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Burundi 1972: i giorni dell’Olocausto Hutu Sulle tracce dell’odio contro la minoranza tutsi esternato dal dittatore Pierre Nkurunziza con le conseguenti attuali pulizie etniche e razziali

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Durante la drammatica crisi che da un anno sta vivendo il Burundi, numerose dichiarazioni politiche delle parti avverse, documenti, articoli e interviste fanno riferimento ai fatti del 1972. Non ultime le inaspettate dichiarazioni del Vescovo della Chiesa Cattolica di Gitega, Simon Ntamwana, che ha chiesto alla comunità internazionale di riconoscere i drammatici avvenimenti del 1972 come un genocidio degli hutu perpetuato dalla minoranza tutsi all’epoca al potere. Queste dichiarazioni che hanno provocato divisioni all’interno del clero cattolico burundese, si agganciano alla riscrittura della storia del Paese, attuata dal regime CNDD-FDD con l’obiettivo di presentare gli avvenimenti bellici del 1972 come un olocausto contro gli hutu.

A gennaio la Polizia ha individuato delle fosse comune risalenti al periodo, e piene di corpi di hutu (secondo la versione ufficiale) che sarebbero la prova inconfutabile dell’avvenuto genocidio.
Ovviamente il regime si è ben guardato di individuare le fosse comune e recuperare i corpi ben più freschi delle migliaia di civili uccisi dall’inizio della crisi politica: giugno 2015. Crimini che hanno fatto scattare le sanzioni economiche di Stati Unite e Unione Europea, e oggetto di inchieste giudiziarie presso la Corte Penale Internazionale.

Vari analisti politici regionali affermano che l’odio contro la minoranza tutsi esternato dal dittatore Pierre Nkurunziza e dal regime HutuPower del CNDD-FDD sarebbe motivato da una incapacità di superare i drammatici avvenimenti di questo determinato e cruciale periodo storico che generano spirito di vendetta senza fine.
Anche
le attuali pulizie etniche e razziali, consumate a fatica e occultate ai media internazionali, avrebbero le loro motivazioni negli avvenimenti del 1972.

Ma cosa è veramente successo nell’aprile del 1972?
Una retrospettiva storica si rende necessaria per comprendere gli avvenimenti attuali nel piccolo ma strategico Paese africano.
Lo faremo nel prosieguo di questo articolo, la cui seconda parte sarà pubblicata domani.

Il 27 aprile 1972 una ribellione di poliziotti hutuscoppiò nelle città di Rumongee Nyanza-Lac,alconfine con la Tanzania. I ribelli ricevettero rinforzi da una guerriglia hutu entrata in Burundi dalla Tanzania e da mercenari congolesi appartenenti al signore della guerra Pierre Mulele,che aveva tentato, nel 1964 – 1965, di rendere indipendente la provincia del Kivu, est del Congo (attualmente composta dalle provincie del Nord Kivu e Sud Kivu). I territori epicentro della ribellione furono dichiarati ‘indipendenti’, e venne proclamata la Repubblica di Martyazo.

I leader della ribellione erano studenti universitari burundesi esiliati in Tanzania: Celius Mpasha, Albert Butoyi, Daniel Ndaburiye, associati l’ex parlamentare Ezechias Biyorero,alias Yussuf Ibrahim.
Questi leader avevano creato stretti legami con il
Governo ruandese del Presidente Grégoire Kayibanda, noto promotore della supremazia razziale Hutu e firmatario del ‘Manifesto Bahutu il Main Kampf africano, che servì da giustificazione ideologica al genocidio ruandese del 1994.
Il Presidente Kayubanda, (primo leader politico hutu a conquistare il potere in Rwanda nel 1969, dopo il referendum che costrinse il Re Kigali V Ndahindurwa a uscire di scena, in favore della Repubblica), accettò di finanziare la ribellione nel Paese gemello: il Burundi.
Kayibanda, dopo essere stato presentato dalla Chiesa Cattolica come un moderato, in realtà organizzò le milizie genocidarie HutuPower per conquistate il vicino Burundi. Fu destituito dal generale Juvénal Habyarimana,tramite un colpo di Stato avvenuto nel luglio 1973.

