martedì, Agosto 11

Burundi: attaccato l’ufficio ONU a Bujumbura Il regime ignora l'inchiesta sui crimini contro l'umanità delle Nazioni Unite

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Le Nazioni Unite sono rimaste esterrefatte dalla reazione del regime del dittatore Pierre Nkurunziza dinnanzi al rapporto della Commissione di Inchiesta sul Burundi che ha constatato vari crimini contro l’umanità compreso il tentato genocidio contro la minoranza tutsi. Il rapporto, pubblicato presso il Consiglio di Sicurezza due settimana fa apre le porte per una indagine ufficiale presso la Corte Penale Internazionale che metterebbe in serie difficoltà il regime creando una situazione simile al regime di Khartoum, Sudan.  Durante le prime due settimane dopo la presentazione ufficiale del rapporto il regime ha montato una vasta campagna popolare in Burundi impostata attorno alla parola d’ordine: “Je m’en fou” (Me ne frego).

La campagna è stata ideata dal “Goebbels burundese” incaricato della propaganda razziale Willy Nyamitwe e consiste nel far credere alla popolazione hutu che il Consiglio di Sicurezza e la CPI siano enti internazionali privi di potere, strumenti di un complotto internazionale contro il Burundi. Il rapporto, dove si evidenziano i crimini contro l’umanità commessi dall’aprile 2015 fino ad oggi, viene presentato come un insieme di false calunnie orchestrate da un complotto Tutsi ideato dal Rwanda e dai suoi amici stranieri, Europa, Stati Uniti ed Israele.

A livello internazionale Willy Nyamitwe ha pubblicato un librettino propagandistico di 120 pagine intitolato: “Burundi 2015. La victoire du Peuple“. Il libro di propaganda è sotto la responsabilità diretta del Governo della Repubblica del Burundi e redatto dagli enti di sicurezza che, ironicamente, compaiono nel rapporto ONU come i principali organizzatori dei crimini contro l’umanità: il Ministero della Sicurezza Pubblica e il Ministero della Difesa, dei Diritti Umani e  della Giustizia.

Si tratta di una grottesca revisione degli avvenimenti succeduti in Burundi dall’Aprile 2015 (data in cui il popolo si sollevò contro la decisione del Presidente Pierre Nkurunziza di accedere al terzo mandato presidenziale) ad oggi, dove i carnefici vengono trasformati in vittime di un complotto orchestrato dal Rwanda e dai suoi alleati occidentali. Nel tentativo di offrire una contro informazione tesa a screditare il rapporto ONU il libretto propagandista pubblicato in rete accusa le Nazioni Unite, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Rwanda di essere gli istigatori di crimini compiuti da farraginosi estremisti contro le forze dell’ordine e di inaudite sofferenze al popolo burundese con il chiaro obiettivo di abbattere un governo democratico. Nel libretto si spiega come le forze democratiche siano riuscite a resistere al piano destabilizzatore internazionale.

Il libretto apre con una precisazione che la sua pubblicazione coincide con il rapporto sul Burundi della Commissione di Inchiesta ONU che avrebbe avuto l’obiettivo di creare false prove da consegnare alla CPI, «Lo strumento occidentale utilizzato per destabilizzare gli Stati africani». Il libretto identifica i sostenitori del complotto internazionale orchestrato dal Rwanda tra cui compare il nome del ex Ambasciatore americano presso le Nazioni Unite: Samantha Power che durante una visita ufficiale nel gennaio 2016 fu molestata dalla polizia burundese presso l’aereoporto internazionale di Bujumbura per impedirle di rispondere alle domande dei giornalisti dopo il suo incontro con il governo di Nkurunziza già illegalmente al potere dal giugno 2015. Secondo l’autore di ‘Burundi 2015. La vittoria del Popolo’, Willy Nyamitwe, l’opera di denuncia dei crimini contro l’umanità della Power che avviò la successiva inchiesta ONU sarebbe stata motivata da relazioni personali con l’oppositore burundese Alexis Sinduhije. Nel libretto si insinua che Power e Sinduhije avessero delle relazioni sessuali (si parla di «un compagno di lunga data»). Sinduhije è accusato dal regime di essere l’ideatore del fallito colpo di Stato del maggio 2015 ed ora vive in esilio.

