martedì, Agosto 11

Burundi: le reazioni internazionali al rapporto ONU La divisione dei Paesi europei ma anche gli appoggi e le chiusure nelle altre Nazioni. Emblematico il silenzio dell’Italia

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Il rapporto sui crimini contro l’umanità commessi dal regime burundese redatto dalla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha scatenato reazioni internazionali le più dure dal inizio della crisi nel aprile 2015. Reazioni che dividono la comunità internazionale tra i Paesi che auspicano l’apertura di una procedura giudiziaria presso la Corte Penale Internazionale e i Paesi che fanno dichiarazioni più caute che celano rapporti di supporto, connivenze o progetti alternativi alla CPI per risolvere la crisi.

Il rapporto della Commissione ONU ha il pregio di evidenziare la profonda divisione tra i Paesi europei nei confronti del regime di Bujumbura. Una divisione esistente fin dal inizio che ha frenato varie iniziative passate tese a risolvere definitivamente la crisi politica. Una divisione creata da potenze europee che nella Regione dei Grandi Laghi continuano a promuovere interessi geo strategici sinistramente legati a ideologie razziali e genocidarie.

Il fronte europeo intenzionato a risolvere la crisi burundese a sfavore del regime di Nkurunziza ha comunque prevalso costringendo l’Unione Europea ad appoggiare senza riserve la richiesta della Commissione d’Inchiesta di coinvolgere attivamente la CPI. «L’Unione Europea saluta il rapporto della Commissione d’Inchiesta e sottolinea che le violazioni constate sono di estrema gravità. L’Unione Europea considera che i crimi internazionali debbano essere perseguiti, perciò prende in considerazione l’appello lanciato alla CPI» dichiara il comunicato ufficiale di Bruxelles.

Due gli effetti più interessanti che il rapporto è riuscito a creare. Il primo riguarda la evidente divisione di vedute tra le due potenze europee: Germania e Francia che fino ad ora hanno condotto una linea comune sulla politica estera riguardante l’Africa. Berlino sostiene la posizione dura decisa dall’Unione Europea e condanna senza riserve l’attacco perpetuato dalle milizie del regime all’ufficio ONU dei Diritti Umani a Bujumbura.

Parigi, pur condannando i gravi crimini, la repressione in corso nel Burundi e rinnovando il sostegno alla Commissione Indipendente, evita di chiarire la sua posizione sull’apertura di una inchiesta giudiziaria presso la CPI. Questo potrebbe preannunciare tentativi francesi di interferire nella decisone che il tribunale dell’Aia è chiamato a prendere sul Burundi avvalendosi del peso che rappresenta nel finanziamento internazionale della CPI. Tentativi che se verranno attuati, troveranno serie difficoltà ad impedire l’apertura di una inchiesta giudiziaria i quanto i crimini contro l’umanità dimostrati dalla Commissione Indipendente obbligano di fatto ad una energica soluzione se non si vuole correre il rischio che i valori democratici e la difesa dei diritti umani dell’Occidente siano definitivamente screditati a livello internazionale.

Il secondo effetto riguarda la perdita di influenza di Parigi sui suoi alleati africani. Su tre membri della Commissione di Inchiesta due sono africani: uno algerino e l’altro del Benin. Solo il terzo è un britannico. Il lavoro della Commissione è stato lungo e difficile causa la mancata collaborazione del governo burundese che, stranamente, non è stato condannato da Parigi che ha preferito tacere per sei mesi sull’argomento. La Cellula Africana del Eliseo ha tentato di interferire sulla Commissione d’Inchiesta facendo leva sui membri africani che, a dispetto delle previsioni, hanno redatto un rapporto inequivocabile, veritiero e privo di compromessi politici che avrebbero ammorbidito la denuncia.

I Paesi europei che hanno sostenuto senza riserve la posizione dell’Unione Europea di passare il dossier alla CPI sono Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Spagna. In sostegno della ambigua posizione francese giunge la Svizzera mentre il Belgio (Paese in prima linea contro il regime) a gran sorpresa assume una posizione soft sul rapporto limitandosi a sottolineare le sue preoccupazioni sui gravi crimini commessi in Burundi e sulla pericolosa evoluzione della vita politica nel Paese.

