giovedì, Dicembre 12

Burundi: l’offensiva cinese salva il regime con gran sollievo francese

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Il secondo anniversario della rivolta popolare contro il regime di Pierre Nkurunziza era stato caratterizzato dalla mossa diplomatica dell’Amministrazione Trump supportata da Israele che lo scorso 18 aprile chiedeva al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire immediatamente e con risolutezza nella crisi burundese prima che succedesse l’irreparabile, riferendosi indirettamente ai rischi di genocidi sempre latenti. Bloccata dal veto russo l’offensiva diplomatica americana presso l’ONU, era stata trasformata da Washington in  trampolino di lancio per una serie di iniziative tese a comprimere il regime a livello internazionale, metterlo dinnanzi alle sue responsabilità e convincerlo ad abdicare ricevendo in cambio asilo dorato e immunità.

Gli Ambasciatori europei in Burundi erano stati chiamati per una riunione speciale a Bruxelles dove si doveva definire la linea europea sulla crisi, dopo le sanzioni e il blocco degli aiuti umanitari decretato nel 2016 a causa delle gravi violazioni dei diritti umani. La East African Community aveva convocato una riunione straordinaria sul Burundi per mercoledì 10 maggio esigendo la presenza del ex presidente Nkurunziza. Anche l’Unione Africana doveva convocare una riunione di sicurezza sul Burundi. Le iniziative diplomatiche erano volte a convincere il regime alla resa. In alternativa Stati Uniti, Gran Bretagna ed Israele sarebbero passati all’opzione militare sostenendo i vari gruppi armati burundesi coadiuvati da potenze regionali con l’assenso tacito della Unione  Europea.

A distanza di quasi un mese l’offensiva diplomatica americana sembra essere stata deragliata su binari morti. Nessuna notizia è trapelata dall’avvenuto incontro degli Ambasciatori europei in Burundi organizzato a Bruxelles. Incontro avvenuto a porte chiuse e coperto da segreto di Stato. Nessuna notizia riguardo le due riunioni straordinarie della EAC e Unione Africane. Forse non sono mai avvenute e di certo Nkurunziza non vi ha partecipato come richiesto. Infine l’Ambasciatore europeo in occasione delle cerimonie per il Europe Day il 9 maggio scorso ha auspicato la ripresa del dialogo nazionale, identificando nuovamente il regime illegalmente al potere dal luglio 2015, come un interlocutore istituzionale riconosciuto. In sintesi: l’offensiva diplomatica americana è fallita.

Chi e come ha trasformato la situazione avversa al regime in un ulteriore sostegno allungando la crisi che sta compromettendo la sicurezza regionale e ingloba dentro di se il rischio di genocidio? Cina e Francia sono gli attori principali di una contro offensiva diplomatica non necessariamente coordinata tra le due potenze.

Mercoledì 10 maggio il Vice Presidente cinese Li Younchao ha effettuato una visita ufficiale in Burundi. È la prima volta dall’inizio delle relazioni diplomatiche Cina Burundi del 1963 che Pechino invia nel Paese africano una figura di alto rango. La visita di Li Younchao è stata tenuta lontana dai riflettori dei media. La presenza della stampa locale e straniera è stata abilitata solo nelle visite di protocollo a progetti finanziati dalla Cina: il politecnico professionale a Kigobe, la scuola tecnica edile nel quartiere Mirango, zone di Kamenge, la nuova sede del Ministero delle Finanze e il nuovo palazzo presidenziale che dovrebbe sorgere nel quartiere di Kamenge, Bujumbura, noto feudo HutuPower. Le riunioni tra il Vice Presidente, Nkurunziza e i gerarchi del partito estremista CNDD-FDD si sono svolte a porte chiuse e coperte da segreto di Stato.

Lo scopo della visita e la data scelta sono fattori tesi a sottolineare il pieno appoggio cinese al regime dopo un anno di prudenza adottata da Pechino a seguito dei propositi resi pubblici di scatenare il genocidio, rischio probabile al momento utilizzato dal regime come arma politica di ricatto. Il 10 maggio Nkurunziza doveva recarsi al Parlamento EAC ad Arusha per spiegare la sua situazione. Invece riceve a casa sua un illustre rappresentante della seconda potenza mondiale che riconosce il regime burundese come legittimo e unico interlocutore istituzionale.

