giovedì, Aprile 25

Brexit: l’Unione Europea respinge la proposta della Gran Bretagna

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Il Parlamento Europeo ha annunciato, in una lettera aperta firmata da tutti i maggiori gruppi politici, di considerare irricevibile la proposta presentata dalla Gran Bretagna sui diritti dei cittadini UE dopo la Brexit.
I principali gruppi politici europei, assieme ai negoziatori che si occupano del caso Brexit, hanno ritenuto decisamente insufficiente l’offerta presentata da Londra: secondo Bruxelles, la proposta inglese tenderebbe a creare, per i cittadini europei residenti in Gran Bretagna, uno status di cittadini di seconda classe. In caso dal Governo di Londra non vengano proposte migliori, il Parlamento Europeo si dice pronto ad applicare il diritto di veto.
Inoltre, il Parlamento Europeo ha dichiarato che l’ipotesi di un posticipo della data di scadenza per i negoziati, che sanciranno l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, non verrà nemmeno presa in considerazione: la data per la fine dei negoziati resta fissata al 30 marzo 2019.
Nel frattempo, il Primo Ministro inglese, Theresa May, ha dichiarato di voler giungere ad un accordo largamente condiviso per poter negoziare al meglio con l’Unione Europea.

Dopo nove mesi di combattimenti, ieri il Primo Ministro iracheno, Haydar al-‘Abādī, si è recato a Mosul per dichiarare che la città, un tempo roccaforte del cosiddetto califfato islamico, è stata finalmente liberata.
Presa dai miliziani di Daesh nel 2014 senza sparare un colpo, Mosul era divenuta il centro del potere islamista in Iraq: da qui, Abu Bakr al-Baghdādī aveva proclamato la nascita del califfato.
nonostante l’annuncio della vittoria, le forze della coalizione, formata dalle truppe regolari irachene, affiancate da milizie curde, sciite e sunnite oltre che dall’aviazione statunitense, stanno ancora combattendo le ultime sacche di resistenza nella città vecchia: secondo fonti militari irachene, ci sarebbero ancora dai cinquanta ai cento edifici in mano ai miliziani, senza contare le numerose trappole esplosive disseminate tra le macerie. In ogni caso, la fine del controllo islamista su Mosul è oramai questione di ore.
Sarebbe però un errore pensare che la minaccia sia finita: con la sconfitta a Mosul e la perdita di territorio in tutto il Paese, è molto probabile che Daesh decida di realizzare nuovi attacchi terroristici nei Paesi che la combattono, avvalendosi di quei cittadini che la crisi economica ha relegato ai margini delle ricche società capitalistiche.
Inoltre, resta un altro nodo da sciogliere: cosa sarà dell’Iraq, una volta sconfitto il califfato? La coalizione, formatasi in chiave anti-islamista, sarà probabilmente destinata a disgregarsi una volta scomparso il nemico comune. Gli interessi di curdi, sciiti e sunniti sono da sempre differenti; inoltre, la classe politica arrivata al potere dopo la fine del regime di Saddam Hussein viene percepita come distante dalla popolazione. Secondo uno studio dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), a trarre vantaggio dai molti anni di guerra sono stati i comandanti delle milizie che si sono battute con successo contro Daesh: si tratta di comandanti molto amati dai prorpi uomini e dalla popolazione che, oltretutto, hanno accesso a fondi privati. I comandanti più popolari, attualmente, sono quelli delle milizie sciite legate all’Iran che, infatti, ha espresso grande soddisfazione per la conquista di Mosul e ha offerto il proprio sostegno per la ricostruzione della città che, ormai, è ridotta ad un cumulo di macerie. La ricerca di un accordo tra gli interessi del Governo centrale e quelli delle varie milizie vincitrici sarà l’obbiettivo politico dei prossimi mesi.
Un esempio della complessità della situazione è data dalla scelta del Presidente del Kurdistan Iracheno, Mas’ūd Bārzānī, di indire un referendum indipendentista per il prossimo 25 settembre: la decisione ha provocato immediatamente la dure reazione della Turchia, da sempre impegnata in un duro scontro contro la minoranza curda presente sul suo territorio.

Intanto, in Siria, sembra reggere l’accordo per un ‘cessate il fuoco’, raggiunto nel bilaterale tra il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, nell’ambito del G20 di Amburgo: l’accordo riguarda la zona sud-occidentale del Paese, la più problematica.
Apprezzamenti a riguardo sono stati espressi dall’Iran che auspicherebbe l’estensione dell’accordo a tutta la Siria. Nel frattempo, a Ginevra, sono ricominciati i colloqui di pace tra le parti in campo.

