venerdì, Dicembre 13

Burkina Faso: il futuro del Sahel passa da qui Lotta al terrorismo, controllo dell'immigrazione, rinascita jihadista e criminalità organizzata. Tutto questo nella 'non' ex-colonia farncese. Ne parliamo con Andrea de Georgio, giornalista di “Internazionale” e “L'Espresso”, e autore del suo primo libro “Altre Afriche”

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Il Burkina Faso è diventato un teatro principale nel quadro geopolitico dell’Africa Occidentale e del Sahel. Sia da un punto di vista economico, per i recenti investimenti europei e la storica presenza francese, sia in merito alla re-definizione dei movimenti jihadisti, che vedono nella regione Occidentale del continente il proprio ‘rinascimento’ territoriale dopo le recenti sconfitte in Medio-Oriente. Un crocevia internazionale, dove convergono interessi economici e geopolitici, e dove criminalità organizzata e jihadismo stanno concentrando le rotte dei propri traffici illegali.

Dal 2015 ad oggi, sono stati 3 gli attacchi di matrice jihadista nella capitale Ouagadougou che hanno causato, in totale, la morte di 80 persone. Il 2 marzo scorso l’ultimo attentato, che ha colpito la sede dell’ambasciata francese e il quartier generale dell’Esercito. 30 le vittime, tra attentatori e civili, e 80 i feriti. Ma se nei precedenti episodi di violenza gli obiettivi sono stati luoghi di ritrovo, come l’Hotel Le Splendid e il cafe Capuccino nel 2016 e il ristorante Aziz Istanbul nel 2017, questa volta è stato il primo attacco in assoluto contro l’ambasciata di riferimento di un ex Stato coloniale che, da sempre, esercita nel Paese un forte potere politico. Un segnale contro la forte presenza francese, che evidenzia, inoltre, come la regione burkinabe sia diventata centrale nella nascita di nuovi gruppi fondamentalisti.

L’attentato, infatti, è stato rivendicato dal gruppo Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (Supporto all’islam e ai musulmani – JNIM), affiliato di Al Qaeda nel Magreb islamico. Un movimento islamista nato nel 2017 e autore di diversi attacchi in Mali, ma che trae le proprie origini dalla rigenerazione nell’Africa Occidentale di Al Qaeda, economicamente e militarmente decimata dopo le sconfitte in Medio-oriente e la morte del proprio leader Bin Laden nel 2011. Un ‘rinascimento’ quello di Al Qaeda, dovuto alla crisi libica proprio nel 2011 e alla guerra civile in Mali nel 2013, due eventi politicamente disastrosi che hanno portato ad una completa instabilità della regione saheliana, creando così terreno fertile per la nascita di nuovi basi e nuove forze.

Il contesto politico interno alla regione burkinabè ha, paradossalmente, aumentato la minaccia jihadista. Infatti, la maggior parte di attentati sono avvenuti dopo le dimissioni dell’ex presidente Blaise Campaorè, in carica per 23anni di seguito, e l’elezione democratica di Roch Marc Christian Kaboré, una figura che ha messo l’anti-terrorismo al centro della sua politica. Durante le quasi tre decadi della presidenza di Camaporè, il Burkina non ha praticamente conosciuto conflitti armati dovuti al terrorismo jihadista, che, anzi, intratteneva stretti rapporti con la leadership burkinabe.

In questo contesto, la Francia, ex-Stato coloniale e super potenza in tutto il Sahel, ha avviato da diversi anni nuovi investimenti, sia economici che militari, in funzione anti-terrorismo e controllo della migrazione. Lo Stato Francese, che esercita da sempre una forte pressione politica nel Paese, ha stanziato a Ouagadougou nell’ambito dell’operazione Barkhane, 3mila soldati e intensi aiuti militari alle milizie locali. Ma l’ interesse francese rimane, principalmente, la protezione dei propri interessi nazionali nel territorio, come l’estrazione dell’uranio, l’oro e le ingenti risorse naturali del sottosuolo burkinabe. Nel solo 2016, le esportazioni verso lo Stato francese sono state pari a 233milioni di euro, mentre l’import ne vale solo 18. 

Con Andrea de Georgio, giornalista di “Internazionale” e “L’Espresso”, e autore del suo primo libro “Altre Afriche”, abbiamo parlato del ruolo della Francia e dei Paesi europei in Burkina e nel Sahel, e del difficile contesto geopolitico della regione.

L’Africa, e il Burkina Faso, sono, per Macron, centrali nei piani economici esteri per la Francia. Qual’è la storia, in breve, di questo rapporto tra i due Paesi?

Prima di tutto la Francia è l’ex madrepatria coloniale ma questa è una definizione che può risultare stretta. Ad oggi, in tutta l’Africa Occidentale francofona la Francia ha un peso politico importantissimo come, per esempio, nel dispiegamento militare di Barkhane, che è stata la trasformazione dell’operazione militare Serval cominciata in Mali nel gennaio 2013 che è un dispositivo militare e regionale francese che va dalla Mauritania fino al Ciad ed interessa Paesi come il Mali, il Burkina Faso e il Niger. Questo è stato l’inizio di un intervento militare massiccio, con 4mila militari e grosse basi sparse nell’area Sahelo-Sahariana, e in questo senso la lotta al terrorismo internazionale di Francia e il principale alleato, gli Stati Uniti e il loro piano Africom, wiki si sono uniti anche negli ultimi anni la Germania, la Spagna e l’Italia con la volontà di avviare un impegno nel Niger. La bandiera sotto cui avviene la militarizzazione in Burkina Faso e Mali, è la lotta al terrorismo e il controllo dei flussi migratori che, da quando è stata chiusa la rotta di Agadez, passa dai territori dei Burkina e adiacenti.

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