venerdì, Ottobre 18

Burundi: il coraggio di informare

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Una delle prime vittime del regime razziale di Nkurunziza è stata l’informazione. Fin dall’inizio dell’anno, emittenti radiofoniche e televisive sono state oscurate, giornali chiusi, redazioni intere arrestate. Il Governo burundese seleziona i giornalisti stranieri che possono stare nel Paese, controllandoli strettamente. L’obiettivo è quello di imporre la versione ufficiale dei fatti, coprendo così i crimini contro l’umanità perpetuati contro la popolazione dal regime. L’informazione indipendente sul Paese viene garantita dal coraggioso lavoro di giovani reporter burundesi che rischiano la loro vita per far conoscere al mondo intero l’orrore della repressione e la dittatura instaurata da Nkyurynziza e dal suo partito razziale CNDD-FDD. Abbiamo intervistato uno di loro, protetto da anonimato per ovvie ragioni di sicurezza.

 

Ci può spiegare la situazione della libertà di stampa nel paese?

La libertà di stampa nel Paese non esiste più. Il Governo ha immediatamente individuato negli organi di informazione da lui non controllati un nemico mortale e ha agito di conseguenza: sopprimendoli. Una delle prime vittime è stato il giornalista Bob Rugurika, direttore della Radio Publique Africaine. Rugurika ha subito un processo e l’emittente televisiva è stata chiusa per aver rivelato l’omicidio di Stato delle tre suore italiane. Solo la pressione internazionale ha permesso la sua scarcerazione, anche se è stato costretto all’esilio. Personalmente sono rimasto attonito per come l’Italia ha reagito alla notizia, quasi trascurandola. Non mi posso spiegare il silenzio e il quasi disinteresse se non pensando a connivenze e a interessi che impediscono che sia fatta giustizia. Ma questa è un’opinione personale e quindi confutabile. Il tentativo di colpo di Stato attuato lo scorso maggio ha accelerato la repressione dei media burundesi. Sedi di radio e TV indipendenti sono state assaltate, saccheggiate, date alle fiamme.. Il Governo ha bloccato vari siti di informazione e tenta di controllare le email, Facebook, Twitter, Whatsapp. Dico tenta perché il controllo e l’intercettazione dei messaggi richiede una tecnologia complessa e dei tecnici esperti nel settore che il regime non possiede. Si avvale della consulenza di una ditta di comunicazioni cinese, ma i suoi servizi sono costosissimi e quindi utilizzati per lo stretto necessario. Vari giornalisti burundesi sono stati arrestati o peggio ancora abbattuti. Questa situazione ha indotto molti colleghi a fuggire all’estero, sopratutto quelli noti. Siamo rimasti noi, i giornalisti in erba.

 

Cosa intende per giornalisti in erba?

Intendo giovani che hanno intrapreso la carriera di recente e sono poco conosciuti. Questo ci salva la vita. Anche diversi blogger si sono trasformati in giornalisti. Per loro è più difficile. Tutti quelli che non usavano pseudonimi nel periodo precedente alla crisi sono dovuti fuggire all’estero dopo le prime esecuzioni extra giudiziarie. La popolazione burundese è sottoposta al blackout informativo. Gli abitanti di un quartiere non sanno quello che avviene nel quartiere vicino. L’unica fonte di informazione alternativa alla propaganda del regime proviene dal nostro lavoro, e la popolazione la riceve accedendo ai siti esteri di informazione.

 

Per quali media lavorate?

Diversi media occidentali, nord americani, africani e asiatici si avvalgono della nostra consulenza visto che per i loro inviati è quasi impossibile ottenere un visto per il Burundi. Tra i media più noti cito: ‘RTB‘ (Belgio), ‘RFI‘, ‘RTS‘ (Svizzera). Chi lavora per ‘Radio Televisione Belgio‘ deve stare molto attento. A causa della chiara posizione adottata dal Governo belga contro il regime, il Paese europeo è stato posto sulla lista dei nemici giurati. Di conseguenza chiunque collabori con esso o riceva finanziamenti (per esempio delle ONG) è sospettato di essere un traditore della patria. Non parliamo dei giornalisti. Ma non esistono solo le collaborazioni con i media ufficiali. Molti di noi collaborano con blog all’estero non ricevendo compensi, animati dal desiderio di denunciare gli orrori commessi dal regime.

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