sabato, Maggio 25

Brexit, ovvero il dilettantismo della finanza Una manciata di politici dilettanti, seppur abili finanzieri, ha fatto allegro uso del referendum e portato il Regno Unito alla deriva?

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Anche questa volta, Theresa May, chiamata ironicamente ‘Maybot’ (May-robot), dal giornalista del ‘The Guardian’, John Crace, per le sue risposte lapidari e senza contraddittorio, subisce l’umiliazione della House of Commons, che elimina la possibilità di una ‘no deal Brexit’, costringendola a tenere il cerino in mano e a chiedere un’ulteriore proroga alla UE, nella speranza che il tentato accordo trasversale con i laburisti, vada in porto.

La sterlina, cartina di tornasole di tutte le previsioni, continua tutto sommato a reagire bene al susseguirsi degli eventi,  mantenendosi relativamente stabile nei confronti del dollaro. Segno, che le aspettative sono buone, malgrado lo scontro aperto tra il Governo e il Parlamento e la spaccatura insanabile, all’interno del partito conservatore.
Il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk si è detto sempre disponibile a una proroga della scadenza, seppur ben motivata. Sappiamo bene poi, che Angela Merkel, figlia, come Theresa May, di un pastore protestante (uno luterano, l’altro anglicano), sia disposta a concedere tempo, pur di  salvaguardare i buoni rapporti commerciali con il Regno Unito. Discrezioni a parte, attenderemo il verdetto del Consiglio europeo del 10 aprile.

L’economia inglese, dal canto suo, non se la passa malissimo, nel contesto attuale di rallentamento della crescita economica mondiale (confermata, pochi giorni fa, dal FMI). La disoccupazione è ai minimi da dieci anni e la debole crescita del Pil è in linea con i dati zoppicanti dell’economia tedesca e di quella francese. Anche se, l’incertezza che regna da più di due anni e l’allarme del governatore della Bank of England, Mark Carney, che da tempo ammonisce l’opinione pubblica inglese sugli effetti recessivi per l’economia britannica (calo del pil del 9,3%, entro i prossimi 15 anni) in caso di hard Brexit, sono già costati, dal 2016, all’economia inglese due punti e mezzo di Pil, con una perdita di 66 miliardi di sterline.    

Le conseguenze immediate, se il no deal fosse applicato alla lettera (molto improbabile), sarebbero note.  Stop al transito delle persone e del commercio alla frontiera, ritardi per dazi e pratiche doganali, stop ai servizi UK,  di qualunque tipo, all’interno dell’Unione Europea, rinascita dei malumori al confine tra l’Ulster e l’Irlanda.  
Immaginiamo cosa potrebbe accadere ai pazienti inglesi che usano farmaci prodotti all’interno della UE. Ci sarebbe poi un piano d’emergenza battezzato ‘operazione Yellowhammer’, contenente le linee guida per ogni singolo Ministero, oltre al piano della Banca centrale inglese per evitare la volatilità della sterlina, tramite l’attivazione di linee di credito con le principali banche centrali (c.d. currency swap lines), un sistema di assicurazione bilaterale per scambiarsi liquidità in valuta estera, nel far fronte alle richieste delle rispettive banche private domestiche. Insomma, uno scenario da film.   

Ma siamo sicuri che tutto questo accadrà? E poi, chi ci dice che questi piani possano funzionare? L’esito più scontato, è che l’unione doganale rimanga in piedi per un bel po’.

Intanto, l’economia della capitale inglese va a gonfie vele. La città di Londra svetta in prima fila tra le città con maggior numero di milionari, secondo il Knight Frank Wealth Report, superando Manhattan. Nel 2018, il volume degli investimenti immobiliari  ha raggiunto la cifra di 19,5 milardi di dollari, secondo il ‘South China Morning Post’. La maggior risorsa di capitali è stata proprio quella asiatica, pari al 40% delle transazioni. Nella sola City, ad esclusione dell’area metropolitana della Greater London, è prevista la costruzione, entro il 2026, di 14 grattacieli, secondo un rapporto della City of London Corporation, l’ente di governo del miglio quadrato londinese. 76 saranno invece i nuovi edifici completati nella Greater London, entro la fine di quest’anno, per il London Tall Building Survey.  Indice che l’attività immobiliare nella capitale inglese gira ancora a ritmo frenetico.

Inoltre, la City continua ad avere la leadership di hub finanziario internazionale. Basti pensare che nel 2017 il saldo inglese dell’import–export dei servizi finanziari è stato di 44, 4 miliardi di sterline, pari al 40% dell’intero commercio dei servizi con l’estero, e il 60% di questi scambi finanziari è avvenuto con il resto dell’UE. (Fonte: Il Sole24Ore-Office of National Statistics).  

Diciamo che solo ora il Regno Unito si stia rendendo conto di non aver mai avuto  una idea chiara di come realizzare la Brexit. Ne è una prova il fatto che il tanto contestato accordo, tra il capo negoziatore del Regno Unito, Oliver Robbins -eminenza grigia, fedelissima di Theresa May nonché taciuto europeista-, e Michel Barnier, non abbia sortito grossi passi avanti, rispetto all’esito del referendum.

Spulciando poi i curricula degli hard brexiteers, cosa ancor più rilevante, è che la maggior parte di loro, oltre ad essersi formata nelle migliori public schools inglesi (college privati-come Eton) ed essere stata istruita nelle più prestigiose università del Regno Unito (come Oxford),  ha lavorato proprio nel settore finanziario della City, lo stesso che oggi auspica la permanenza dell’Inghilterra nell’Unione Europea. Tra i tanti, l’istrione anti-Ue, Boris Johnson e Nigel Farage, leader dell’UKIP, che avrebbe studiato in una buona università londinese, il Dulwich College, per poi finire in una società di brockeraggio merci, nel distretto finanziario della capitale.
Stessa storia, per uno dei maggiori finanziatori della campagna anti-UE dell’Ukip, il finanziere John Stuart Wheeler, oggi inquilino della City, e prima ancora, alunno di Eton e studente a Oxford.

Potremmo allora pensare che possa esser stata una manciata di politici dilettanti (seppur abili finanzieri) a portare il Regno Unito alla deriva? Anche nell’uso allegro del referendum?
Infatti, guardando alla storia inglese, quello che emerge, è che l’istituto del referendum, sia sempre stato estraneo alla tradizione politica britannica. Il primo referendum fu promosso solo nel 1975, proprio pochi anni dopo, l’adesione del Regno Unito alla Comunità Economica Europea. L’allora Primo Ministro, Harold Wilson, azzardò la leva referendaria per ricompattare il partito laburista, come farà David Cameron nel 2016, per ricompattare il partito conservatore. Solo che a quel tempo, in piena guerra fredda e prima che la finanza avesse un tale peso nell’economia, ad essere europeisti erano soprattutto i conservatori, e tra loro, anche una nascente leader, Margaret Thatcher.  

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