano a soli 141,8 milioni di dollari, compresi i fondi destinati alle Agenzie Umanitarie ONU.

I fondi si concentrano su interventi di igiene e idrici, educazione, sanità, sicurezza alimentare e protezione dei rifugiati. L’impegno italiano, attraverso la Agenzia Italiana di Cooperazione Internazionale (AICS) è di circa 4,3 milioni di euro con tre principali settori di intervento: supporto al sistema sanitario nazionale, programma di sviluppo rurale nella regione di Karuzi, supporto al sistema educativo per le popolazioni rurali nelle regioni di Matongo e Muruta.

Particolarmente difficile la situazione dei rifugiati ritornati dalla Tanzania che hanno serie difficoltà ad accedere ai servizi di base una volta ritornati nelle loro zone di origine. Secondo cifre fornite da UNHCR l’ 87% dei bambini rifugiati ritornati nel Paese non è stato reinserito nel sistema educativo, un terzo dei rifugiati non accede ai sevizi offerti dalla sanità pubblica e tre quarti di essi non possiedono documenti di identità.

Il ritorno dei rifugiati è un atto forzato attuato dal governo della Tanzania per sbarazzarsi di ogni eventuale problematica di sicurezza interna causata dal timore che all’interno dei campi profughi possano nascere cellule ribelli di addestramento e reclutamento. Una paura motivata visto che durante la guerra civile burundese (1993 – 2004) la Tanzania favoriva il reclutamento e l’addestramento di rifugiati nel suo territorio da parte del gruppo ribelle FDD, l’ala militare del partito attualmente al potere il CNDD.

Esplosiva la questione delle proprietà terriere. Al loro ritorno spesso i rifugiati trovano i loro appezzamenti e abitazioni occupati da altre persone. Se non possiedono i documenti comprovanti la proprietà non è possibile far sloggiare i nuovi occupanti. Florido il mercato di falsi titoli di proprietà facili da reperire presso le competenti autorità se si è affiliati alla milizia paramilitare Imbonerakure. I rifugiati che non riescono a riprendere possesso delle loro terre e abitazioni vanno ad ingrossare le fila degli sfollati interni che ricevono sporadica assistenza umanitaria in quanto il regime nega la loro esistenza.

La sicurezza alimentare è drammatica. In 13 anni di governo il CNDD non è riuscito a modernizzare l’agricoltura e far decollare l’industria agroalimentare nemmeno per il caffè, uno tra le migliori qualità della regione dei Grandi Laghi e dell’Africa Orientale. La maggior parte dei contadini si dedica alle coltivazioni coloniali: te e caffè destinati all’esportazione o alla agricoltura di sussistenza. Difficile accesso a concimi e fertilizzanti e la scarsità di macchinari agricoli costringono i contadini a coltivare la terra con tecniche arcaiche e poco efficaci. Sono sopratutto le donne a spaccarsi la schiena nei campi mentre spesso e volentieri gli uomini rimangono nei villaggi a ubriacarsi. Questa situazione è aggravata dalla scarsità di terra coltivabile rispetto alla popolazione, problema condiviso con il Paese gemello: il Rwanda.

La scarsa produttività agricola influenza direttamente la malnutrizione infantile che colpisce  il 60% dei bambini di meno di 5 anni in 17 sulle 18 province che compongono il Paese, secondo le statistiche della Organizzazione Mondiale della Sanità. Nella provincia di Gitega solo il 30% dei bambini ricevono due pasti al giorno. A livello nazionale solo il 38,7% dei bambini accede ad una alimentazione regolare. La malnutrizione è aggravata dalle sanzioni e dal collasso economico.

L’attacco rivolto alle ONG internazionali è inserito in una incomprensibile politica di suicidio diplomatico che il regime sta compiendo. Il governo, dopo essere uscito dalla Corte Penale Internazionale nel 2017 nel tentativo di evitare l’apertura della inchiesta per crimini contro l’umanità, ora minaccia di uscire dal Consiglio ONU dei Diritti Umani a causa degli ultimi rapporti che confermano i crimini ipotizzati dalla CPI e dalla comunità economica East Africa Community. Il regime è anche frustrato dal comportamento dei nuovi alleati: Russia e Cina che offrono sostegno politico internazionale molto efficace per bloccare decisioni avverse presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ma non offrono nè prestiti nè sostegno finanziario di rilievo.

L’attacco delle formazioni ribelli a Gatumba sembra destinato a innescare una escalation della latente guerra civile dove l’incognita del genocidio è sempre presente. Secondo il sito di informazione Shikaiburundi il morale dell’esercito e della polizia, la loro capacità difensiva e logistica versano in una situazione drammatica. I due corpi di difesa sono di fatto controllati dai terroristi ruandesi delle FDLR che contemporaneamente utilizzano anche la milizia paramilitare Imbonerakure per compiere omicidi politici, arresti arbitrari, contenute ma efficaci pulizie etniche contro i tutsi, traffici di oro e minerali provenienti dal vicino Congo.

Le forze ribelli (FNL, FPB-FOREBU e RED Tabara) sono consapevoli che il loro vero nemico sono i terroristi ruandesi delle FDRL e le Imbonerakure, le uniche forze credibili rimaste in difesa del regime. Il raid di Gatumba conferma la superiorità militare dei ribelli sull’esercito regolare. Ora le forze di liberazione stanno lanciando appelli a soldati e poliziotti rimasti fedeli a Nkurunziza invitandoli ad unirsi alla lotta e a non commettere un suicidio collettivo difendendo un governo illegale e illegittimo.

