venerdì, Maggio 24

Burundi: la mattanza continua, ma in silenzio Escalation delle violenze e delle violazioni dei diritti umani denunciata da Human Rights Watch, spostamento dei miliziani FDLR dal Congo al Burundi, rumors di una possibile invasione del Rwanda: ingredienti per un cocktail esplosivo e nuovi tragici avvenimenti in Burundi

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La crisi burundese, iniziata nel 2015, a distanza di 4 anni ha subito il destino di altre crisi o guerre civili consumate in Paesi del Terzo Mondo non di rivelante importanza strategica o economica. Il Burundi è stato dimenticato dai mass media internazionali, creando indirettamente e involontariamente un grande vantaggio per il regime razziale del Presidente (illegittimo) Pierre Nkurunziza che sogna di creare una monarchia in un Paese abitato solo da Hutu e con lui Re per volontà divina.

Dopo le denunce  dei crimini contro l’umanità commessi dal regime e del rischio di genocidio della minoranza tutsi (tutt’ora possibile) fatte negli scorsi anni da varie associazioni in difesa dei diritti umani, Nazioni Unite e giornalisti, dal 2018 la crisi burundese smette di diventare un topic nell’informazione globale. Questo disinteresse ha favorito il partito di governo, il CNDD-FDD, e il dittatore Nkurunziza che tentano di trasmettere l’idea molto rassicurante della situazione nel Paese. La crisi politica sarebbe stata superata, le violenze cessate, i rifugiati nei Paesi limitrofi starebbero ritornando alle loro abitazioni, la coesione popolare e la sicurezza ripristinate. Il governo sarebbe ora intento a riattivare l’economia, che versa in uno stato pietoso e per questo cerca investitori e finanziamenti internazionali che stentano a materializzarsi anche dagli alleati, ovvero Egitto, Turchia, Russia e Cina.

Il disinteresse mediatico verso il Burundi è stato anche causato dalla inattività dell’opposizione politica, ormai quasi tutta in esilio. Dopo le innumerevoli conferenze e varie interviste rilasciate dai leader dell’opposizione e della società civile tra il 2015 e il 2017 per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sul dramma che sta vivendo il Burundi, si assiste da oltre un anno a un drastico calo delle attività di sensibilizzazione sul dramma burundese e di denuncia delle malefatte compiute dal regime di chiaro orientamento  HutuPower.

Questa ideologia si basa sulla supremazia etnica Hutu ed è stata formulata ed attuata in Rwanda prima dal regime di Juvenal Habyarimana, con il supporto della Francia e della Chiesa Cattolica (Manifesto Bahutu 1957) e, dopo il suo assassinio, dalla Coalizione per la Difesa delle Repubblica, controllata dagli estremisti hutu del clan Akazutra i massimi esponenti figurava la first lady Agathe Habyarimana, attualmente protetta in Francia e in possesso di passaporto diplomatico francese, nonostante le varie richieste di estradizione sottoposte dalla magistratura ruandese. Agathe è sospettata di aver orchestrato l’assassinio di suo marito per impedire un governo di unità nazionale con il Fronte Patriottico Ruandese guidato da Paul Kagame (attuale Presidente del Rwanda), attraverso il genocidio di 1 milione di persone, per la maggioranza tutsi.

Anche l’inattività dei gruppi d’opposizione armata Fronte di Liberazione Nazionale – FNL, FOREBU e RED Tabaraha influito sul disinteresse dei media internazionali verso il piccolo e remoto Paese dell’Africa centro orientale. Questi gruppi ribelli, sospettati di godere  dell’appoggio del Rwanda, dal 2015 ad oggi hanno dichiarato quattro offensive militari tese ad abbattere il regime. Offensive che non si sono mai materializzate -solo qualche scontro con effimeri successi contro le forze armate rimaste fedeli al regime, le milizie locali Imbonerakure e il gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda  – FDLR responsabile del genocidio del 1994 e alleato di spicco del dittatore Nkurunziza.

