sabato, Gennaio 19

Burundi: dritti verso il baratro, con capitale Gitega Pierre Nkurunziza imperterrito va avanti a realizzare il suo folle segno di un Regno Hutu con lui Prete Re. Ha annunciato che la capitale da Bujumbura verrà spostata a Gitega, dove si trova il Palazzo Reale

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Dopo tre anni di profonda crisi politica e sociale, massacri, pulizie etniche, isolamento internazionale e con un probabile conflitto alle porte con il Rwanda, il maestro di scuola elementare e signore della guerra Pierre Nkurunziza imperterrito va avanti a realizzare il suo folle segno di un Regno Hutu con lui Prete Re. Sabato 22 dicembre ha annunciato che la capitale da Bujumbura verrà spostata a Gitega, al centro del Paese dove si trova il Palazzo Reale. Bujumbura sarà declassata a capitale economica.

Si tratta di un lavoro edile logistico titanico. Gitega è collegata con la capitale da una strada nazionale e neanche in buone condizioni. Occorrerà costruire una superstrada. Occorre spostare tutti i Ministeri e dove non ci sono edifici adeguati di costruirne di nuovi. Nel 2019 le autorità burundesi sperano di spostare i ministeri Interno, Educazione e Agricoltura. Non è chiaro se verrà spostato anche il Parlamento, visto che è privo di poteri. Gitega come capitale è il sogno di Nkurunziza dal 2007. Conta 30.000 abitanti in confronto con i 1,2 milioni di abitanti di Bujumbura, per la maggioranza ostili al regime, che costringono il dittatore raramente a dormire nella capitale.

«È una scelta del tutto irrazionale. A Gitega non ci sono le infrastrutture adeguate, pochi hotels e ristoranti. Il Paese è in piena crisi economica e si vuole spostare la capitale muovendo i ministeri. In più la Cina ha appena finito di costruire a Bujumbura il Palazzo Presidenziale costato 20 milioni di dollari. Questa decisione è diventata la barzelletta su internet» dichiara un attivista burundese al mensile ‘Jeune Afrique’.

La notizia della nuova capitale giunge quasi in contemporanea con il colpo gobbo dell’Unione Africana al Burundi. La richiesta, inoltrata al Governo burundese, tramite canali diplomatici, è di provvedere al ritiro di 1.000 soldati dal contingente africano AMISOM che in Somalia combatte i terroristici islamici di Al Shabaab. Il Burundi, con i suoi 5.400 uomini, è il secondo contingente più grande del AMISOM dopo l’Uganda, con 6.200 soldati. Il ritiro deve avvenire entro febbraio 2019.

La richiesta di ritiro delle truppe burundese è un attacco politico teso a mettere in difficoltà il regime di Nkurunziza. La partecipazione alla AMISOM è una delle rare fonti di entrata di valuta pregiata che ancora possiede il regime. Diminuire di 1.000 uomini il rimborso dato da Unione Africana e Unione Europea per le spese di guerra significa diminuire sensibilmente le entrate di valuta pregiata. Inoltre, il contingente burundese è notoriamente ostile a Nkurunziza, e il rientro di questi soldati potrebbe portare maggiore ostilità. Questa è la risposta dell’Unione Africana alla manifestazione delle Imbonerakure contro la UA accusata di proteggere l’ex presidente Pierre Buyoya, colpito da un mandato d’arresto internazionale emesso dalla magistratura burundese ma ignorato da tutti i Paesi africani e dalla comunità internazionale. Vi è anche da notare che le truppe burundesi in Somalia sono mal equipaggiate e non motivate. Da tempo hanno smesso di partecipare ad operazioni offensive contro Al Shabaab.

La richiesta di ritiro è stata rifiutata dallo Stato Maggiore del Burundi. Il portavoce dell’Esercito, il Colonnello Floribert Biyereke, ha affermato in un comunicato ufficiale che il numero di soldati burundesi oggetto della richiesta di ritiro è sproporzionato e non rispetta la regola di ritiro progressivo e proporzionato di tutti i contingenti che compongono la AMISOM. Solo il Burundi ha ricevuto la richiesta di ritirare le sue truppe. «Sappiamo che la decisione è stata ispirata dall’Unione Europea che ha ordinato all’Unione Africana di colpire il Burundi. Purtroppo l’Unione Africana ha obbedito perché è ostaggio degli Europei che finanziano la AMISOM», dichiara il Colonnello Biyereke.