Il regime di Kayibanda addestrò e armò i ribelli hutu che invasero il Burundi a partire dalla Tanzania, coinvolgendo il Presidente tanzaniano Julius Nyarere nel sostenere l’avventura militare in nome della sacra alleanza tra hutu e popolazioni bantu contro il comune nemico, i tutsi. Kayibanda pagò i servizi dei mercenari congolesi concentinaia di migliaia di dollari forniti dalla Francia.

Il gruppo ribelle che invase il Burundi era composto da 400 miliziani a cui si aggiunsero i 232 poliziotti ammutinati a Rumonge e Nyanza-Lac. Le forze genocidarie coinvolsero contadini e operai hutu,funzionali per espandere la rivolta in tutto il Paese. In pochi giorni le forze genocidarie arrivarono a contare circa 8.000 uomini a livello nazionale.

Si tentò di convincere i soldati hutu a ribellarsi ai loro ufficiali tutsi. Nonostante il verificarsi di ribellioni in alcune caserme, le rivolte all’interno dell’Esercito furono casi marginali e isolati.
Gli ufficiali tutsi riuscirono a mantenere il controllo delle Forze Armate. La maggioranza dei soldati e sottoufficiali hutu decisero che avevano maggior interesse nel sostenere il Governo del Presidente Michel Micombero e nonunirsi alla ribellione HutuPower orchestrata da Kigali e Dodoma.

I civili arruolati dai guerriglieri hutu furono organizzati in bande di 50, 100 uomini, guidate da esperti militari, tra cui vari elementi dell’Esercito genocidario hutu ruandese. Queste bandeseminarono terrore e morte nei territori liberati’,uccidendo, in meno di una settimana, 15.000 cittadini burundesi appartenenti alla classe sociale tutsi. Queste bande erano principalmente armate di bastoni, spacca teste e machete forniti dal Governo hutu di Kigali. Il carattere genocidario della ribellione hutu del 1972 è innegabile.

I piani di Kigali erano quelli di unificare i due Paesi gemelli, ritornando alle glorie precoloniali del Urundi, ma con una sostanziale differenza: la creazione di una Nazione non più governata dall’equilibrio tra le due classi sociali ma dall’ideologia HutuPower che prevedeva l’annientamento totale della minoranza tutsi.Preparativi per far scattare un genocidio parallelo erano in corso in Rwanda. Piani mai attuati dopo il fallimento della ribellione hutu in Burundi, e rinviati fino al fatidico aprile 1994.

La natura genocidaria della ribellione fu immediatamente compresa dal Presidente Michel Micombero di origine tutsi. Il 29 aprile entrò in vigore la legge marziale su tutto il territorio nazionale. Il 30 aprile truppe scelte dell’Esercito mossero contro gli insorti. A debellare la ribellione furono inviati i reparti scelti composti a maggioranza da tutsi, supportati da reparti misti leali al di sopra di ogni sospetto. Le compagnie miste non sicure’ in fatto di lealtà rimasero confinate nelle caserme e le armi chiuse nei depositi sorvegliati da truppe d’élite tutsi.

Negli stessi giorni la ribellione si diffuse a Gitega e nella capitale, Bujumbura grazie al supporto dei ribelli congolesi di Mulele, affiancati da 5.000 civili hutu in armi. A Gitega iniziarono i massacri etnici contro i tutsi, cosi’ come in alcuni quartieri della capitale. Nelle prime 24 ore, 3.000 civili tutsi caderono sotto i colpi dei machete. Il numero totale stimato di vittime tutsi fu di 70.000 persone.

Il Governo fu costretto a richiamare una delle due divisioni dell’esercito inviate a debellare la ribellione ai confini con la Tanzania per dirottarla su Gitega, mentre la capitale veniva difesa dalla Guardia Presidenziale, soldati d’élite addestrati in Israele. Secondo alcune fonti storiche, consiglieri militari israeliani parteciparono alla difesa della capitale, invasa dalle orde genocidarie hutu.

In un consiglio di guerra convocato dal Presidente Micombero, il 29 aprile, lo Stato Maggiore dell’Esercito e il partito tutsi al potere, UPRONA (Partito della Unione e del Progresso Nazionale) annunciarono il rischio sopravvivenza per l’intera classe sociali tutsi, circa 1,2 milioni di persone e l’impellente necessità di fermare il genocidio.