FNL, FOREBU e RED Tabara sono posizionati all’est del Congo, ma l’offensiva finale stenta a realizzarsi. Dal 2017 il regime, con la complicità tacita del Governo di Kinshasa e la partecipazione sporadica dell’Esercito congolese (FARDC), ha spostato il teatro del confronto militare con questi gruppi ribelli dal Burundi al Sud Kivu (Congo), determinando una guerra a bassa intensità che non attrae l’attenzione dei media internazionali. FNL, FOREBU e RED Tabara si sono dimostrati incapaci di formare un fronte politico unico con i partiti di opposizione e la società civile, di formulare un progetto politico ed economico convincente, e non hanno curato la propria immagine sul social network. Il social media più aggiornato è la pagina Twitter del RED Tabara, dove l’ultimo post risale allo scorso febbraio.

La debolezza dell’opposizione politica e militare, e una politica contraddittoria dell’Unione Africana, ancora divisa tra sostenitori e avversari di Nkurunziza, che di fatto blocca un intervento militare per liberare il Paese attutato da potenze regionali,  hanno portato i burundesi, sia quelli rimasti nel Paese che quelli della nutrita diaspora, a perdere le speranze. La diaspora sta progressivamente riducendo i finanziamenti a FNL, FOREBU e RED Tabara. Quelli rimasti in Burundi sembrano aver imparato a convivere con l’odiato regime, ora anche e sopratutto temuto.

A farci ricordare la drammatica situazione del Burundi, che è ben lontana dalle realtà virtuali proposte dal regime,  è un intervento di Lewis Mudge direttore per l’Africa Centrale di Human Rights Watch, pubblicato sul quotidiano francese ‘Le Monde’.

Secondo Mudge le violenze sulla popolazione e le violazioni dei diritti umani in Burundi sono tutt’altro che finite. Da metà aprile 2019, il neonato partito di opposizione Congrès National pour la Liberté (CNL), creato nel maggio 2018 dall’ex leader del FNL, Agathon Rwasa, è vittima di una virulenta campagna di minacce sui social media orchestrata dal CNDD-FDD (partito al potere) e dalle FDLR. «Voi del CNL volete distruggere la pace e la tranquillità in Burundi. Non lo permetteremo. Se continuerete vi uccideremo assieme alle vostre mogli e figli».  
Queste minacce ripetute sui social media da una moltitudine di ignoti internauti burundesi vengono messe in pratica.  Quaranta militanti del CNL sono stati già giustiziati dalle milizie di Nkurunziza negli ultimi 6 mesi, costringendo il Congrès National pour la Liberté a promuovere il suo programma politico in una difficile situazione di semi-clandestinità. Le azioni repressive sono tese a impedire al CNL di emergere come partito di opposizione di massa. Le attenzioni del regime verso il CNL sono motivate dal fatto che il nuovo partito sta raccogliendo molti consensi tra le masse contadine Hutu e tra l’elettorato tradizionale del CNDD-FDD. In poco tempo il CNL è diventata una valida alternativa per le masse hutu, stufe di ideologie razziali e genocidarie, che aspirano alla pace, alla convivenza etnica e allo sviluppo economico.

Dopo l’escalation delle violenze e dei crimini contro l’umanità registrate tra il 2015 e il 2017, il regime ha dato l’impressione di avere il Paese sotto controllo e di aver sensibilmente diminuito la repressione e i crimini contro la propria popolazione. Al contrario, Lewis Mudge ci segnala che le persecuzioni e le esecuzioni extra giudiziarie contro attivisti della società civile, oppositori e giornalisti, non sono mai diminuite. È diminuito il numero degli oppositori nel Paese. Molti fuggiti all’estero e altri imprigionati o, peggio, uccisi dalle milizie paramilitari Imbonerakure o dalle FDLR.

Secondo Mudge il clima di terrore e di violenza continua tutt’ora in Burundi tramite le Imbonerakure, nate dall’ala giovanile del CNDD-FDD e dal 2016 sotto il ferreo controllo dei terroristi ruandesi FDLR. Ogni cittadino sospetto di non simpatizzare per la causa HutuPower viene minacciato o eliminato, in previsione delle elezioni presidenziali del 2020, in occasione delle quali non è ancora chiaro se Pierre Nkurunziza presenterà la sua candidatura o se a farlo sarà sua moglie, Denise Nkurunziza, che gestisce numerose associazioni caritatevoli e la radio Buntu, che diffonde, in lingua Kirundi, odio etnico e incitamento al massacro dei tutsi. Appelli che fino ad ora non hanno trovato l’appoggio delle masse contadine hutu del Paese.

