lunedì, Novembre 11

Burundi: finita l’alleanza opportunistica con l’Uganda Yoweri Museveni sta ‘scaricando’ Pierre Nkurunziza, il 27 dicembre rifissato summit della East African Community sulla crisi burundese dopo che a inizio dicembre identico vertice era stato disertato dal Burundi

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L’ultimo dei difensori regionali del Burundi formato Pierre Nkurunziza, il Presidente ugandese Yoweri Museveni, si è dovuto arrendere all’evidenza, dopo la non partecipazione del Burundi al summit straordinario dedicato alla crisi burundese della East African Community, degli inizi di dicembre. Museveni sta ‘scaricando’ Nkurunziza, anche se forse è tardi per evitare una crisi regionale.   

Nella crisi burundese pochi attori regionali o internazionali non si sono sporcati le mani. Pierre Nkurunziza è il frutto di una pace senza giustizia e riconciliazione nazionale come soluzione ritenuta più sbrigativa per risolvere una decennale guerra civile. Una soluzione che ha portato al potere un criminale di guerra dalla psiche labile, senza che egli avesse riportato vittorie significative durante il conflitto. Una soluzione trovata in fretta, da Stati Uniti, Nelson Mandela e Comunità di Sant’Egidio, con l’obiettivo di chiudere il pericoloso focolaio di guerra regionale ed etnica che covava all’interno del conflitto burundese. Lo stesso focolaio ora riacceso che rischia di diventare un incendio dalle dimensioni impreviste.

Dal 2005 al 2012 tutti hanno avuto la presunzione di poter controllare,  mezzo sangue hutu-tutsi, timido davanti ai potenti della terra, senza voler comprendere la reale natura genocidaria e razziale dell’individuo, nonostante fosse fin troppo evidente. Barak Obama, Nicolas Sharkozy e successivamente Francois Hollande, l’Unione Europea, ONU e Unione Africana, il Belgio, la Norvegia, Hururu Kenyatta, Paul Kagame e Yoweri Kaguta Museveni erano convinti che Nkurunziza fosse facile da plagiare, mentre la Comunità di Sant’Egidio non si risparmiava viaggi in Burundi per dare buoni consigli. L’unica Nazione che mantenne una coerenza fu la Tanzania, da sempre schierata con le forze HutuPower burundesi.

Questo appoggio incondizionato e cieco è stato offerto nonostante già nel 2007 fossero iniziati i primi massacri contro i militanti dell’ala politica del movimento guerrigliero hutu FNL, che aveva rifiutato la pace di Arusha del 2000 e aveva continuato le ostilità dalle sue base all’est del Congo. Nel 2009 i segni del regime razial-nazista erano alla luce del sole. Nel 2010 si organizzò elezioni farsa a cui l’opposizione non partecipò in quanto non vi era la minima possibilità di elezioni libere e trasparenti. Uganda e Rwanda fecero di tutto, nel 2007, per far entrare il Burundi nella Comunità Economica dell’Africa Orientale (East African Community) pur non avendo, il Paese, i requisiti minimi economici, democratici e di rispetto dei diritti umani.
Nel 2010 nessuno avanzò un solo dubbio sulla legittimità del Presidente Nkurunziza scaturita da elezioni degne del regime stalinista.
Tutti pensavano che il timido maestro di scuola elementare fosse facilmente plagiabile e manipolabile. Un pensiero condiviso anche da molti burundesi, stanchi di dieci anni di guerra. Gli hutu attendevano lo sviluppo socio-economico mai raggiunto dall’Indipendenza. I tutsi erano sicuri che le idee Hutupower del CNDD-FDD, il partito di Nkurunziza, non potessero essere portate avanti. Come tutela e garanzia avevano gli Stati Uniti, il Rwanda, l’Uganda. Molti tutsi entrarono nell’Amministrazione Nkurunziza, mentre i militari si sentivano intoccabili, nonostante l’assorbimento delle milizie genocidarie FDD nell’Esercito.

La decisione di accedere al terzo mandato e la crisi iniziata nel 2015, sono state le dirette conseguenze della pace senza giustizia decretata ad Arusha, nel 2000. Nulla nella Regione dei Grandi Laghi è imprevisto o non prevedibile. Tutto ha origine da problemi irrisolti che, spesso, la comunità internazionale non vuole vedere, preferendo la comoda ed artificiale realtà di superficie.

Durante la crisi, poi, troppi attori hanno sperato che avesse carattere passeggero e che il ‘Signore della Guerra’ Nkurunziza ritornasse ad ascoltare i buoni consigli. Le Nazioni Unite hanno tentato di negare la natura nazista e genocidaria del regime fino a quando, nel 2017, le prove dell’eliminazione fisica degli oppositori e della minoranza tutsi erano troppo evidenti per poterle ignorare. Fino alla fine del 2016 le visite da Roma continuarono nella speranza che i buoni consigli facessero rinsanire il dittatore ristabilendo la precaria situazione di ‘non-pace e non-guerra’ che avevano creato. Le manifestazioni popolari del 2015,  represse nel sangue, erano scoppiate in quanto la popolazione si sentiva tradita. Gli hutu non avevano visto il progresso loro promesso, solo più miseria e soprusi. I tutsi avevano assistito ad un progressivo deterioramento delle garanzie per la loro incolumità e partecipazione nello tessuto socio-economico del Paese. I più lungimiranti avevano già scelto la strada di un doloroso esilio.

