giovedì, Febbraio 20

Bruxelles – Maelbeek: un anno dopo

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Un anno fa a Bruxelles, nella ‘capitale dell’Europa unita’, è scoppiato l’inferno. Sarebbe stata la prima delle tre grandi tragedie causate dal radicalismo islamico nel cuore dell’Europa  -seguirà Nizza, il 14 luglio, quando un terrorista alla guida di un camion si lanciò lungo la Promenade des Anglais uccidendo 86 persone e ferendone oltre 450, e poi Berlino, il 19 dicembre, quando in un mercatino di Natale un giovane si lanciò con un tir sulla folla, uccidendo 9 persone. Quel 22 marzo 2016, tre brussellesi, Ibrahim e Khalid El Bakraoui e Najim Laachraoui, si sono fatti esplodere all’aeroporto di Zaventem e nel treno della metropolitana che stava lasciando la stazione di Maelbeek, a due passi dai palazzi dell’Unione europea. Hanno ucciso 32 persone oltre a loro stessi, e provocato oltre 300 feriti, provenienti da una ventina di Nazioni diverse.
La principale minaccia non sono i circa 2.500 europei in Siria o in Iraq, ma quelli che «sono in mezzo a noi e si radicalizzano su internet», ha affermato ieri il coordinatore anti terrorismo dell’Unione europea, Gilles de Kerchove. Oggi le celebrazioni dell’anniversario saranno moltissime e proseguiranno per tutta la giornata, in una città presidiata da 1.100 militari, che vedrà partecipare alle varie manifestazioni tutti i vertici del Belgio e dell’Unione Europea, mentre nei giorni scorsi era scoppiata la polemica circa il trattamento riservato alle famiglie delle vittime e ai feriti, per lo più ancora in attesa degli indennizzi promessi subito dopo gli attentati.

Con l’attentato di Bruxelles divenne a tutti inconfutabile quanto aveva iniziato prendere forma quattro mesi prima, con gli attentati jihadisti di Parigi del 13 novembre del 2015, ovvero, come ha sintetizzato de Kerchove, che la minaccia è tutta interna  -‘in mezzo a noi’-, frutto della non-integrazione delle seconde generazioni di immigrati islamici. Il problema, si disse, sono le periferie. Il Belgio, come la Francia, soffre il fenomeno deiquartieri ghetto’, un modello palese di non-integrazione, un sonno delle coscienze e della ragione che ha generato i mostri attuali, imprescindibile manodopera per questo genere di attacchi. “Per radicalizzazione islamica, il Belgio è il primo fra i Paesi europei non-balcanici”, ci spiegava Germana Tappero Merlo, analista specializzata in terrorismo e intelligence.  Tanto che da Molenbeek, facemmo subito notare, sono partiti  tutti i più importanti attentati all’Europa di questi ultimi anni, non ultimo anche per le  profonde crepe nel sistema di sicurezza del Belgio. Falle che hanno dimostrato ripercuotersi sulla sicurezza dell’intera Europa. “Hard e soft security devono andare a braccetto. Un problema fondamentale è che se è vero che esiste un ‘attacco all’Europa’ di cui Bruxelles è il simbolo politico-istituzionale, allora è necessario sviluppare una reale azione di coordinamento politico e di intelligence a livello di tutti i Paesi europei, unitamente ai Paesi della NATO e, per estensione, a tutti quei Paesi che sono oggetto delle minacce di attentati e che dimostrano di condividere valori e principi che devono fondare la strategia di azione e non solo reazione agli eventi“, ci spiegava, circa la necessità di una intelligence comune europea che emergeva dall’attentato, Aldo Pigoli, analista e docente di Storia delle Civiltà e Culture Politiche e Storia dell’Africa contemporanea all’Università Cattolica.

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