sabato, Gennaio 25

Burundi: 100 giorni per il trionfo della Giustizia

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Domenica 7 settembre 2014 presso la diocesi di Kamenge a Bujumbura vengono barbaramente uccise a colpi di machete tre suore italiane: Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernadetta Boggian. Questo  massacro non è un orribile fatto di cronaca nera, come tentò all’epoca di farlo passare il governo burundese, ma l’inizio della discesa agli inferi di una Nazione dove un’intera popolazione ha avuto il coraggio di difendere i valori democratici sanciti dagli accordi di pace di Arusha 2000, in Tanzania, il punto di svolta di decenni di pulizie etniche e guerra civile.

Un concreto tentativo di superare l’odio tra hutu e tutsi in Burundi. Accordi promossi da Nelson Mandela e la Comunità di Sant’Egidio ma mai rispettati dal governo burundese di Pierre Nkurunziza anche a causa di fatali errori di valutazione sulla sua vera natura politica  fatti dai promotori della Pace.

Nell’aprile 2015, a seguito dell’annuncio del presidente Nkurunziza di candidarsi al terzo mandato contro la Costituzione, infrangendo gli accordi di democrazia e di alternanza politica sanciti nel 2000 ad Arusha, la popolazione scende in piazza per difendere la democrazia del loro bellissimo Paese dal Cielo d’Irlanda. L’opposizione popolare non è mono etnica come alcuni osservatori internazionali si aspettavano. Non è la minoranza tutsi, nostalgica di antiche glorie di potere, a scendere nelle piazze ma l’intera popolazione.

 Imprenditori, politici, lavoratori, contadini, giovani, disoccupati, casalinghe e vecchi sia hutu che tutsi scendono in massa nelle strade della capitale e delle principali città per affermare la loro opposizione ai piani di Nkurunziza e per dimostrare al mondo intero il ‘Black Pride’, l’Orgoglio Nero. Per chiarire a livello planetario che i “negri”, gli “africani” non sono dei selvaggi che seguono sanguinarie logiche etniche tribali ma difensori indomiti dei principi di giustizia e democrazia. Il movimento popolare burundese diventa l’esempio per l’intera Africa, riscattando un intero Continente considerato  incapace di promuovere la democrazia.

La risposta del Presidente fu disumana, brutale, sanguinaria. La polizia sparò sui manifestanti uccidendo, donne, bambini, vecchi, insomma chiunque si trovasse davanti alla traiettoria della spietata canna dei Kalashnikov. L’intero Paese fu inondato dal sangue degli innocenti che si congiunse a quello versato  dalle tre suore martiri italiane. La criminale repressione del governo aumentò dopo il fallito golpe del maggio 2015, mal organizzato e tradito dall’interno. Interi quartieri della capitale furono circondati e assediati. Centinaia di giovani democratici furono trucidati senza pietà a colpi di machete e bastonate.

Radio e giornali indipendenti furono dati alle fiamme. Giornalisti, leader dell’opposizione, della società civile, attivisti dei diritti umani fatti a pezzi senza pietà. Alcuni di essi si salvarono ma furono costretti a fuggire dal loro amato Paese. La polizia politica giornalmente arrestava giovani oppositori hutu e tutsi per torturarli e poi ucciderli. I loro corpi gettati in decine di fosse comuni sparse in tutto il Paese negando loro una degna sepoltura. I corpi di oppositori donne, gettati per le principali strade della capitale, nudi e mutilati. Esseri umani generatrici di vita trasformati in animati moniti della cieca e premeditata violenza di Stato. Una sistematica strategia del terrore rivolta alla popolazione che infrangeva il tabù africano di uccidere una donna e di lasciare nudo il suo corpo.

Dinanzi alla riluttanza di compiere tali crimini contro l’umanità dimostrata da vari poliziotti e soldati il Presidente Nkurunziza reclutò spietati mercenari dal Congo: le Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda, un gruppo terroristico responsabile del genocidio ruandese, di quasi un milione di morti congolesi all’est del Congo, inserito nella lista delle più pericolose organizzazioni terroristiche internazionali redatta dagli Stati Uniti.