Una posizione inaspettata visto che il Belgio è stato il primo Paese europeo che ha sospeso i finanziamenti e gli aiuti umanitari verso il Burundi. Inaspettata anche in considerazione del constante e deciso lavoro di lobby del ex Primo Ministro Louis Michel per portare il regime burundese sul banco degli imputati all’Aia e convincere la Comunità Internazionale della necessità di un intervento militare nel Paese. L’Eurodeputato Michel, profondo conoscitore del Burundi e della Regione dei Grandi Laghi, è stato il primo politico europeo a parlare apertamente di genocidio fin dagli ultimi mesi del 2015.

Emblematico il silenzio dell’Italia. Le sue dichiarazioni (se sono state fatte sul soggetto) non vengono riportate dai media africani e internazionali. Sarebbe interessante comprendere se il Governo italiano si è espresso sulla delicata situazione in un Paese dove l’Italia si è trovata direttamente coinvolta causa l’omicidio di Stato di tre suore saveriane avvenuto nel settembre 2014 e il successivo vuoto di rappresentanza diplomatica.

A distanza di pochi mesi dal massacro avvenuto presso la diocesi di Kamenge (Bujumbura), il Console Onorario italiano lascia l’incarico detenuto dal 1999 e il Consolato d’Italia in Burundi (sotto giurisdizione della Ambasciata d’Italia a Kampala, Uganda) è tutt’ora privo di rappresentanza. Fonti locali informano che tra il 2016 e il 2017 il dittatore Pierre Nkurunziza ha rifiutato vari nominativi di cittadini italiani proposti dalla Farnesina per ricoprire la carica di Console Onorario. Non si conoscono gli sviluppi della inchiesta sull’eccidio delle tre suore italiane aperta nel 2014 dalla Procura di Parma. Al riguardo la redazione de L’Indro ha richiesto informazioni al Ministero della Giustizia e alla Procura di Parma ma fino ad oggi non sono giunte risposte.

Il Canada, memore che le Nazioni Unite impedirono nel 1994 al suo Generale (Romeo Dellaire), al comando dei Caschi Blu in Rwanda, di intervenire tempestivamente contro il regime di Habyrimana per proteggere i civili ed evitare il genocidio, si schiera senza riserve con la Commissione d’Inchiesta e reclama l’apertura di un’inchiesta giudiziaria presso la CPI.

Washington e Londra evitano di appoggiare apertamente l’apertura di una inchiesta giudiziaria presso la CPI ma sottolineano la gravità dei crimini commessi dal regime e la loro impunità. Stati Uniti e Gran Bretagna avvertano che la decisione di rivedere la Costituzione (modificando i limiti dei mandati presidenziali per permettere a Nkurunziza di accedere al quarto mandato nel 2021) non farà che esasperare la crisi. Il mancato appoggio alla CPI sarebbe stato motivato dal fatto che le due potenze anglosassoni si stanno orientando verso una soluzione meno ortodossa e più diretta capace di abbattere militarmente il regime grazie al loro sostegno e ad aiuti di potenze regionali.

L’unico intervento fuori dal coro è quello Venezuelano. Il Presidente Maduro, sotto pressione internazionale a causa della grave crisi interna al suo Paese, sembra identificarsi con il governo burundese pensando che il Burundi come il Venezuela sia sotto attacco di un piano neo coloniale occidentale teso a limitare la sovranità nazionale e provocare cambiamenti di regime dall’esterno. Il Venezuela ricorda ufficialmente la sua contrarietà alla Commissione di Inchiesta sul Burundi e domanda la eradicazione di questi meccanismi esterni legati a pressioni internazionali che interferiscono nella vita politica dei Paesi. Evidente che il Presidente Maduro non ha compreso la sostanziale differenza tra il suo partito in difesa dei poveri e della classe operaia e il CNDD-FDD impegnato in una sanguinosa repressione popolare politicamente ed etnicamente orientata che può trasformarsi in un genocidio di massa. L’incapacità di comprendere questa differenza trasforma l’intervento venezuelano sul Burundi in un boomerang politico ed evidenzia lo scarso spessore politico di Maduro rispetto al defunto Leader Hugo Chávez.

I Paesi apertamente schierati con il regime di Nkurunziza, Cina, Egitto, Russia e Turchia, sembrano aver sposato la scelta di esonerarsi dalla discussione. Solo Pechino si esprime promuovendo un non chiaro sostegno al dialogo tra le parti per una soluzione pacifica alla crisi in Burundi. L’Estonia prende l’occasione per attaccare indirettamente l’antagonista Russia sostenendo la Commissione di Inchiesta ed esternando le sue vive preoccupazioni sulla repressione dei difensori dei diritti umani e sulla impunità fino ad ora goduta dal regime di Bujumbura.

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