Le Imbonerakure, oltre ad assumere illegalmente ruoli di polizia, perseguitano i comuni cittadini (hutu compresi) estorcendo loro denaro. La situazione peggiora nei confronti degli imprenditori costretti a versare nelle casse delle Imbonerakure almeno il 50% dei loro profitti. Chi si rifiuta scappa all’estero se può o viene arrestato. In entrambi i casi i beni in Burundi vengono confiscati.

I reparti Imbonerakure maggiormente addestrati a livello militare vengono utilizzati nei combattimenti contro i gruppi ribelli, nella provincia del Sud Kivu, Congo. Per il ruolo di terrore e controllo della popolazione, le Imbonerakure oltre alla totale impunità ricevono gli agognati riconoscimenti. Nei quartieri della capitale, Bujumbura, dove tra il 2015 e il 2016 si registrò maggior resistenza al regime, le Imbonerakure hanno ricevuto gratuitamente le case di cittadini tutsi fuggiti all’estero, imprigionati o giustiziati.

Con il disinteresse dei media internazionali e il controllo totale dell’informazione ottenuto dal regime, fin dal gennaio 2016, i crimini perpetuati nelle città e nelle campagne da parte delle Imbonerakure – FDLR diventano invisibili, offrendo a queste milizie l’opportunità di agire indisturbati e impuniti. Un ufficiale di Polizia burundese sotto copertura di anonimato ha riferito a HRW che gli amministratori locali hanno ricevuto l’ordine dal regime di identificare i simpatizzanti del CNL nei loro comuni e distretti per permettere il loro immediato arresto con l’accusa di atti sovversivi e riunioni politiche illegali che attentano alla sicurezza nazionale . Dopo la denuncia ci pensano le Imbonerakure, non la Polizia.

L’influenza delle FDLR, Imbonerakure e del CNDD-FDD sul sistema giuridico è aumentata dal 2018. Un giudice intervistato da HRW ha informato che quando deve trattare casi politici sensibili deve attendere le istruzioni del regime, che stabilisce la punizione secondo la gravità del coinvolgimento dell’imputato in attività sovversive contro il Governo. Quando la gravità viene giudicata estrema, le Imbonerakure prelevano l’imputato, il quale sparisce letteralmente e il caso giudiziario non viene chiuso ma distrutto, per non lasciare prove. Chi decide gli arresti, l’apertura dei casi giudiziari e  le condanne non è la Magistratura o la Polizia, bensì le Imbonerakure e le FDLR, che ora gestiscono anche in prima persona negli interrogatori degli indiziati. «Nel 80% dei casi il sospetto è condannato a priori e noi non possiamo fare nulla», afferma il giudice intervistato.

Anche la repressione verso gli ultimi attivisti dei diritti umani rimasti nel Paese è aumentata. Nel marzo 2018 l’attivista Germain Rukuki è stato condannato a 32 anni di prigione per aver diffuso (secondo la versione del regime) false informazioni di torture e violazioni dei diritti umani per promuovere all’estero una propaganda eversiva tesa a ledere l’immagine del Paese. Il diritto di ricorso giudiziario, fissato per lo scorso 25 aprile è stato negato. Rukuki è uno dei pochi ‘fortunati’, in quanto normalmente gli attivisti scovati dalle milizie paramilitari vengono prima torturati in centri di detenzione segreti e poi eliminati.

«Le informazioni e le prove raccolte dalla popolazione burundese riflettono la situazione attuale in Burundi dove le Imbonerakure hanno assunto poteri straordinari e quasi illimitati», spiega il direttore per l’Africa Centrale di Human Rights Watch, Lewis Mudge. «I burundesi intervistati hanno espresso la loro frustrazione per l’aggravarsi della crisi economica e la crescente repressione in vista delle elezioni del 2020. Le violazioni dei diritti umani e gli omicidi politici avvengono quotidianamente nel silenzio piú assoluto. Il Governo fa di tutto per nascondere questi crimini e cancellare dalla faccia della terra i dissidenti.
L’Unione Africana deve assumersi la responsabilità di fermare questi crimini contro l’umanità in quanto gli osservatori della UA sono gli unici rimasti nel Paese dopo la chiusura decretata dal regime lo scorso marzo dell’ufficio ONU di monitoraggio dei diritti umani. L’escalation delle violenze che HRW ha constatato dal 2018 ad oggi non può essere ignorata e deve essere fermata prima del 2020», conclude Mudge.