Un governo controllato dal CNDD-FDD che di fatto è divenuto il partito unico che promuove la supremazia razziale HutuPower. Una deriva autoritaria che si intravvedeva già all’epoca degli accordi di Arusha del 2000 ma che i promotori italiani e stranieri della pace per metter fine alla guerra civile iniziata nel 1993 non vollero considerare nella speranza di poter controllare un criminale di guerra, Pierre Nkurunziza. Un controllo che, evidentemente, non è mai esistito.

Questo peccato originale ha influenzato sulla capacità della comunità internazionale di intervenire tempestivamente nel 2015 quando il regime intraprese una chiara svolta reazionaria. Come ammettere che questa svolta non era imprevedibile ma naturale conseguenza di una politica razziale e di una criminale sete di potere assoluto sempre esistita  nel DNA del  CNDD-FDD e del suo leader Nkurunziza nonostante le illusioni dei promotori italiani e stranieri della pace di Arusha?

Gli esperti della FIDH (Federazione Internazionale dei Diritti Umani)  nel luglio 2017 hanno apertamente denunciato la comunità internazionale accusandola di mancata determinazione e incapacità a rimuovere il regime affermando che solo un energico intervento internazionale può evitare che Nkurunziza riesca a mantenersi al potere creando uno stato mono etnico hutu.  Questo intervento internazionale sembra configurarsi ora. La rimozione del regime burundese è rientrata nei piani dell’operazione ‘Isolamento e Distruzione’ ideata dal Segretario di Stato Americano Mike Pompeo su ordini del Presidente Trump e la compiacenza del Presidente francese Macron. Intervento militare contro il Congo abortito grazie alle abili mosse del Presidente Joseph Kabila.

Molti osservatori concordano che ottobre sarà un mese cruciale per il Burundi. Le forze ribelli si starebbero preparando ad una offensiva militare con l’obiettivo di rimuovere il regime. Si parla di una offensiva associata ad un colpo di Stato e la creazione di un governo di unità nazionale. I Generali e i quadri politici del regime stanno evacuando le loro famiglie ponendole al sicuro all’estero, Nkurunziza ha ripreso a nascondersi mentre i terroristi ruandesi FDLR e le milizie Imbonerakure si stanno preparando a respingere la minaccia militare tramite il rafforzamento delle difese e l’ennesima ondata di omicidi ed epurazioni all’interno di esercito e polizia per sventare la possibilità di un golpe.

È palese che le formazioni ribelli burundesi siano aiutate dal Rwanda continuamente sotto la minaccia di invasione delle FDLR che hanno già sferrato diversi attacchi dal Congo ma sopratutto dal Burundi. Nonostante la necessità di scongiurare la minaccia terroristica, difficilmente il governo di Kigali attaccherà apertamente il Burundi o lascerà passare le collone ribelli dalla sua frontiera per attaccare il nord del Paese gemello. Anche la Tanzania non permetterà di far passare le colonne ribelli dalla sua frontiera. Se l’offensiva verrà attuata, non seguendo la stessa sorte delle tante offensive annunciate dal 2016 ad oggi ma mai realizzate, l’unica frontiera disponibile rimane quella congolese dove il governo di Kinshasa ha perso il controllo del territorio da ormai un decennio.

L’attacco a Gatumba è rivelatore di un probabile piano di sferrare l’offensiva sulla capitale Bujumbura distante pochi km. La presa della capitale non significherebbe però la caduta del regime se l’offensiva non prevede la presa simultanea di Gitega e Ngozi. Se le formazioni ribelli, formate prevalentemente da fanteria, conquisteranno prima Bujumbura per poi puntare sulla conquista del resto del Paese, il regime potrebbe riuscire a creare una linea di fronte, trasformando la liberazione lampo in una lunga guerra civile.

Nei territori occupati dal regime, FDLR e Imbonerakure, le pulizie etniche contro i tutsi sarebbero molto probabili. Il colpo di Stato attuato in contemporanea all’offensiva ribelle rischia di essere sventato sul nascere grazie alle esecuzioni extra-giudiziarie preventive di ufficiali dell’esercito e polizia in atto in queste settimane. Il rischio di una lunga guerra civile e del genocidio sono evidenti. Le forze di liberazione tentano di scongiurare un lungo conflitto contando sul morale delle truppe e sul supposto caos che regnerebbe tra le forze di difesa burundesi.

Lo scenario apocalittico di una linea di fronte, guerra civile di lunga durata e genocidio permane. Uno scenario che poteva essere evitato la prima volta ad Arusha nel 2000 tramite una pace veramente giusta e duratura e per la seconda volta tramite un deciso intervento nel 2015 o nel 2016. Purtroppo le geo-strategie dei diversi attori degli accordi di Arusha, l’indecisione e le divisioni interne della comunità internazionale hanno permesso al regime di sopravvivere per oltre 13 anni rendendo ora tutto più difficile.

La liberazione del Burundi avverrà con una guerra lampo dove le forze di difesa del regime crolleranno in meno di una settimana oppure i ribelli troveranno una difesa agguerrita e organizzata capace di fermare l’offensiva e attuare la soluzione finale contro i tutsi come forma di ultima disperata rappresaglia? Difficile fare previsioni. Tutto rimane confuso, incerto e non di facile programmazione.

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