Ancora guai per il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Questa volta si tratta di due polemiche riguardanti due dei suoi figli.
La prima polemica riguarda la figlia Ivanka che, al G20 di Amburgo, ha sostituito il padre al tavolo delle trattative in alcune occasioni senza avere alcun titolo ufficiale per farlo; la seconda polemica riguarda Donald Jr che, secondo il ‘New York Times’, durante la campagna elettorale avrebbe incontrato un avvocato russo, tale Natalja Vaselnitskaja, con la promessa di ricevere informazioni che potessero danneggiare il candidato democratico, Hillary Clinton. Se nel primo caso, il Presidente ha liquidato la questione affermando su ‘Twitter’ che si tratta di una cosa totalmente normale, la seconda polemica rischia di essere un po’ più pesante. Donald Jr. ha ammesso l’incontro dicendo però, di non aver ricevuto alcuna informazione utile. Da parte russa è arrivata immediatamente la smentita del legame tra la Vaselnitskaja e il Cremlino: il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ha bollato come assurdità le notizie del ‘NYT’.
Trump, invece, si difende attaccando: dopo aver dichiarato, sempre su ‘Twitter’, che tutta la storia non è che una montatura, è tornato ad attaccare l’ex-capo dell’FBI, James Comey, accusandolo di aver passato informazioni riservate ai media.
In politica estera, si registra l’intervento del Segretario della NATO, Jens Stoltenberg, sulla questione dell’Ucraina. In visita a Kiev, a margine di un incontro con il Presidente Petro Porošenko, Stoltenberg ha dichiarato che la Russia deve ritirare i suoi uomini dal territorio ucraino e, inoltre, deve interrompere i finanziamenti ai gruppi paramilitari a lei fedeli. La reazione russa non è tardata: Peskov ha affermato che la Russia non ha truppe in Ucraina e che l’adesione di Kiev alla NATO, con la conseguente istallazione di apparati di difesa atlantici sul suo territorio, porterebbe ad un inasprimento della situazione politica e non sarebbe una garanzia di maggiore stabilità per il continente europeo.

In Turchia si sono avute retate in diversi atenei: gli arrestati sarebbero più di settanta e farebbero per lo più parte del mondo accademico. Da più di un anno, nel Paese è in vigore lo stato di emergenza che ha portato all’arresto di numerosissimi esponenti delle opposizioni, giornalisti, professori, militari ed impiegati pubblici.
Gli arresti arrivano all’indomani della ‘Marcia per la Libertà’ che ha visto più di quattrocentomila persone muoversi da Ankara ad Instambul. La marcia, organizzata dal Cumhuriyet Halk Partisi (CHP: Partito Popolare Repubblicano) di Kemal Kiliçdaroğlu, ha chiesto al Presidente Recep Tayyip Erdoğan la fine dello stato di emergenza e la liberazione di tutti i prigionieri politici.
Un attacco ad Erdoğan è arrivato anche da Selahattin Demirtaş, il principale esponente del filo-curdo Halklarin Demokratik Partisi (HDP: Partito Democratico dei Popoli), da mesi recluso dopo un processo farsa. Riprendendo la dichiarazione di Erdoğan, che al G20 di Amburgo lo aveva definito un terrorista, Demirtaş ha dichiarato, in una lettera diffusa tramite il suo avvocato, che l’intervento del Presidente è la prova del fatto che la sua condanna sia stata decisa dall’alto: i giudici, infatti, non sarebbero stati in grado di trovare alcuna prova della sua colpevolezza nonostante il processo sia durato circa otto mesi.
Intanto, l‘Austria ha fatto sapere che negherà al Ministro delle Finanze di Ankara di entrare nel Paese per rivolgersi alla comunità turca in occasione dell’anniversario del fallito colpo di Stato. La motivazione ufficiale è che Vienna non può permettere che i conflitti interni turchi entrino in Austria: immediatamente è arrivata la protesta di Ankara.

Dalla Cina arriva la notizia che il dissidente Liu Xiaobao, malato da tempo, è in fin di vita.
Arrestato nel 2009, Liu Xiaobao era stato liberato pochi giorni fa a causa delle sue condizioni di salute in costante peggioramento; in seguito era anche arrivato il via libera di Pechino al trasferimento all’estero per ricevere cure più adeguate. Il rapido peggioramento della malattia ha rimesso in discussione la cosa: secondo le autorità mediche, il paziente non sarebbe più trasportabile.

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