Duro attacco alla Unione Europea che si nasconderebbe dietro gli accordi di Cotonou per imporre il suo diktat al Burundi. Secondo Nyamitwe, Bruxelles è pienamente coinvolto nel piano di destabilizzazione del Burundi e avrebbe aiutato molti ufficiali del fallito golpe a scappare nel vicino Rwanda. Per poter applicare le sanzioni economiche al Burundi l’Unione Europea avrebbe promosso e finanziato una campagna diffamatoria contro il governo burundese attuata da giornalisti e ONG europee.

I media occidentali avrebbero creato una montagna di false notizie per disinformare l’opinione pubblica mondiale e presentare il Burundi come un Paese sull’orlo del genocidio. Avrebbero anche tentato di seminare delle divisioni all’interno dell’esercito e della polizia. Ovviamente nel libretto non compare la notizia che il governo dal novembre 2015 avrebbe redatto una lista nera di giornalisti stranieri tra cui il nostro corrispondente per i Grandi Laghi, per impedire loro l’ingresso nel Paese. La Federazione Internazionale delle Leghe dei Diritti Umani, Amnesty International, Human Rights Watch e International Crisis Group sono accusate di aver creato false prove della preparazione di un genocidio in Burundi.

Il libretto avverte la Comunità Internazionale che il regime è pronto allo scontro finale. «Il popolo burundese fino ad ora si è battuto contro le manovre dell’Occidente, conducendo una battaglia, tutt’ora in corso, uguale a quella sostenuta da Davide contro il gigante Golia». La pubblicazione termina con un invito rivolto alla popolazione del dittatore Nkurunziza: «Restate sereni e calmi. Occupatevi dei lavori di svliluppo. Dio è e resterà sempre al fianco del Popolo Burundese».

La campagna contro l’ONU si chiude con un attacco al Consiglio di Sicurezza senza precedenti nella storia africana a firma del Segretario Generale e Portavoce del Governo Philippe Nzobonariba. Un attacco contenuto nella missiva ufficiale trasmessa ai principali media dell’Africa Orientale. In sostanza la missiva ufficiale dichiara il rapporto degli esperti ONU come un falso redatto per motivazioni politiche, sottolineando che una eventuale inchiesta della CPI non sarà considerata giuridicamente valida dal governo del Burundi in quanto chiaro attacco alla sovranità, all’indipendenza politica, all’integrità territoriale e all’unità del Burundi.

«Il rapporto della Commissione di inchiesta ONU è frutto di una agenda segreta contro il Burundi. La presunta inchiesta sui crimini contro l’umanità commessi nel nostro Paese non è mai avvenuta. La Commissione ha prodotto una rapporto tendenzioso, non equilibrato e politicamente orientato.

Il rapporto trasforma le vittime (forze dell’ordine e governo Ntd) in criminali, evitando di indagare sui crimini contro l’umanità commessi dai terroristi che hanno tentato il golpe nel Maggio 2015. Le testimonianze di burundesi rifugiati in Paesi vicini non sono credibili in quanto fabbricate in Rwanda, dove si addestrano i terroristi che tentano di abbattere il governo democratico del Burundi».

Questi alcuni estratti della missiva che continua con un lungo elenco di presunte violenze a poliziotti, agenti dei servizi segreti e rappresentanti del partito al potere CNDD-FDD commesse durante il fallito golpe del maggio 2015 nascondendo le violenti repressioni che la polizia si è resa direttamente responsabile come sparare sui manifestanti indifesi nelle manifestazioni dell’aprile 2015 nonostante le prove fotografiche di vari giornalisti internazionali presenti nel Paese all’epoca dei massacri. Giornalisti che ora compaiono sulla lista nera redatta dal regime.

Le milizie Imbonerakure hanno indetto varie dimostrazioni nel Paese contro la CPI scandendo  chiari motti offensivi ai suoi riguardi. Il regime assicura la popolazione che la CPI è composta da una banda di corrotti giudici europei e africani e le Imbonerakure affermano che questi giudici non apriranno l’inchiesta se il Burundi gli offrirà qualche milione di dollari. Affermazioni tutte pronunciate in Kirundi per evitare che osservatori internazionali possano comprendere il significato di questi deliranti  frasi, riportate e tradotte da fonti di informazione vicine alla società civile burundese. Una tattica utilizzata dalle milizie Interahamwe nei mesi che precedettero il genocidio in Rwanda del 1994.