INFO SOS Médias Burundi denuncia l’arresto illegale di due militanti del CNL, Jospeh Muhanyi e Serges Ntahondi, avvenuto il 1° Maggio, festa dei lavoratori. I due oppositori sono stati arrestati dalle Imbonerakure in quanto sospettati di organizzare meeting politici non autorizzati. Gli arresti sono avvenuti presso il Comune di Bugendana, nella provincia di Gitega, ed evidenziano come il regime si sta preparando a vincere le elezioni presidenziali: impedendo con la forza e il terrore all’opposizione ogni possibilità di attuare una campagna elettorale diversa e contraria al Prete Re, Pierre Nkurunziza, inviato divino in Burundi.
Nello stesso giorno il dittatore Pierre Nkurunziza ha celebrato la festa dei lavoratori presso lo stadio di Rumonge, città a 80 km dalla capitale. La scelta di Rumonge conferma i rumors che Nkurunziza ha ripreso a non risiedere a Bujumbura, come fece tra il 2015 e il 2017, per paura di attentati. La cerimonia era composta da una variegata corte dei miracoli. Funzionari pubblici, la squadra nazionale di calcio, un campione di judo, governatori, borgomastri, tesserati del CNDD-FDD e, ovviamente le Imbonerakure. Le masse rurali hutu della zona hanno ignorato l’evento ad eccezione dei contadini iscritti al partito.

Il Prete Re è arrivato all’assurdo nominando Lavoratore dell’Anno in Burundi sua figlia di 12 anni, Naomie Nkurunziza, per aver dimostrato ubbidienza e zelo sia a scuola che nei lavori domestici. A Naomie è stata consegnata una consistente somma di denaro come incoraggiamento a mantenersi sulla retta via indicata da Dio. Nkurunziza ha ricordato a tutti che sua figlia è una patriota, ama il Burundi e la sua cultura ed è una appassionata di sport. Alla notizia, i burundesi sono rimasti muti. La maggioranza dei giovani è disoccupata, almeno un 60% di lavoratori riceve paghe da fame e la maggioranza dei contadini è sull’orlo del fallimento, afflitti dalla malnutrizione. Queste trovate mediatiche avrebbero fatto riflettere anche molti quadri politici del CNDD-FDD.

Un dubbio si starebbe insinuando nelle loro teste: Nkurunziza comincia ad esagerare?
Secondo le nostre fonti burundesi, vi è malcontento e vi sono dissidi all’interno del partito al potere, il CNDD-FDD, che sarebbero diventate fonti di serie preoccupazioni per il dittatore e la sua stretta cerchia di fedelissimi.
Nell’ottobre del 2018 si parlava di un complotto per uccidere Nkurunziza, che non fu mai attuato. Le informazioni ricevute parlano nuovamente di questa possibilità, sottolineando che vi sono molti moderati all’interno del CNDD-FDD che intravedono come unica possibilità di sopravvivenza politica e personale l’eliminazione di Nkurunziza, lo scioglimento delle Imbonerakure e la fine della scomoda alleanza con i terroristi ruandesi delle FDLR.
L’evolversi degli avvenimenti interni al regime dipenderanno soprattutto dalla capacità di questi terroristi ruandesi e delle Imbonerakure di controllare con il pugno di ferro il Burundi.

Le nostre fonti all’est del Congo segnalano ingenti trasferimenti del gruppo terroristico ruandese FDLR  (vedi video 1, vedi video 2dal Kivu, Congo, al Burundi. In queste ultime settimane migliaia di miliziani FDLR hanno oltrepassato in armi la frontiera burundese con convogli militari.
L’esodo è stato determinato dal nuovo corso in politica estera del Presidente congolese, Fèlix Tshisekedi, che punta alla fine delle tensioni con il Rwanda, l’inizio della cooperazione economica regionale e l’annientamento dei gruppi ribelli che infestano l’est del Paese controllando il traffico illegale di minerali e attuando vari crimini contro le popolazioni locali. Tra i primi gruppi armati da distruggere Tshisekedi indica proprio le FDLR, chiedendo l’assistenza militare dei Cashi Blu ONU e delle potenze regionali confinanti  -Angola, Rwanda e Uganda.