Nel suo comunicato stampa Li Younchao ha chiarito senza termini la posizione del Partito Comunista cinese. «La Cina continuerà ad aiutare il Burundi senza chiedere contropartite. Continueremo a fornire aiuto finanziario per l’assistenza umanitaria. Questo aiuto andrà a coprire anche il deficit createsi nel budget nazionale e i costi necessari per la realizzazione di nuovi progetti di sviluppo tra i quali due centrali idroelettriche. Saranno garantite nuove borse di studio e stage in Cina per gli studenti universitari burundesi».

Evitando di precisare il montante degli aiuti finanziari promessi, Li Younchao ha lanciato un chiaro monito agli Stati Uniti riaffermando la ‘legittimità’ del CNDD-FDD e di Pierre Nkurunziza e avvertendo che la Cina è determinata a sostenere l’alleato regionale. Questo potente appoggio ha incoraggiato il regime ripresosi dal terrore di essere cacciato via dall’offensiva americana. «La Cina non ha mai smesso di difendere il Burundi e i propri interessi. Ha sostenuto il governo burundese nella difesa della sua legittimità presso le istanze internazionali. La Cina resta al fianco del Burundi quando altri partner internazionali lo hanno tradito. Il governo burundese considera questa visita come una pietra miliare della storia del Paese. La Cina dimostra al mondo intero che è possibile investire nel Burundi» afferma tutto entusiasta il Ministro delle Relazioni Esterne Alain Aimè Nyamitwe.

Durante la celebrazione del Europe Day avvenuta a Bujumbura il 9 maggio, l’Ambasciatore della Unione Europea Wolfram Vetter ha esposto le ultime decisioni di Bruxelles per risolvere la crisi burundese.  Avvertendo che la pace in Burundi è ancora fragile a causa delle violazioni dei diritti umani, torture, esecuzioni extra giudiziarie e repressione dei media, Vetter incoraggia un dialogo inclusivo tra tutti gli attori politici burundesi mediato dal ex presidente tanzaniano Benjamin Mkapa sotto l’auspicio del Parlamento EAC ad Arusha e del presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni. «Il dialogo inclusivo inter burundese deve essere supportato senza riserve e tutti gli attori politici devono parteciparvi senza precondizioni in quanto è l’unica possibilità per uscire dalla crisi. L’Unione Europea supporta in pieno questa iniziativa» dichiara l’Ambasciatore Vetter.

Per quanto riguarda la palese violazione dell’articolo 96 degli accordi di Cotonou, che regolano i rapporti commerciali tra UE e Paesi africani, l’Ambasciatore Vetter ha preannunciato che se la situazione sociopolitica darà evidenti segni di miglioramento l’Unione Europea prenderà in esame la ripresa degli aiuti finanziari ed umanitari. Ironicamente il discorso dell’Ambasciatore europeo pronunciato in Burundi coincide con il 60° anniversario dello Statuto di Roma che ha creato la Corte Penale Internazionale. Il Burundi lo scorso febbraio ha iniziato le pratiche per la sua cancellazione come Stato firmatario dello Statuto di Roma. Mossa necessaria attuata dal regime per evitare di trovarsi in un futuro sul banco degli imputati presso il tribunale dell’Aia, in Olanda. Il riconoscimento della legittimità del regime da parte della Unione Europea è contemporaneo alla udienza presso il Parlamento europeo a Bruxelles di una delegazione della società civile burundese su iniziativa del eurodeputato italiano Cecile Kyenge. La delegazione ha ricevuto assicurazioni che la UE si attiverà per una soluzione pacifica della crisi in Burundi. In altre parole ha ricevuto l’ennesima dose di cinismo e di false promesse tipica della scoordinata e caotica politica estera europea, ancora divisa dagli interessi delle principali potenze del Vecchio Continente.

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