giovedì, Novembre 14

Burundi: la maledizione di Karjenda, il tamburo sacro Una leggenda che per i burundesi è molto di più: il 21 ottobre 1993 scompare il ‘tamburo della pace’ e inizia l’era del terrore. Tutti attendono il ritorno del tamburo, il quale porterebbe la pace

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Il tamburo sacro Karjenda, suonato ad ogni cerimonia reale, assicurò per secoli che il Burundi fosse la terra del latte e del miele. Il giorno funesto della morte del primo Presidente democraticamente eletto, Mechiorre Ndadaye, Karjenda venne rubato da mani ignote. Gli dei animisti furiosi di tale sacrilegio lanciarono una maledizione sul Paese. Fin quando Karjenda non fosse ritornato al suo posto, all’interno del santuario Ingoro y’ingoma, non ci sarebbe stata mai pace in Burundi.
Con il furto del tamburo sacro, la terra del latte e del miele diventò il regno del terrore, guidato da Pierre Nkurunziza.
La leggenda del tamburo sacro Karjenda può far sorridere gli scettici, ma è un episodio realmente accaduto a cui i burundesi danno una spiegazione mistica, collegando il suo ritorno alla pace nel loro Paese. Il credo di Karjenda è così radicato nella psicologia del Paese che lo stesso dittatore Nkurunziza sarebbe terrorizzato del suo ritorno, in quanto metterebbe fine al regno del terrore. Per evitare tale sorte Nkurunziza avrebbe dato istruzioni da diversi anni di impedire a tutti i costi che Karjenda ritorni al suo posto, o che venga nuovamente suonato.  Non si sa se il tamburo sacro, raro pezzo di arte africana vecchio di 593 anni, sia stato venduto a qualche collezionista privato o sia custodito in qualche nascondiglio segreto in Burundi. Nessuno parla della sua sorte, ma tutti attendono il suo ritorno.

Simbolo del potere e della potenza Karjenda, tamburo sacro reale per 593 anni, è stato il simbolo della Nazione e veniva suonato in occasione della festa Umuganuro, il giorno della semina. La cerimonia si apriva con un assolo del Karjenda, seguito da un concerto degli altri 12 tamburi reali che rendevano omaggio al tamburo sacro. Il concerto avveniva all’interno del santuario Ingoro y’ingoma, la casa dei tamburi. Karjenda veniva suonato anche in occasioni di incoronazioni, matrimoni e funerali dei membri della famiglia reale. Il nome Ingoma designa sia il tamburo che il regno, sottolineando come la storia di Karjenda è strettamente legata, nella tradizione burundese, al re, alla prosperità e alla pace della Nazione.

Di questo pezzo d’arte unico al mondo si conoscono nei dettagli le origini, grazie alla storia tramandata oralmente. Karjenda fu creato in Burundi nel Quindicesimo secolo dai sostenitori del  primo re del Burundi Ntare Rushatsi Cambarantama (che significa: il Leone Irsuto vestito di pelle di pecora), venuto dall’Est del Paese. Arrivato presso la foresta di Kibira, il condottiero Cambarantama si riposò, dopo che il suo seguito uccise un toro per il banchetto. La pelle del toro fu fissata su un tronco d’albero esportato dalla terra della foresta sacra. Il tamburo creato fu nominato Karjenda e fu suonato per la prima volta per annunciare al popolo burundese l’arrivo del suo primo re.

La creazione di Karjenda è piena di messaggi simbolici e divini. La pelle di toro simbolizza il neonato, quindi la vita. La sagoma del tamburo imita il corpo della vacca simbolo della bellezza femminile e della fertilità sessuale. Il Karjenda, come gli altri tamburi reali creati dopo di lui, è il simbolo della vita e della perfezione dell’universo femminile, che nella religione animista burundese è associato alla vacca e detiene caratteristiche sacre. Una perfezione divina, ma fragile -alle donne è vietato sia di toccare che di suonare i tamburi reali. Solo pochi eletti uomini possono suonarli nelle cerimonie nazionali. Chiamati Abatimbo,   sarebbero i discendenti dei creatori di Karjenda nella foresta di Kibira.

La tradizione storica orale burundese pone Ntare Rushatsi Cambarantama come l’eroe civilizzatore e l’unificatore del Paese. Cambarantama fu il primo Umwami (re) del Burundi, e capostipite del clan Abaganwa, la dinastia reale che tutt’ora esiste nel Paese. Una delle figlie della dinastia reale vive ora in Italia, a Bologna.

Sulle gesta del Primo Umwami esistono circa 150 versioni, spesso in contraddizione tra loro. Sono state raccolte in forma scritta per la prima volta negli anni Trenta e catalogate dal Centro della Civilizzazione Burundese. Non esiste alcuna altra fonte storica o archeologica sulla vita del re. La tradizione orale vuole che il re Cambarantama abbia unificato il Paese, creando un magico equilibrio tra hutu e tutsi per evitare guerre etniche e governare armoniosamente il Burundi. È il Primo Umwami che distribuisce le cariche governative tra hutu e tutsi, evitando che una etnia prevalga sull’altra.

Il re era tutsi, ma il Ministro della Guerra hutu, mentre il Consiglio dei Saggi era composto da 5 tutsi e 5 hutu. Delle otto mogli del re almeno 4 dovevano essere hutu, mentre la prima moglie era sempre tutsi. Cambarantama trasformò le due etnie in classi sociali in quanto le migrazioni delle popolazioni bantu e nilotiche avvenute nei secoli precedenti si erano congiunte proprio in Burundi, creando una coesistenza che aveva fuso lingue, tradizioni e religioni diverse in un’unica interpretazione della realtà e delle divinità, dando il via alla lingua Kirundi, al simbolo della fertilità basato sulle vacche e alla complesso stato socio culturale burundese.