Solo nel primo semestre del 2017 la Comunità Internazionale prende le distanze e i buoni consigli cessano di essere dati. Tutti comprendono che Nkurunziza è incontrollabile, una minaccia per la pace regionale che può compromettere larapinadelle risorse naturali assicurata da un patto mai scritto tra ‘gentiluomini’.
Questa comprensione della realtà non ha portato soluzioni. Come nel passato, la comunità internazionale ha creduto di poter far ragionare Nkurunziza allestendo colloqui di pace sistematicamente boicottati dal regime. Ora anche la Tanzania si sente imbarazzata dinnanzi a questo impresentabile alleato politico. Nuovi opportunisti sono giunti da Mosca e Pechino, contribuendo all’attuale stallo, e le potenze regionali e la comunità internazionale hanno impedito l’unica soluzione possibile: rimuovere con le armi Nkurunziza e abbattere il suo regime razial-nazista.

Ora la situazione si è talmente deteriorata che anche la soluzione militare non eviterebbe il genocidio, al massimo lo potrebbe limitare e interrompere prima dei 100 giorni ruandesi del 1994. Tra la minoranza tutsi burundese vi è disperazione. È intrappolata nel Paese, nella speranza che il genocidio strisciante iniziato nel luglio 2015 non si tramuti in soluzione finale.
Questa settimana anche Yoweri Museveni si è dovuto arrendere all’evidenza. Dal 2016 in poi Museveni aveva avuto la presunzione di poter utilizzare il Burundi nella guerra fredda tra Hima sul controllo delle risorse naturali all’est del Congo. L’Uganda ha fornito un discreto ma efficace supporto politico, appoggiando colloqui di pace che fin dall’inizio era evidente che non avrebbero portato da nessuna parte. Erano arrivate anche armi e munizioni e qualche milioncino al regime con le casse vuote.

Quando ad ottobre il rischio di genocidio è diventato una orribile variante della crisi, il Presidente Museveni ha tentato una soluzione per evitarlo, chiedendo a Nkurunziza di cedere parte del potere, di scendere a compromessi con l’opposizione, di firmare un’altra pace senza giustizia che mettesse qualche toppa nel lacero vestito repubblicano del Burundi. Richieste rifiutate dal dittatore che ha in mente di diventare il Re del Burundi e trasformare il Paese in una HutuLand dove non vi sia posto per i tutsi e le voci di dissenso. Museveni sperava che il summit straordinario sul Burundi della East African Community, previsto agli inizi di dicembre, potesse risolvere la crisi burundese. Una speranza infranta dall’ostilità di Nkurunziza che, giustamente, ha interpretato le indecisioni della comunità internazionale di tutti questi anni come un segno di debolezza che rafforzava il regime. Nessuno del regime di Bujumbura ha partecipato a questo summit, facendolo fallire. Questo atto di ostilità politica è stato preceduto dal definitivo fallimento dei colloqui di pace tentati da Museveni e l’ex presidente tanzaniano Benjamin Mpaka e dall’ostinata volontà di mantenere l’alleanza politica e militare contro i nemici naturali degli Hima, i terroristi ruandesi FDLR, responsabili dell’Olocausto Africano del 1994.

Un nuovo summit della EAC sul Burundi è stato fissato per il 27 dicembre, decidendo che si terrà con o senza la presenza del Burundi.
Il summit fallito è stato preceduto da una lettera ufficiale del Presidente Museveni indirizzata a Nkurunziza. La missiva si apre con una lunga e ben fatta costatazione del revisionismo storico attuato dal regime burundese per far credere che gli hutu siano, storicamente, in Burundi, vittime della supremazia Hima, e delle pulizie etniche. Il testo, scritto con un linguaggio diplomatico raffinato e impeccabile, pone punti chiari sulla continua minaccia HutuPower contro la minoranza tutsi burundese, evidenziando che il regime, con i suoi atti, ha peggiorato questa minaccia, compromettendo la pace regionale.

Il Presidente Museveni dichiara di non condividere la similitudine fatta dal regime burundese tra la mancata volontà di proseguire i colloqui di pace e quella del Governo ruandese di sedersi al tavolo della pace con le milizie FDLR. «Esiste una abissale differenza tra oppositori politici, anche armati, e terroristi. I primi combattono per una visione politica che credono sia giusta. I secondi solo per seminare morte e prendere il potere. L’opposizione armata burundese ha delle basi politiche, quindi il dialogo non solo è possibile, ma va incoraggiato. Il Governo ruandese non può aprire delle trattative con le FDLR dopo che sono state responsabili di 1 milioni di morti nel 1994. Le loro azioni li hanno posti al di fuori di ogni trattativa e questa forza va gestita solo militarmente e a livello giudiziario».
La lettera è un chiaro avvertimento rivolto al Burundi che evidenzia che tutte le alleanze politiche opportunistiche sono fragili e non possono tenere dinnanzi al rischio di mettere in pericolo gli Hima e il loro auto-decretato diritto di governare sulla Regione dei Grandi Laghi.
Questa presa di posizione di Museveni influenzerà le soluzioni che si prenderanno durante il summit straordinario EAC del prossimo 27 dicembre.

Per far terminare la crisi in Burundi ed evitare un genocidio occorre un immediato intervento militare da parte delle forze armate d’opposizione, supportato dagli eserciti regionali. Legata a questa azione deve essere l’eliminazione del gruppo terroristico FDLR, creato nel 2000 dalla Francia, e ora un vero e proprio pericolo per la pace regionale. Una eliminazione che deve per forza coinvolgere l’est del Congo, creando tutti i presupposti per una terza Guerra Pan Africana. Un ripensamento politico importante ma tardivo, quello di Museveni, che può contribuire positivamente per cambiare registro con il regime, ma che rischia di non essere sufficiente per evitare il disastro e la perdita di vite umane che si sta profilando all’orizzonte.

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