venerdì, Luglio 10

Brexit: i negoziati entrano nel vivo

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A Bruxelles, i negoziati per le modalità dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea entrano nel vivo.
In difficoltà dopo il pessimo risultato ottenuto alle elezioni anticipate, da lei stessa indette, il Primo Ministro Theresa May ha smorzato i toni sulle modalità di separazione che Londra auspicherebbe: ai cittadini dell’Unione che già vivono e lavorano in Gran Bretagna, sarebbe garantito il permesso di restare. La May ha quindi dichiarato di aspettarsi lo stesso trattamento per i cittadini britannici residenti nei Paesi dell’UE.
Le reazioni non hanno tardato ad arrivare.
Per il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker, si tratta di un primo passo incoraggiante, ma certo non sufficiente: in effetti, le dichiarazioni del Primo Ministro inglese sono state piuttosto vaghe e, delle dichiarazioni della stessa May, dovranno essere approfondite lunedì prossimo. Sulla stessa linea di Junker si sono espressi il Presidente del Partito Popolare Europeo al Parlamento di Bruxelles, Manfred Weber, dal capo dei negoziati per la Brexit, Guy Verhofstadt, e dal Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk: per tutti, le proposte della May suonano come un gioco al ribasso e ci si aspetta che i nodi vengano al pettine nella discussione di lunedì prossimo.
Ma i problemi, per Theresa May, vengono anche dall’interno del proprio Paese: il Sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha dichiarato che l’atteggiamento duro del Primo Ministro danneggerà sia i cittadini europei residenti in Gran Bretagna che i cittadini britannici residenti in UE. Inoltre, per la prima volta, un sondaggio rivela che la popolazione inglese, al momento, riterrebbe il laburista Jeremy Corbyn un Primo Ministro migliore di Theresa May. L’attuale Primo Ministro, tra i difficili negoziati, la fronda interna e le grandi difficoltà nel trovare la maggioranza necessaria alla formazione di un nuovo Governo, non si trova certo nella grande posizione di vantaggio che immaginava quando, forte del vantaggio che le attribuivano i sondaggi, indisse le elezioni anticipate.

Della proposta inglese si è parlato anche nel vertice tra il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, e la Cancelliera tedesca, Angela Merkel.
Entrambi hanno affermato che la proposta di Theresa May è un primo passo, ma non si tratta di una “grande svolta”, come gli inglesi hanno sostenuto.
Il consolidamento dell’asse franco-tedesco è un obbiettivo caro sia al Presidente francese che alla Cancelliera tedesca. Questo asse, però, non deve essere inteso come esclusivo: si tratta piuttosto di costrutire una linea comune di indirizzo sulla quale tutti i Paesi europei saranno i benvenuti.
Merkel e Macron hanno anche parlato di immigrazione sostenendo che quanto fatto finora sia del tutto insufficiente: non si sono fatti passi avanti sul tema dei ricollocamenti ed è mancata la volontà di comprendere le necessità dei Paesi che più hanno subito l’ondata migratoria. Se le frontiere sono in comune, ha affermato Angela Merkel, non si può non tenere conto delle difficoltà di chi subisce la maggiore pressione da parte della massa di migranti disperati, ovvero Italia e Grecia: si tratta di mettersi nei panni degli altri e comprendere come una soluzione comune sia nell’interesse di tutti. Emmanuel Macron ha aggiunto che il non aver ascoltato da subito il grido di allarme di Italia e Grecia è stato un gravissimo errore da parte degli altri Paesi UE.
Si è inoltre sottolineato come sia necessario trovare una strategia comune per contrastare le condizioni che spingono migliaia di persone ad abbandonare i propri Paesi per tentare la fortuna in Europa: l’intervento strutturale il Africa sarà al centro del prossimo G20 di Amburgo.
Soddisfazione per le dichiarazioni di Merkel e Macron è stata espressa dal Presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni.

In Iraq, per le strade di Mosul, si combatte casa per casa.
I miliziani di Daesh sono oramai allo stremo solo poche centinaia continuerebbero a combattere decisi a sacrificare la vite per la causa. Nel tentativo di screditare la Coalizione Internazionale, i miliziani hanno affermato che i bombardamenti statunitensi avrebbero causato la distruzione della Moschea di al-Nuri: uno dei più importanti monumenti del Paese che, con il suo minareto pendente, dominava la città fin dal XII secolo. I video della distruzione, però, mostrano la Moschea che implode come se fosse stata minata: sembra estremamente probabile che i miliziani, ormai certi della sconfitta, abbiano minato la struttura, da cui Abu Bakr al-Baghdadi aveva annunciato la nascita dello stato islamico nel 2014, per non farla cadere nelle mani nemiche e per screditare la Coalizione agli occhi del mondo.
Se Mosul è sul punto di cadere nelle mani delle forze governative, la situazione nel resto del Paese non è ancora del tutto stabile: oggi, una serie di attentati suicidi ad al-Anbar hanno provocato nove morti tra civili e militari.
Sul fronte siriano, invece, missili da crociera, partiti da navi militari russe che incrociano nel Mediterraneo orientale, hanno colpito obbiettivi islamisti nella provincia di Hama: l’operazione sarebbe una risposta al trasferimento di miliziani che dovrebbero costituire una nuova linea di difesa nella zona.