La missiva ufficiale contiene una spavalda quanto preoccupante promessa di vendetta. «il Governo vuole assicurare i Burundesi che sono stati già identificati i nemici e i detrattori che stanno tentando di mettere il Paese nuovamente sotto il gioco del colonialismo e si appoggiano purtroppo su dei burundesi senza fede nè legge». Nei bar, botteghe e nelle piazze le milizie genocidarie Imbonerakure affermano ai cittadini terrorizzati che sanno i nomi di chi ha prestato “falsa testimonianza” agli esperti ONU e promettono lo sterminio dei testimoni e delle loro famiglie.

La missiva termina con una sfida aperta alla Comunità Internazionale: «Il Burundi non rinuncerà mai alla sua Sovranità e alla sua Indipendenza. Siamo pronti a combattere chiunque. Occorre che questi stranieri e i loro complici burundesi lo sappiano. Il popolo burundese si batterà fino all’ultima energia. Con la benedizione dei nostri antenati vinceremo questa battaglia giusta e nobile».

Gli osservatori regionali avvertono che questa missiva ha molte probabilità di essere un avvertimento finale. La minoranza tutsi burundese, prigioniera di un regime ormai allo sbando e disperato, vive giorni di angoscia. La sua sopravvivenza è appesa ad un filo: la speranza che la maggioranza Hutu continui a rifiutare i continui appelli al genocidio lanciati dal regime fin dal novembre 2015. A queste paure si aggiungono quelle dei rifugiati burundesi in Tanzania ormai costretti con la forza a rientrare nel loro Paese totalmente insicuro e nelle mani di pazzi che sfidano il mondo intero inebriati di sentimenti di immunità e potenza.

I rifugiati di origine tutsi cercano di spostarsi in Paesi sicuri: Kenya, Rwanda, Uganda mentre varie fonti interne al Burundi affermano che il regime sta cercando di convincere i rifugiati hutu che dovrebbero rientrare ad arruolarsi nelle Imbonerakure per difendere la Nazione dagli “scarafaggi” e i loro alleati occidentali. Chi non lo farà sarà considerato un traditore ed abbattuto, avvertono le Imbonerakure. Gli alleati del regime: Cina, Egitto, Russia e Turchia al momento scelgono un dignitoso e conveniente silenzio.

Sullo sfondo della drammatica situazione burundese che rischia di precipitare in una orgia di sangue, rimane il triplice omicidio delle tre suore italiane avvenuto nel settembre 2014 a Bujumbura. Omicidio di Stato legato alle prove che le tre suore italiane avevano dei piani di genocidio, affermano giornalisti e avvocati burundesi e belgi inspiegabilmente mai contattati dalle autorità giudiziarie italiane.

Il Burundi diventa fonte di preoccupazione per molti attori. Il regime potrebbe compiere l’atto di non ritorno. Una sua caduta potrebbe svelare molti segreti e rendere pubblici documenti scottanti custoditi presso il quartiere generale dei Servizi Segreti che potrebbero compromettere seriamente non solo gli esponenti del regime ma anche delle insospettabili congregazioni religiose, diplomatici e politici occidentali. Tra questi dossier vi sarebbe custodito anche quello delle tre suore saveriane, informano le fonti burundesi…

Il libretto di propaganda, la missiva ufficiale e le dimostrazioni delle Imbonerakure sono il punto di non ritorno del regime che ora sta sfidando apertamente le Nazioni Unite. Ieri l’ufficio ONU a Bujumbura è stato attaccato da sei  miliziani armati che sono penetrati nello stabile. Secondo quanto riportato da Robert Kotshani, il Vice Capo ONU in Burundi non ci sono stati danni a persone e beni e l’operazione sarebbe stata solo a scopo intimidatorio. Si attendono ora le reazioni delle Nazioni Unite che secondo alcune fonti potrebbero essere molto severe. Alcuni si azzardano a ipotizzare che il Consiglio di Sicurezza potrebbe ordinare l’invio di un contingente militare per evitare il genocidio mentre gli Stati Uniti starebbero spingendo per una soluzione militare regionale attuata dalle forze di liberazione burundese con l’appoggio del Rwanda e il consenso di Tanzania e Uganda. Gli sviluppi delle prossime settimane saranno cruciali per il destino del Burundi e dell’intera regione dei Grandi Laghi.

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