Come prima mossa, Micombero sciolse il suo Governo, incaricando l’Esercito (controllato dai tutsi) dell’esercizio amministrativo e della difesadel Burundi. Circa 18.000 soldati, appoggiati da artiglieria pesante e da blindati, furono impiegati nei tre fronti: Rumonge – Nyanza Lac, Gitega e Bujumbura.
Riportata una facile vittoria nella capitale, l’
Esercito si concentrò su Gitega, Rumonge e Nyanza Lac. L’offensiva iniziò il 30 aprile 1972. Gli ordini erano di abbattere i ribelli prendendo solo i prigionieri indispensabili per ottenere informazioni ma non oltre 100.

L’esercito repubblicano scatenò l’inferno contro le forze genocidarie, bloccando l’offensiva ordinata dal regime HutuPower di Kigali, liberando le città e i territori occupati, riportando l’ordine democratico sull’intero Paese in meno di dieci giorni.
Il compito di sventare il genocidio contro i tutsi e debellare le forze mercenarie del Rwanda fu affidato a tre personaggi chiave della comunità tutsi burundese: il generale comandante dello Stato Maggiore dell’Esercito, Thomas Ndabememye, al Ministro degli Interni, il colonnello Albert Shibura, e al Ministro della Informazione e Segretario esecutivo del partito tutsi UPRONA, Andrè Yanda.L’Esercito repubblicano fu affiancato da una milizia paramilitare formata da giovani tutsi, la Gioventù Rivoluzionaria del Principe Rwagasore(IRR).

Tra il 30 aprile e il 2 maggio 1972 le operazioni militari si limitarono a evitare il genocidio e a sconfiggere le forze ribelli affiancate dai mercenari congolesi e ruandesi. Fu in una riunione tra lo Stato Maggiore e il Presidente Micombero,tenutasi nella serata del 2 maggio 1972, cheprevalse la linea dura del Ministro degli Affari Esteri, Artèmon Simbabaniye,noto con il nome di ‘Hutu butcher’ il macellaio di Hutu.

Simbabaniye convinse tutti i presenti alla riunione che il Governo doveva infliggere una punizioneesemplare ai cittadini di origine hutu al fine di prevenire future ribellioni e tentativi di genocidio. Le proporzioni della mattanza di tutsi, attuata in pochi giorni dalle forze genocidarie hutu ruandesi-burundesi e il concreto pericolo che le masse hutu del Paese si unissero al genocidio a livello nazionale, convinsero il Presidente, il Governo e l’Esercito che la linea estremistica tutsi di Simbabaniye fosse l’unica soluzione alla crisi.

La repressione che seguì la sconfitta dei genocidari hutu e dei mercenari regionali fu spietata, quanto ingiustificabile. La sconfitta delle forze genocidarie di per se allontanava il rischio di rivolta popolare e la possibilità di riprendere il genocidio. Nonostante questa evidente realtà, dal 03 maggio al 12 maggio 1972, circa 300.000 cittadini hutu furono abbattuti in tutto il Paese per ‘dare l’esempio’.

I cadaveri abbandonati nelle strade crearono una emergenza sanitaria che costrinse il personale medico civile e militare a lottare contro l’insorgere di epidemie. Migliaia di corpi furono bruciati, per evitare lo scoppio di colera, peste, e altre epidemie legate alla decomposizione dei corpi e al relativo inquinamento delle falde acquifere.
Non fu risparmiato nessuno, nemmeno i bambini sotto i cinque anni.Si identificavano le zone da ‘ripulire’, venivano prima accerchiate e poi attaccate. La carneficina terminava quando l’ultima vittima aveva tirato il suo ultimo respiro. Ogni attacco liquidava dai 6.000 ai 12.000 civili.
La milizia giovanile tutsi JRR giocò un ruolo criminale di primo ordine nell’eccidio di civili, rendendosi responsabile anche dello sterminio di tutti i criminali comuni e prigionieri politici hutu presenti nelle prigioni.

La rappresaglia contro i civili hutu prese le dimensioni di una pulizia etnica, mai ammessa dalla minoranza tutsi e dalla gran parte dell’informazione mondiale.

(La seconda parte sarà pubblicata giovedì 20 febbraio 2020)

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