Il Qatar ha ricevuto oggi una lista di condizioni considerate irrinunciabili dai Paesi hanno decretato l’embargo del 5 giugno scorso (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrein).
Tra le condizioni spiccano, la cessazione dei rapporti con organizzazioni considerate terroristiche (come Hezbollah, Pasdaran, Fratelli Mussulmani ed al-Qaeda), la fine della cooperazione militare con Turchia ed Iran, la chiusura dell’emittente televisiva al-Jazeera e un cospicuo risarcimento danni per i quattro Paesi dell’embargo. È molto improbabile che tali condizioni possano essere accettate: a questo punto la situazione potrebbe degenerare da un momento all’altro.

In Pakistan, numerosi attacchi terroristici hanno provocato la morte di circa quaranta persone e il ferimento di circa cento. Gli attentati hanno avuto luogo a Quetta (in mattinata) e nella regione del Kurram (almeno due esplosioni). Gli attentati sono stati rivendicati da una corrente del movimento talebano.

In Turchia, invece, suscita scalpore la decisione del Governo di permettere una preghiera mussulmana nella vecchia Basilica di Santa Sofia ad Instambul: la Chiesa, divenuta Moschea dopo la presa di Costantinopoli da Parte di Maometto II (1453), era stata trasformata in Museo da Kemal Ataturk nel 1934 ed era divenuta il simbolo della nuova Turchia laica. La decisione del Governo di Ankara segna un nuovo passo verso il percorso di smantellamento dello Stato laico da parte del Presidente Recep Tayyip Erdoğan.

In Corea del Sud, il Tribunale ha condannato a tre anni di carcere Choi Soon-Sil, detta la “Sciamana”, la consigliera che ha portato allo scandalo costato le dimissioni all’ex-Presidente Park Guen-Hye. Accusata di aver approfittato della sua posizione di potere per favorire amici e parenti, la “Sciamana” era considerata dall’opinione pubblica coreana un personaggio torbido in grado di orientare le scelte politiche del Presidente a proprio vantaggio.

Ancora tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti.
Oltre alla questione dello studente statunitense morto al rientro negli USA dopo diciassette mesi di reclusione nelle carceri di Pyongyang (oggi il Governo nord-coreano ha negato di aver mai maltrattato il prigioniero), è ancora la crisi degli armamenti a mantenere tesa l’atmosfera. Secondo fonti statunitensi, il Governo di Kim Jong-Un avrebbe testato un nuovo motore per missile intercontinentale che sarebbe in grado di raggiungere le coste occidentali degli USA.
Sulla questione è intervenuto il Consigliere di Stato cinese, Yang Jiechi, oggi in visita al Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Oltre ad aver parlato di cooperazione economica, i due hanno discusso a lungo della questione coreana: la Cina, questa la posizione ufficiale, ha interesse a mantenere buone relazioni con tutte le parti in campo e spera che si possa trovare una soluzione diplomatica che possa soddisfare tutti.
L’altra questione calda per l’amministrazione Trump resta quella del cosiddetto Russiagate. Nuove rivelazioni della CIA rivelerebbero il coinvolgimento diretto del Presidente russo, Vladimir Putin, per favorire l’elezione di Trump a danno della candidata democratica Hillary Clinton. Oggi Trump, oltre a negare ogni contatto con Mosca, ha tentato di delegittimare il lavoro del Procuratore Speciale Robert Mueller, incaricato di indagare sulla questione. Secondo Trump, Mueller sarebbe un amico di James Comey, ex-capo dell’FBI licenziato da Trump ed ora formale accusatore del Presidente, e un forte sostenitore della Clinton.
Per tentare di spostare l’attenzione da questa scomoda questione, Trump è tornato ad occuparsi (tramite Twitter) della riforma sanitaria, affermando di sostenere la proposta di legge uscita dal Senato, e ha rilanciato il progetto dell’ormai famosissimo muro al confine con il Messico.

In Venezuela, opposizioni di nuovo sul piede di guerra per manifestare contro la riforma costituzionale proposta dal Presidente Nicolás Maduro e in memoria dell’ennesima vittima della violenza politica: un ragazzo di ventidue anni ucciso ieri in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Il Governo di Caracas ha dichiarato che l’utilizzo delle armi da fuoco contro i manifestanti è proibito, che il militare responsabile dell’uccisione è stato individuato e che risponderà del suo operato davanti ai giudici.

Da Mosca la notizia che l’oppositore Alekseij Navalnij non potrà candidarsi contro Putin nel 2018 in quanto, anche se con sentenza sospesa, è stato condannato a cinque anni di reclusione.

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