giovedì, Ottobre 22

Burundi: è guerra di liberazione

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Kampala – La capitale del Burundi, Bujumbura, è stata attaccata da un nutrito e organizzato contingente dell’Esercito di liberazione con l’obiettivo di neutralizzare le principali caserme e posti strategici tenuti dalle forze lealiste di Pierre Nkurunziza – le milizie Imbonerakure e i terroristi ruandesi delle FDLR. Una pioggia di fuoco si è abbattuta sulla capitale, coerentemente alle promesse fatte dall’opposizione armata da tre settimane di regalare un ‘Buon Natale’ alla popolazione.
Le prime notizie giungono da fonti di congregazioni cattoliche presenti nel Paese e sono confermate indirettamente dal messaggio inviato dall’ufficio di coordinamento ONU a tutti i suoi dipendenti in Burundi: «Si raccomanda a tutti di rimanere nelle proprie abitazioni scegliendo le zone più riparate e sicure delle case fino a nuovo ordine». Attivati i stock alimentari di emergenza delle Nazioni Unite e il network di comunicazione indipendente interno per seguire l’evolversi della sicurezza.

L’attacco è iniziato oggi alle 4 del mattino contro le basi militari di Ngagara, Iscam (la scuola militare) e la prigione di Mpimba. Feroci combattimenti estesi in altri quartieri della capitale sono tutt’ora in corso secondo nostre fonti raggiunte via telefono. Notizia confermata all’agenzia ‘AFP’ da un diplomatico occidentale. Solo l’agenzia stampa cattolica ‘MISNA‘ offre una informazione tendente a far credere che le forze lealiste di Nkurunziza abbiano prevalso nello scontro. Notizia, questa, ricalcante il comunicato della presidenza della Repubblica del Burundi e smentita dalle testimonianze raccolte a Bujumbura. Lo scontro è durissimo e l’esito incerto.

L’attacco è stato preceduto da una battaglia campale, avvenuta mercoledì 9 Dicembre, sulle colline di Gizaga, zona di Maramvya, comune di Burambi, provincia di Rumonge, a 80 km dalla Capitale. Le forze di liberazione hanno attaccato un forte contingente dei terroristi ruandesi FDLR stazionato nella località. Mossa obbligata per impedire il giungere di rinforzi e truppe fresche per la difesa di Bujumbura. L’esito della battaglia è stato catastrofico per le forze lealiste di Nkurunziza. Il Governo ha tentato di minimizzare facendo passare lo scontro come una semplice scaramuccia, ma vive erano le preoccupazioni del regime di respingere l’attacco alla Capitale senza possibilità di ricevere rinforzi. Nei quartieri si sono attivati i gruppi di autodifesa popolare per impedire che durante la battaglia le forze genocidarie possano massacrate i civili come rappresaglia.

L’attacco a Bujumbura è la fase finale di un piano studiato da un mese e coperto da segreto militare. Un piano che coinvolge gli Stati Uniti, il Belgio e gran parte dei Paesi della Unione Europea con avvallo ONU, Unione Africana, Cina e Russia.
La Comunità Internazionale ha offerto all’opinione pubblica un teatrino diplomatico contemporaneo ad azioni diplomatiche parallele e non divulgate. Questa inaspettata convergenza su una comune soluzione della crisi burundese è motivata da due fattori di rilievo. Nessuno desidera che il genocidio in atto possa prendere dimensioni quali quelle del Rwanda 1994 o dell’Olocausto ebreo. L’instabilità del Burundi compromette i piani di sviluppo integrato della Regione e le possibilità di partenariato Occidentale Asiatico nello sfruttamento delle risorse naturali e idrocarburi.

La soluzione della crisi burundese non necessariamente prevedeva l’uso della forza. Sono state date ampie possibilità al Governo illegittimo per addivenire ad una soluzione negoziata e pacifica. Dietro il riconoscimento ufficiale del Governo (fonte di rimproveri da parte della società civile internazionale) si nascondeva la proposta di costituire un Governo di unità nazionale con l’obbligo per Pierre Nkurunziza di lasciare la carica occupata illegalmente alla Presidenza, in cambio di totale immunità ed esilio in un Paese terzo. La proposta era stata già fatta pervenire allo stesso Nkurunziza lo scorso settembre. Queste erano le linee guida dei colloqui mai avvenuti a Kampala, Uganda.
Il regime ha dimostrato in varie occasioni il suo netto rifiuto al compromesso. Ha boicottato gli incontri di Kampala.

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