Da Cambarantama in poi le etnie diventano mobili, e la loro appartenenza è strettamente legata al numero di vacche possedute e non più dall’origine etnica. Un tutsi che perdeva la sua mandria diventata hutu e viceversa. Per essere considerato tutsi un burundese doveva possedere più di 6 vacche. La distinzione etnica fu sostituita dalla appartenenza alla stessa collina di nascita. Cambarantama incoraggiò i matrimoni misti, come efficace antidoto contro le guerre entiche.
Un processo simile si sviluppò nel vicino Rwanda, anche se l’egemonia tutsi era più marcata rispetto al Burundi.
La trasformazione della società attuata sotto il regno di Cambarantama è stata così profonda da essere praticata tutt’oggi. Questo spiega come mai il Burundi, a differenza del Paese gemello, il Rwanda, sia stato meno vittima di massacri etnici, e fino ad ora non sia stato compiuto un genocidio, nonostante esistano tutte le condizioni sociali, economiche e politiche presente nel Rwanda nel 1994.

Alle 9.30 della mattina del 21 ottobre 1993 il primo Presidente burundese democraticamente eletto, Melchior Ndadaye, leader di un partito estremista hutu, viene ucciso da tre militari dell’undicesimo battaglione delle Guardie Presidenziali, che nella notte avevano compiuto il golpe. Ndadaye fu strangolato con una corda e trafitto sette volte dalle baionette dei militari. Il suo cadavere venne abbandonato in un campo, infine sepolto in una fossa comune insieme ai corpi di Pontien Karibwami, Vice Presidente e Presidente dell’Assemblea Nazionale, di Bimazubute Gilles, Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale, di Juvenal Ndayikeza, Ministro dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale, e Richard Ndikumwami, Direttore dei Servizi Segreti.
Il golpe era stato attuato dai soldati tutsi, a causa della politica estremista HutuPower portata avanti da Ndadaye e per evitare un genocidio. Seppur veri i discorsi etnici del Presidente, la sua morte prematura non ha potuto mai comprovare se egli intendeva creare in Burundi uno Stato HutuPower, come nel vicino Rwanda, né se nutriva strategie di soluzione finale verso i tutsi. Dalla maggioranza degli hutu il golpe e l’omicidio del Presidente furono considerati come l’inizio della dittatura tutsi. Interpretazione, questa, che scatenò la guerra civili durata dieci anni, di cui uno dei maggiori attori: un maestro hutu di scuola elementare Pierre Nkurunziza fu il leader delle milizie genocidarie FDD, giunto al potere nel 2005 grazie agli accordi di pace di Arusha nel 2000.

Lo stesso giorno dell’assassinio di Ndadaye fu rubato il Karjenda dal Palazzo dei Tamburi.
Due le versioni sulla identità dei ladri. La prima versione incolpa gli stessi militari autori dell’assassinio. La seconda incolpa dei seguaci di Ndadaye. Entrambi avrebbero rubato Karjenda per spezzare l’armonia divina tra hutu e tutsi creata dal re Cambarantama. I primi per instaurare una dittatura tutsi, i secondi per creare uno Stato HutuPower. Fino ad ora non si conoscono i reali autori del furto, né dove il Karjenda sia custodito.
Il suo posto presso il Palazzo dei Tamburi rimane vuoto, in attesa del ritorno. Il Presidente Nkurunziza ha dedicato al Karjenda scomparso la giornata nazionale del tamburo sacro. Dal novembre 2014 i tamburi reali del Burundi sono stati inseriti nel patrimonio dell’Umanità del UNESCO.

Il Karjenda è stato per 593 anni il simbolo del potere reale, dell’unità del Paese e della pace. Dio parlava al Re e alla popolazione attraverso il tamburo per proteggere la Monarchia, il Regno e tutti i suoi abitanti. Noi burundesi sappiamo bene che se il Karjenda non può essere suonato nel nostro Paese non ritornerà la pace”, ci spiega Abbé Adrien Ntabona, antropologo burundese.

Molto sospetti sono gli atti del dittatore Nkurunziza rivolti al tamburo sacro, e ai tamburi reali in generale che sembrano tesi ad impedire il ritorno del Karjenda.
Nell’ottobre 2006 Nkurunziza firmò un decreto per avere un controllo totale ed esclusivo sulla conservazione e sull’utilizzazione di questi oggetti sacri da parte del partito al potere CNDD-FDD. Chiunque voleva suonare anche imitazioni dei tamburi sacri, magari come attrazione turistica o in occasioni di cerimonie tradizionali, deve ottenere un permesso speciale dal Ministero della Cultura.
Il decreto, tutt’ora in vigore, aveva come intenzione preservare questi oggetti sacri ed evitare ogni loro utilizzazione illegittima. Al contrario molti burundesi pensano che il controllo stretto sui tamburi reali sia stato imposto per evitare che vengano suonati. Addirittura c’è che afferma che il Karjenda sia ritornato in segreto nel Palazzo dei Tamburi, ma la sua ricomparsa venga tenuta nascosta dal dittatore, consapevole che se il Karjenda venisse suonato nuovamente dopo 25 anni il suo regno del terrore finirebbe, per far posto alla sovranità della Nazione burundese creata dal Primo Mwami 593 anni fa.

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