domenica, Novembre 17

Burundi: una difficile inchiesta per il Tribunale di Norimberga africano CPI, malgrado le difficoltà nel condurre l’indagine, è pronta al rinvio a giudizio e a spiccare mandanti di arresto internazionali contro Nkurunziza e tutti i vertici del Paese

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Ci sono voluti quasi tre  anni alla comunità internazionale per riconoscere i crimini contro l’umanità e il tentativo di genocidio compiuti dal regime del ‘Signore della guerra’ Pierre Nkurunziza, che occupa illegalmente la Presidenza dal luglio 2015. Varie missioni ONU sono state compiute tra il 2015 e il 2016 durante le quale è stato possibile constatare la macabra realtà fatta di esecuzioni extra-giudiziarie, pulizie etniche, fosse comuni. Le prove erano disponibili, ma nessuno osava attivare serie inchieste, preferendo un silenzio complice. La speranza, condivisa da molti attori regionali e internazionali, era che la soluzione della crisi burundese fosse un secondo colpo di Stato ben preparato, la conquista del Paese da parte delle formazioni ribelli che compongono l’esercito di liberazione, insomma, l’implosione all’interno del CNDD-FDD. Nulla di ciò è successo. A distanza di quasi tre anni dall’annuncio del terzo mandato, Nkurunziza e la sua ‘banda’ sono ancora al potere e governano un Paese distrutto economicamente, alla fame, che sopravvive grazie a qualche manciata di dollari elargiti da cinesi e russi.

Nell’agosto 2017 viene lanciata la campagna internazionale ‘100 giorni per il trionfo della Giustizia, promossa da varie associazioni burundesi in difesa dei diritti umani e dalla società civile del Burundi, volta a portare sul banco degli imputati della Corte Penale Internazionale (CPI) Pierre Nkurunziza e i gerarchi del CNDD-FDD, con l’accusa di crimini contro l’umanità. Nel settembre 2017, un agghiacciante rapporto, redatto dalla Commissione di Inchiesta delle Nazioni Unite, elenca in dettaglio i crimini contro l’umanità commessi, dichiarando che in Burundi il rischio di genocidio è reale. L’inchiesta mette sotto accusa i vertici dello Stato, i servizi segreti, l’Esercito, la Polizia e direttamente Pierre Nkurunziza. Come reazione, il regime ordina alle milizie genocidarie Imbonerakure di attaccare l’ufficio delle Nazioni Unite a Bujumbura, e organizza una campagna di odio contro le Agenzie ONU, la CPI e l’Unione Europea.

Nel novembre 2017, la Corte Penale Internazionale apre una inchiesta giudiziaria contro il regime burundese per crimini contro l’umanità e tentato genocidio. È la prima volta nella sua storia che la CPI incrimina l’intera classe politica e le più alte cariche di Esercito e Polizia di un Paese. Se l’inchiesta creerà le condizioni per spiccare mandati di arresto, il processo al CNDD-FDD sarà una Norimberga africana. Il regime immediatamente chiarisce che non vi sarà alcuna collaborazione, e dichiara il pool di avvocati della CPI come nemici della Nazione.

La campagna dei 100 giorni, il rapporto ONU e l’avvio della inchiesta della CPI hanno finalmente sbloccato lo stato di omertà, nel contesto del quale tutti negavano gli orrori evidenti e i pochi giornalisti che li denunciavano venivano accusati di estremismo e complicità con il Rwanda. Le prove, che sono alla base del rapporto ONU e che hanno fatto scattare presso la CPI la decisione di aprire una inchiesta, sono state fornite dal certosino lavoro del ex Presidente burundese Pierre Buyoya. Preso dal panico, il regime inizia  eliminare i capi delle Imbonerakure più esposti nei massacri, il tutto per paura che questi disertino e patteggino con la CPI, fornendo ulteriori prove. Nel dicembre 2017 viene anche assassinato il capo dello squadrone della morte che uccise le 3 suore italiane nel settembre 2014.

A distanza di due mesi dall’apertura della inchiesta, il lavoro della Corte Penale Internazionale si rivela difficile, ma non impossibile. Stella Ndirangu, avvocato keniota presso la Commissione Internazionale dei Giuristi, in un recente intervento sui media africani spiega l’evoluzione dell’inchiesta. Il principale ostacolo è la mancata collaborazione del Governo burundese. I commissari CPI inviati in Burundi sono stati dichiarati persone non gradite, con il chiaro intento di tentare di ostacolare  l’inchiesta nel Paese. L’inchiesta può essere svolta anche all’esterno del Burundi: «La CPI dispone di ampia documentazione dei crimini commessi, la quale rappresenta una sufficiente base dal punto di vista giuridico, per prendere la decisione di rinviare a giudizio i sospettati», spiega l’avvocato Ndirangu. «Anche i testimoni non mancano tra i profughi che sono stati costretti a fuggire dal Burundi. Sono testimoni che hanno vissuto di prima persona gli orrori del regime e che possono fornire testimonianze attendibili. Vi è, inoltre, un nutrito campionario di foto e video originali di omicidi, torture e fosse comuni».