Alcuni oppositori politici burundesi della diaspora ci dicono -senza poter portare prove- che l’afflusso massiccio delle FDLR in Burundi potrebbe essere il preludio per l’invasione militare del Rwanda. Dal 2016 ad oggi i tentativi delle FDLR di invadere il Rwanda dal Burundi sono aumentati in maniera esponenziale. Tentativi tutti falliti, grazie al rapido intervento delle forze armate ruandesi e al mancato appoggio alle FDLR da parte delle masse contadine hutu.
Secondo queste fonti, le FDLR, associate a gruppi ribelli congolesi Mai Mai e alle Imbonerakure, potrebbero mettere in campo circa 30.000 uomini per invadere il Rwanda. «Al momento attuale non si può valutare la veridicità di queste voci. Rimane comunque il fatto che le FDLR sono in difficoltà a causa della nuova politica estera congolese e si stanno  rifugiando nell’ultimo santuario a loro rimasto: il Burundi. Qualora veramente le FDLR si preparassero ad invadere il Rwanda non mi meraviglierei che Kigali decidesse un attacco preventivo, spostando il teatro di guerra dal Rwanda al Burundi. Dal 2018  i due Paesi hanno sfiorato in molte occasioni il conflitto. Ora la situazione potrebbe sfuggire di mano e renderlo possibile», spiega un professore dell’Università della Makerere in Uganda, contattato sull’argomento, e che ci ha chiesto l’anonimato.

Le FDLR e il regime di Nkurunziza sarebbero stati abbandonati anche dall’alleato storico del HutuPower, la Francia, dopo aver fornito armi al regime burundese e preso parte, tra il 2016 e il 2017, ai tentativi di invasione del Rwanda da parte delle FDLR. Questo gruppo terroristico, che fu creato dagli stessi francesi nel 2000, ed appoggiato per quasi 20 anni,, sembra ora considerato dalla Cellula Africana dell’Eliseo come antitetico agli interessi francesi nella regione dei Grandi Laghi. Interessi meglio tutelati dalla ripresa delle relazioni diplomatiche e commerciali con il Rwanda, dopo l’accordo siglato nell’ottobre 2018 tra  i Presidenti Paul Kagame ed Emmanuel Macron, accordo che ha permesso all’ex Ministro degli Esteri ruandese  Louise Mushikiwabo di accedere  alla presidenza dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF).

L’escalation delle violenze e delle violazioni dei diritti umani denunciata da HRW, che contraddice la rosea situazione del Paese proposta dalla propaganda di regime,  la migrazione in massa dei miliziani FDLR dal Congo al Burundi e i rumors sulla possibilità di una invasione del Rwanda o di un conflitto tra i due Paesi gemelli sono ingredienti per un cocktail esplosivo e di nuovi e tragici avvenimenti in Burundi.

Come una perenne spade di Damocle, incombe sul Burundi l’ombra del Genocidio. Secondo le nostre fonti, un conflitto Rwanda e Burundi probabilmente si concluderebbe con la vittoria militare di Kigali, ma il prezzo da pagare sarebbe il genocidio dei tutsi burundesi. Sempre secondo le nostre fonti, sul milione di tutsi burundesi recensiti la maggioranza sarebbe fuggita. Nel Paese rimarrebbero circa 300.000 tutsi, che di fatto sono stati trasformati dal regime in ostaggi.

Il genocidio ruandese del 1994 sta influenzando da 25 anni gli avvenimenti nella Regione dei Grandi Laghi. L’ondata di terrore e instabilità dell’ideologia di morte HutuPower non sembra ancora esaurita. Per questa ragione la comunità internazionale è attenta a combattere le forze negazioniste dell’Olocausto africano. Giovedì 25 aprile il Parlamento belga ha votato una legge che condanna penalmente ogni tentativo di negazionismo del genocidio avvenuto in Rwanda. La stessa legge comprende reati di negazionismo rivolti al genocidio commesso contro 8000 bosniaci a Srebrenica nel 1995.

Sabato 4 aprile il Governo ruandese ha indetto a Kigali una cerimonia di sepoltura  per 85.000 resti di ruandesi trucidati nel 1994. Solo una esigua parte di questi resti appartenenti a 81 persone è stata sepolta presso il Nyanza Genocide Momorial, il resto in cimiteri comuni. «Onorando con la sepoltura queste vittime vogliamo ricordare al mondo intero la pena e l’orrore subito dal popolo ruandese attraverso il genocidio del 1994»  ha dichiarato Johnston Busingye, Ministro della Giustizia. Una pena e un orrore che ora potrebbero ripetersi in Burundi.

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