giovedì, Ottobre 1

Burundi: Crazy Maggie, sognatrice di futuro

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Kampala Crazy Maggie (la folle Maggie) è il nome affibbiato dalla gente a Marguerite Barankitse, una tutsi burundese nata nel 1957 e allevata da sua madre, restata vedova quando Maggie aveva 6 anni. La definizione ‘Crazy‘ (pazza) le fu affibbiata causa il suo sogno divenuto ossessione: creare un solo popolo dove la distinzione sociale hutu e tutsi perda di significato. Un ‘sogno pazzo’ in un Paese profondamente diviso tra le due classi sociali in costante lotta per il dominio assoluto. I tutsi burundesi hanno sempre salvaguardato il potere ed impedito che il loro Paese diventasse una Hutu Land come il Rwanda al momento dell’indipendenza. Gli hutu burundesi hanno sempre agognato di emulare il regime HutuPower del dittatore ruandese Juvenal Habyarimana. Un ‘sogno’, anche questo, supportato dall’ala più reazionaria della Chiesa Cattolica, che creò, nel 1957, l’ideologia razziale nazista della superiorità Hutu con il ‘Manifesto Bahutu‘ che inneggiava alla rivoluzione hutu e allo sterminio della minoranza tutsi. Sterminio messo in pratica in Rwanda nel 1994.

Il conflitto hutu-tutsi in Burundi è caratterizzato da spaventose pulizie etniche avvenute a più riprese fin prima della indipendenza. La classe tutsi dominante ha sempre risposto ai tentativi di ribellione armata con massacri di migliaia di hutu, massacri definiti ‘preventivi’. L’opposizione armata hutu ha fatto del genocidio dei tutsi il suo principale obiettivo politico, nella convinzione che una volta eliminata la classe sociale concorrente tutti i mali del Burundi sarebbero svaniti per incanto. Il Paese ha subìto il percorso inverso del suo gemello: il Rwanda. Quando a Kigali imperava il HutuPower, Bujumbura era il baluardo regionale del potere tutsi. Quando il Rwanda venne liberato dal Fronte Patriottico Ruandese, che donò al Paese una nuova era di pace e sviluppo, il Burundi cadde sotto l’incubo della guerriglia genocidaria CNDD-FDD trasformatasi in partito politico. Grazie all’appoggio attivo di una parte della Chiesa Cattolica,  il leader militare del FDD, Pierre Nkurunziza, riuscì a decimare la leadership politica moderata del CNDD e a imporsi come Presidente con la falsa promessa di alternanza al potere.

É in questo contesto che Maggie è cresciuta e ha condotto, fin in tenera età, la sua battaglia di netto rifiuto della logica di contrapposizione sociale e individuazione del nemico da abbattere. Quando divenne maestra si impegnò a combattere le discriminazioni sociali nel settore educativo. Il Governo tutsi dell’epoca, dopo aver eliminato fisicamente l’80%  degli intellettuali hutu nel Olocausto del 1972 , aveva adottato la politica di esclusione sociale sul settore educativo per impedire il riformarsi di una intellighenzia hutu considerata fautrice di disordine e rivolte. La battaglia di Maggie fu vista come una interferenza al piano di controllo sociale da fermare a tutti i costi. L’occasione si presentò quando favorì il reinserimento educativo di una bambina violentata. L’aiuto le costò il licenziamento.

Il folle sogno di fare emergere dal caos e dalla violenza l’identità nazionale dei burundesi continuò, entrando nei tristi giorni del 1993, quando la guerra civile scoppiò causa l’assassinio del Presidente hutu Melchiorre Ndadaye da parte di ufficiali tutsi dell’Esercito. Il 24 ottobre 1993 durante la rivolta hutu da cui si formarono le ribellioni del CNDD-FDD e del Fronte Nazionale di Liberazione FNL, Maggie, assieme a vari bambini da lei custoditi, si rifugiò presso l’abitazione del Arcivescovo di Ruyigi. Forze ostili invasero l’abitazione e la chiesa per uccidere i civili e Maggie, provocando il massacro di 72 persone. Non si riesce a comprendere se gli aggressori fossero miliziani genocidari hutu, desiderosi di uccidere la tutsi protettrice dell’infanzia burundese, o soldati tutsi desiderosi di uccidere la loro sorella che osava proteggere bambini hutu. Il compito di abbattere Maggie fu affidato ad un giovane hutu proveniente da un’altra provincia. Maggie fu denudata e costretta ad assistere all’assassinio di inermi fedeli rifugiati nella chiesa. Non venne uccisa dal sicario forse per paura, per vergogna o per superstizione. Quando gli aggressori abbandonarono il luogo sacro ricoperto di corpi e inondato di sangue, Maggie riuscì a trovare 25 bambini sopravvissuti e a metterli al sicuro presso l’abitazione di un volontario tedesco.

Scampato il pericolo mortale, qualunque donna tutsi sarebbe scappata trovando rifugio in Paesi civili quali Uganda o Kenya. Al contrario Maggie iniziò la sua crociata personale proteggendo più bambini possibile dalla letale follia della guerra civile, aumentando l’odio verso di lei sia dei genocidari hutu che degli estremisti tutsi. Nel maggio 1994 l’Arcivescovo di Ruyigi, Joseph Nduhirubusa, diede il consenso a trasformare gli edifici scolastici della parrocchia in un orfanotrofio gestito da Maggie, denominato Casa Shalom. In questa casa protetta trovarono rifugio 20.000 bambini tutsi e hutu salvati dalla follia di eliminazione etnica che imperversava all’epoca tra le due classi sociali contendenti. Espanse le sue attività di protezione dell’infanzia a Butezi e a Gizuru dove aprì altre Case Shalom. Protetta dalla popolazione, da parte della Chiesa Cattolica e da finanziatori internazionali, quali UNICEF e Unione Europea, Maggie divenne il personaggio scomodo per i genocidari hutu e gli estremisti tutsi, impossibile da eliminare se non al prezzo di gravi conseguenze politiche e sociali.

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