Se lo scontro diplomatico e politico con l’Unione Africana si acuisce, aumentando l’isolamento di Nkurunziza, la guerra con il Rwanda si sta profilando all’orizzonte. Gli scontri tra la frontiera continuano e diverse incursioni in Burundi sono state fatte dai soldati e truppe speciali ruandesi in questa ultima settimana per inseguire i terroristi FDLR che avevano attuato incursioni in Rwanda. Nkurunziza sta perdendo anche il suo alleato storico. La Tanzania sarebbe favorevole ad un intervento armato. L’eventuale attacco al Burundi coinvolgerebbe il Congo, visto che da dieci giorni il Rwanda sta subendo dei tentativi di invasione delle FDLR anche dalla frontiera congolese. A Giseni, difronte al capoluogo congolese Goma, provincia del Nord Kivu, l’Esercito ha respinto vari tentativi di istallare basi militari da parte delle FDLR.

Corrono voci non confermate che l’Uganda stia ancora utilizzando il Burundi nella sua guerra fredda contro il Rwanda. Sarebbe stato inviato un consigliere militare per aiutare l’Esercito burundese in caso di invasione del Rwanda. Il Presidente Yoweri Museveni starebbe anche agendo politicamente per impedire questo scenario. Le voci potrebbero essere fake news, tese a creare un clima di incertezza regionale. Anche se nel passato il Burundi è stato utilizzato  in chiave anti ruandese, allearsi con il regime razial-nazista, le milizie genocidarie Imbonerakure e i terroristi ruandesi FDLR, responsabili dell’Olocausto del 1994, sarebbe una follia da parte di Museveni, Banyangole quindi tutsi. In effetti il Presidente ugandese Museveni ha preso le distanze dal regime interrompendo l’alleanza opportunistica con il Burundi. Una conferma che il ritrovato appoggio ugandese al regime sia una fake news viene dalle recenti manifestazioni delle milizie genocidarie Imbonerakure organizzate dal Governo contro il Presidente Yoweri Museveni.

La supposta alleanza Uganda-Francia contro il Rwanda è anch’essa da prendere con le pinze. Seppur vero che la Total ha molti interessi nei giacimenti petroliferi ugandesi, il disgelo tra Kigali e Parigi sancito dall’accordo tra i Presidenti Paul Kagame e Emmanuel Macron sull’elezione del ex Ministro degli Esteri Louis Mushikiwabo alla presidenza della Organizzazione Internazionale della Francofonia, fa pensare ad una stagione di collaborazione tra Francia e Rwanda, piuttosto che un acuirsi della guerra fredda che dura dal 1995.

Tramite contatti italiani sono stati raggiunti alcuni miliziani burundesi che sono già all’interno del Paese in attesa del D-Day. Tutti esprimono una unica preoccupazione. «Non sarà facile anche se i ruandesi ci appoggeranno. Sarà un bagno di sangue e inizieranno il genocidio. Comprendiamo che sia l’unica soluzione possibile, ma non oso pensare a quante vite umane verranno perse. Dovevamo agire due anni fa. All’epoca era facile. Ora sarà un inferno. Che Dio ci perdoni», dichiara un combattente per la libertà burundese.  L’Unione Europea rimane ferma sulle sanzioni verso il Burundi e il congelamento degli aiuti umanitari, ma stanzia 5 milioni di euro come fondi supplementari per i rifugiati burundesi in Rwanda e Tanzania.

Osservatori regionali hanno lanciato il grido d’allarme sull’Esercito burundese. Dopo le varie decimazioni e diserzioni, iniziate nel 2015, e le recenti purghe agli ufficiali tutsi  con la scusa di far giustizia riguardo all’assassinio del Presidente hutu Melchior Ndadaye, avvenuto nel 1993, il regime è riuscito a creare un Esercito (meglio dire quello che rimane dell’esercito) su base monoetnica Hutu. L’opera è stata affidata lo scorso ottobre al Luogotenente Generale Prime Niyongabo, che ha messo in congedo gli ultimi 36 ufficiali tutsi rimasti nell’Esercito.  
Tutti gli ufficiali tutsi sono stati sostituiti da comandanti della milizia ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda, che di fatto hanno preso il controllo totale delle forze armate burundesi. Da un punto di vista militare la creazione di un Esercito monoetnico ha indebolito ulteriormente la capacità difensiva del Burundi, non più affidata ad esperti ufficiali addestrati negli Stati Uniti e in Israele, ma in mano a guerriglieri ruandesi genocidari. La creazione dell’Esercito hutu è stata una misura obbligata del regime per evitare un colpo di Stato o una resistenza armata all’interno delle forze armate quando scatterà l’ora X del genocidio.

La vigilia di Santo Stefano è vissuta in Burundi con preoccupazione e paure che l’inferno possa scoppiare da un momento all’altro. Il capodanno verrà celebrato sotto tono. Al posto dei fuochi di artificio ci potrebbero essere le scintille provocate dai machete affilati sull’asfalto dalle milizie genocidarie Imbonerakure e dai terroristi FDLR per ricordare che l’ora si avvicina per gli ‘scarafaggi tutsi’…

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