A questa banda di criminali fu affidato il compito di addestrare la gioventù del CNDD: partito al potere, le Imbonerakure (quelli che vedono lontano) trasformandola in una milizia genocidaria assetata di sangue. Le FDLR ricevettero anche il compito di uccidere tutti i poliziotti e soldati che si rifiutavano di partecipare al massacro collettivo teso a proteggere i sogni di potere del Presidente Nkurunziza ormai trasformatosi in un sanguinario dittatore. I terroristi ruandesi indossarono le divise dei poliziotti e soldati burundesi trucidati confondendosi nell’apparato repressivo del regime per non rivelare la loro identità.

Nel novembre 2015 il regime lanciò l’appello alla popolazione Hutu di sterminare tutti i Tutsi, sospettati di supportare il democratico Rwanda. Il genocidio non scattò grazie al mancato appoggio della popolazione rurale hutu che oppose una coraggiosa resistenza passiva rifiutandosi di diventare la mano d’opera di un genocidio come fu nel Rwanda 1994. Un rifiuto pagato con altrettanto sangue, esecuzioni extragiudiziarie eseguite dalla follia omicida delle milizie Imbonerakure sotto diretto coordinamento e controllo dei terroristi ruandesi FDLR.

La crisi burundese giunge oggi al suo 853o giorno, una orribile eternità costellata da torture, desaparacidos, fosse comuni, esecuzioni extragiudiziarie, stupri collettivi di donne innocenti. Una satanica orgia di violenza pura che colpisce ogni cittadino burundese indipendentemente dalla sua origine etnica sulla sola base di vaghi sospetti di opporsi al dittatore Nkurunziza che dall’inizio della crisi cambia ogni giorno il suo nascondiglio come un animale braccato.

Le conseguenze di questa follia di potere sono incalcolabili e drammatiche. Circa 5000 cittadini brutalmente trucidati (500 secondo le stime ONU), oltre 300.000 burundesi costretti a rifugiarsi nei vicini Paesi: Congo, Rwanda, Tanzania, Uganda. L’economia distrutta. La fame nelle campagne e la violenza nelle città. Un’ondata di violenza che non ha uguali se non nel Sud Sudan dove un altro genocidio si sta consumando nella totale indifferenza mondiale. ll Burundi è sprofondato negli orrori senza fine mentre l’intero Continente Africano sta percorrendo la via del progresso e del rafforzamento della democrazia e dei diritti umani.

Una situazione causata anche dalla incapacità della Comunità Internazionale di intervenire a fermare l’orrore quotidiano, dalle timide reazioni della Unione Europea, i convulsi complotti degli Stati Uniti, lo scellerato appoggio di Russia e Cina al regime Nkurunziza, l’incapacità dell’ONU di ordinare un intervento militare per salvare la popolazione nonostante le puntuali e accurate denuncie del Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti  Umani contro le brutalità del regime. Forte della passività internazionale Nkurunziza ora rivendica il diritto divino al quarto mandato presidenziale sognando già la Presidenza a Vita. La sua criminale follia lo spinge a proclamare pubblicamente di eseguire la volontà di Dio.

Dietro la cortina della propaganda ufficiale, il dittatore, che durante la guerra civile (1993 – 2004) uccise personalmente un bambino tutsi di 4 anni pestandolo in un mortaio per il miglio, non si sente sicuro del suo apparente successo. Teme che la comunità internazionale intervenga militarmente, osserva con preoccupazione le prese di posizione a lui contrarie  di antichi alleati come la Tanzania, teme le reazioni di Rwanda e Uganda e osserva allarmato le trame interne al CNDD per sostituirlo. Trame orchestrate dal numero due del regime, suo braccio destro, il Generale Bunyoni, in stretta collaborazione con i terroristi ruandesi FDLR e i leader della milizia genocidaria Imbonerakure, con il palese obiettivo di attuare la ‘soluzione finale’ contro la minoranza tutsi.

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