Un compito difficile sarà quello di proteggere i testimoni. Come nel caso del processo contro il Presidente keniota Huru Kenyatta, i testimoni burundesi possono subire intimidazioni o essere uccisi dagli agenti burundesi del regime, anche se già molti si trovano al sicuro in Europa. «La CPI nella sua strategia di coinvolgere direttamente i testimoni comprende il difficile compito di assicurargli la necessaria protezione ed è in grado di utilizzare tutti i mezzi più idonei per non esporre le vittime e i testimoni», ha sostenuto l’avvocato. Vari testimoni godono già di protezione assicurata dai servizi segreti di Belgio e Olanda. Nuove identità provvisorie, sorveglianza ravvicinata, case protette.

Oltre al boicottaggio da parte del regime, l’inchiesta della CPI è minacciata da interferenze esterne, avverte Stella Ndirangu. Senza mai nominarli, l’avvocato keniota, fa trapelare la possibilità che alcuni Paesi possano utilizzare la loro influenza su CPI per far chiudere l’inchiesta con un ‘non procedere’. Alcune fonti avvertono che la Francia, principale finanziatore di CPI, starebbe attuando pesanti interferenze esterne per dirottare l’inchiesta su binari morti. Nonostante tutto, la maggioranza dei Giudici CPI che si occupano del caso considererebbero già ora le prove a disposizione sufficienti per rinviare a giudizio i responsabili dei crimini contro l’umanità, secondo alcune fughe di notizie riportate da giornalisti africani.

Alle interferenze francesi si contrapporrebbe la volontà della comunità internazionale di giungere ad una soluzione della crisi burundese tramite l’incriminazione di Nkurunziza e dei suoi complici. Il rinvio a giudizio giustificherebbe qualsiasi azione di forza (colpo di Stato o guerra di liberazione) verso il Governo, che a questo punto sarebbe formalmente sotto accusa per crimini contro l’umanità.  Se nel 2016 e nel 2017 il regime Nkurunziza si fosse attestato su atteggiamenti più moderati, le potenze occidentali sarebbero state ben contente di dimenticare il passato e considerare il terzo mandato come una questione di politica interna del Burundi. Ogni richiesta della comunità internazionale è stata interpretata dal regime di Bujumbura come segnale di debolezza, segnale al quale rispondere con maggior fanatismo Hutupower, minacce e massacri.

Nkurunziza vive in una dimensione mistica e paranoica, sostengono alcuni osservatori burundesi in patria, fermamente convinto di non attuare crimini contro l’umanità, bensì di punire l’opposizione per ordini divini. I capi assassinati, perché più esposti per i crimini commessi o per sospetto di diserzione, sono stati sostituiti con figure più controllabili, e le Imbonerakure rimangono una forte milizia genocidaria pronta a scatenarsi contro la minoranza tutsi. Immutata rimane l’alleanza militare con i terroristi ruandesi delle FDLR, che da due  anni  e mezzo detengono un enorme peso politico all’interno del regime burundese. Tutti i tentativi di offrire al regime una via d’uscita onorevole, attuati tramite i  colloqui di pace organizzati ad Arusha, in Tanzania, sono stati rifiutati dal regime, trasformando questi colloqui da occasione a farsa. Dinnanzi a questo incomprensibile comportamento di un regime estremamente debole sul piano economico, politico e militare, non rimane altro che la sua rimozione, in quanto il rischio di affrontare un secondo genocidio nella regione dei Grandi Laghi è troppo alto e nessuna potenza  lo potrebbe sopportare.

Secondo fughe di notizie da CPI (che al momento non ci è stato possibile verificare compiutamente) rivelano l’intenzione del Tribunale dell’Aia di giungere all’autorizzazione di rinvio a giudizio, e spiccare mandanti di arresto internazionali contro Nkurunziza e i suoi complici, prima delle elezioni presidenziali del 2020, quando Nkurunziza concorrerà per il quarto mandato. Vi sarebbero contatti tra CPI e la magistratura keniota, la quale ha ricevuto la richiesta di fare pressioni sull’Esecutivo keniota per far applicare i mandati di arresto qualora venissero spiccati. Il Governo keniota potrebbe accettare la collaborazione richiesta, individuandola come un ottimo strumento per dimostrare le buone relazioni con CPI, nonostante il processo subito dal Presidente e dal vice-Presidente.

Grazie alle prove inconfutabili e alle testimonianze dirette raccolte, il rinvio a giudizio dell’intera classe politica burundese sembra scontato, ma i rischi che le interferenze esterne possano portare ad un nulla di fatto sono reali. Se la Corte non riuscisse a procedere, le conseguenze  sulla sua credibilità sarebbero molto gravi.

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