sabato, Dicembre 7

Bruxelles: fallimento dell'intelligence belga (ed europea) C'è una guerra di potere in corso tra Al Qaeda e Is. Il Belgio assurto a paradigma della debolezza europea

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Gli attentati di Bruxelles hanno dato prova di quanto siano profonde le crepe nel sistema di sicurezza del Belgio e, di riflesso, dell’Europa intera.
Non solo Salah Abdeslam, l’uomo più ricercato dalle polizie continentali degli ultimi anni, è stato scovato solo dopo quattro mesi di lunghe e forsennate ricerche, nel suo quartiere d’origine e malgrado le Autorità pensavano fosse già fuggito in Siria, ma quanto avvenuto due giorni fa dimostra tutte le difficoltà delle nostre intelligence nel prevenire future azioni terroristiche.

Specularmente, lo Stato Islamico (IS) ha dimostrato di possedere una capacità di azione immediata e tragicamente efficace in ogni parte del mondo, che tuttavia ha trovato proprio in Belgio un terreno fertile per la propria esecuzione. Dopo gli attentati di Parigi, gli esperti di antiterrorismo avevano indicato in almeno 30 o 40 i componenti della rete responsabile della catena di attentati, ma ora è evidente che questo calcolo andrà aggiornato.
Com’è possibile che il Belgio sia diventato un covo jihadista nel cuore dell’Europa? E come si spiega l’incapacità dell’intelligence nel prevenirne l’ascesa?

I tragici fatti della capitale francese hanno indotto le forze di Polizia e di controspionaggio di mezza Europa a scoperchiare la pentola belga. Così i media internazionali hanno iniziato a puntare l’attenzione su Molenbeek, il comune all’interno della municipalità di Bruxelles, da cui provenivano gran parte dei giovani jihadisti che hanno seminato il terrore a Parigi. Molenbeek, però, a differenza di quanto in molti hanno detto e scritto non è la causa del problema, bensì la sua conseguenza.

Molti fanno risalire l’inizio della radicalizzazione in Belgio al 1969, quando re Baldovino donò a Faisal dell’Arabia Saudita, in quel momento Ministro degli Esteri e principe ereditario di Ryad, il Pavillon du Cinquantenaire, in pieno centro di Bruxelles, con un affitto simbolico per un periodo di 99 anni. Padiglione che in poco tempo i sauditi trasformarono in una grande moschea e nel Centro islamico e culturale del Belgio, diventando di fatto il primo focolaio di diffusione del wahhabismo in Europa.
Faisal non era un moderato. Nel 1962 aveva fondato la Lega islamica mondiale, ovvero la rete di sostegno finanziario dell’islam radicale nel mondo sotto le mentite spoglie di ente caritatevole, a cui in mezzo secolo il regno saudita ha elargito all’incirca un miliardo di dollari.
Una volta acquisito il Pavillon, Faisal non perse tempo a finanziare la moschea e il Centro, dove generazioni di imam wahhabiti hannoformatonegli anni migliaia di giovani musulmani. Compresi quelli che hanno evidentemente offerto assistenza e copertura a Salah e e ai suoi complici.

Nei primi anni Duemila, la propaganda islamista in Belgio subisce l’influenza di quanto accade nella vicina Olanda, dove le politiche multiculturali diventano oggetto di un aspro dibattito dai risvolti drammatici. Nel 2002 il controverso Pim Fortuyn, promotore di una feroce campagna contro l’integrazione, viene ucciso da un’attivista olandese. L’anno successivo è la volta del regista e intellettuale Theo Van Gogh, ucciso questa volta da un estremista islamico. Ed è solo l’inizio.

Gli effetti di questo processo cominciano a farsi visibili ad Anversa, ricca città belga più vicina culturalmente ad Amsterdam che a Bruxelles. E’ qui che nel 2010 inizia a muovere i primi passi Sharia4Belgium, formazione il cui nome viene scelto in assonanza con Sharia4Holland. Capo dell’organizzazione è Fouad Belkacem, alias Abu Imran, che nel dicembre 2011 registra, insieme a un gruppo di suoi seguaci, un video-manifesto in cui il gruppo annuncia che un giorno, vicino o lontano, il Belgio sarà comandato dalla sharia.
Sharia4Belgium cresce di settimana in settimana, alimentata dalla predicazione nelle strade. Non soltanto delle periferie di Anversa, ma anche del centro cittadino. La fama dell’organizzazione è tale da arrivare fino a Bruxelles, precisamente a Molenbeek, dove hanno sede 22 moschee, attorno alle quali si raccoglie la numerosa comunità musulmana locale, ma in cui esistono anche luoghi di incontri e di preghiera clandestini, spesso nei salotti di case e appartamenti, dove i gruppi di salafiti più radicali e le reti per il reclutamento si sviluppano senza che le autorità riescano a porvi un freno.

Da Molenbeek sono partiti poi tutti i più importanti attentati all’Europa di questi ultimi anni. Qui avevano vissuto due dei protagonisti degli attentati di Madrid del 2004. Poi l’attacco nel 2014 contro il museo ebraico della capitale belga, poi Charlie Hebdo, l’attentato sul treno Thalys Amsterdam-Parigi e, da ultimo, il 13 novembre a Parigi.  Almeno tre terroristi del commando che hanno colpito quella sera erano già noti al database della Polizia belga, ma non c’erano segnali di una possibile minaccia, malgrado fosse noto che i tre avevano viaggiato più volte in Siria. Inoltre, il comandante Ahmed  Massud, il capo dell’Alleanza del Nord in Afghanistan, fu assassinato da un membro di Al Qaeda nel 2001 anche grazie al contributo di una cellula belga. Belga è anche la prima donna europea che decise di indossare una cintura esplosiva –Muriel Deganque, 38 anni – che si fece  saltare in aria a Baquba, 60 km a nord di Baghdad.
Non possiamo stupirci se oggi il tasso di foreign fighters in Belgio è il più alto dell’Europa occidentale: quasi 42 per milione di abitanti, per un totale di oltre 500 combattenti. Ben 80 di questi terroristi vengono da Anversa e circa altrettanti 80 sono morti combattendo nelle fila dell’Is. Se dopo la cattura di Salah la Polizia belga sperava di aver posto fine alla minaccia che gravava sul Paese e sull’Europa è perché ha trascurato l’estensione della rete jihadista annidata nella capitale Bruxelles. A questo punto non è da escludere che, prima o poi, l’Is proclami, almeno a parole, la nascita di un ‘Emirato Islamico in Belgio’.

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