venerdì, Novembre 15

Brexit e Common Law: e se ci fosse un nuovo referendum? Secondo il particolare sistema giuridico inglese la questione potrebbe essere tutt'altro che chiusa

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Non c’è pace per il Primo Ministro inglese, Theresa May, schiacciata tra l’ala più intransigente del proprio partito, il Conservative and Unionist Party (Partito Conservatore ed Unionista), e tra coloro che, all’interno e all’esterno dei tories, sono contraria alla separazione della Gran Bretagna dall’Unione Europea (o, quanto meno, chiedono che la separazione avvenga in maniera ordinata e moderata).

A capo dell’ala intransigente dei conservatori c’è l’ex-Sindaco di Londra ed ex-Ministro degli Esteri, Boris Johnson, che non solo pretende il Paese si separi il più rapidamente possibile dalla UE ma, nei fatti, è anche contrario a degli accordi che mantengano vivi i rapporti tra le isole britanniche ed il Continente. Fino ad ora, Johnson ha sistematicamente bocciato tutte le proposte di accordo venute dalla UE in materia di rapporti economici e diritti dei cittadini comunitari residenti in GB (e viceversa, ovviamente), contrastando in questo con gli sforzi fatti dal Primo Ministro May affinché si potesse giungere ad un accordo vantaggioso per Londra. Il contrasto tra Johnson e May, oltre che da questioni di natura ideologica, è chiaramente dettato anche dalle ambizioni del ex-Ministro degli Esteri. Le ultime mosse di Johnson, tra l’altro, alzano il livello dello scontro dialettico citando presunti accordi segreti che il Primo Ministro May avrebbe firmato con Bruxelles e che metterebbero a rischio l’indipendenza inglese.

Dall’altro lato, ci sono i conservatori moderati, che erano contrari alla Brexit e che ora cercano un accordo che garantisca dei rapporti cordiali con la UE almeno sul piano economico (i dati economici non sono molto incoraggianti), e l’opposizione laburista. Nei giorni scorsi, un gruppo di millequattrocento avvocati britannici ha presentato una domanda a Theresa May affinché accolga la richiesta di un nuovo referendum che riporti la GB all’interno della UE. Secondo i richiedenti, infatti, il referendum del 2016 si svolse in un clima di profonda disinformazione e la propaganda dello United Kingdom Indipendence Party (UKIP: Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) di Neigel Farage impedì una discussione ponderata sugli effetti di una separazione tra Londra e Bruxelles.

Il risultato del voto del 2016, in effetti, non è stato così netto. Favorevole a lasciare l’Unione fu il 51,9% dei votanti, contrario il 48,1%. Il risultato, già di per sé, dipinge un Paese spaccato ma, ad uno sguardo più attento non può sfuggire la distribuzione molto polarizzata del voto: favorevoli alla separazione dalla UE sono stati Inghilterra, esclusa la Capitale, e Galles; contrari alla Brexit sono stati Londra, Scozia ed Irlanda del Nord.

Il referendum del 2016, che aveva valore consultivo, è stato possibile per il particolare sistema legislativo inglese. In Inghilterra, infatti, non esiste una Costituzione scritta come nel resto dei Paesi europei, ma il sistema giuridico si basa sulla Common Law (Legge Comune): a grosse linee, si tratta di un ordinamento giuridico che, anziché basarsi su codici scritti (come nei sistemi che derivano dal Diritto Romano), si basa sulle sentenze precedenti, ovvero sulla consuetudine. Per tentare di chiarire la differenza facciamo un esempio: in Italia, un referendum simile non sarebbe possibile perché la Costituzione della Repubblica Italiana afferma che gli accordi internazionali non possono essere sottoposti a referendum popolare; nel diritto inglese, invece, non ci sono ostacoli ad un referendum di questo tipo.

A favorire questo epilogo ha contribuito anche la stessa legislatura europea: con il Trattato di Lisbona del 2007, infatti, è stato introdotto il diritto di recessione dall’adesione alla UE; inoltre, negli anni successivi, si è definitivamente affermato il principio secondo cui il diritto dello Stato Nazione è superiore al diritto UE.

Nella Common Law inglese, però, esistono alcune ambiguità, prima tra tutte il rapporto tra Corona e Parlamento. Una volta passato il referendum, infatti, in un primo momento si era pensato di procedere con la Brexit senza il passaggio parlamentare. Secondo il Segretario di Stato per l’Uscita dalla UE, il diritto di emendare trattati internazionali sarebbe stato esclusivamente della Corona e del Governo nominato dalla Monarchia; al Parlamento non sarebbe toccato altro compito che ratificare i fatti. Secondo la Corte Suprema del Regno Unito, però, data la centralità del parlamento nella Storia inglese degli ultimi secoli, non era possibile che il Governo eludesse il passaggio parlamentare.

Dopo l’approvazione da parte del Parlamento e l’inizio delle dure trattative volte a stabilire le modalità di questa inedita separazione, in molti hanno cominciato a richiedere una nuova consultazione referendaria sulla questione. Il punto centrale, però, è se un nuovo referendum sia possibile, a meno di tre anni dal quello del 2016. secondo un sondaggio del «Times», nel luglio 2018, per la prima volta, i favorevoli a restare nella UE avrebbero superato i sostenitori della Brexit, e, di fronte all’eventualità di una separazione senza un accordo tra GB ed UE, molti pensano che un nuovo voto popolare potrebbe essere opportuno. Dal punto di vista legale, in teoria non dovrebbero esserci problemi, se non fosse che un nuovo referendum aprirebbe precedenti pericolosi.

Tanto per cominciare, un ricorso troppo intensivo allo strumento referendario potrebbe mettere in discussione, nei fatti, il ruolo stesso del Parlamento, specie in uno Stato che basa la propria giurisprudenza sul diritto consuetudinario. A parte questo, però, i due punti principali sarebbero il rapporto con la UE, da un lato, e il rapporto con Scozia ed Irlanda del Nord, dall’altro.

Per quanto riguarda il rapporto con la UE, dopo più di due anni di duri dibattiti e di toni a volte forti, come potrebbero prendere a Bruxelles un’eventuale marcia indietro di Londra? È possibile che le Autorità della UE siano disponibili a riprendere i britannici nell’Unione dopo il duro strappo del 2016? Di certo è improbabile che a Bruxelles siano disponibili a permettere agli inglesi di rientrare nella UE mantenendo quelle condizioni economiche fortemente vantaggiose che Londra aveva prima di decidere per la separazione.

C’è poi la questione di Scozia ed Irlanda del Nord. Nel 2014 gli scozzesi avevano votato in un referendum, promosso in primo luogo dallo Scottis National Partie (SNP: Partito Nazionale Scozzese), per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. In quell’occasione, il 55,3% degli scozzesi scelse di restare legato a Londra (contro il 44,7% ). Un ruolo non indifferente nell’orientare la scelta degli scozzesi lo ebbe la UE che si spese espressamente a favore dell’unione tra Londra ed Edimburgo. Se oggi il Governo inglese concedesse un nuovo referendum sulla Brexit, come potrebbe negare agli scozzesi il diritto a votare nuovamente sull’indipendenza? In una simile eventualità, la possibilità che gli scozzesi, che scelsero di restare nella GB su invito della UE e che nel 2016 si espressero nettamente contro lo Brexit, decidano di abbandonare Londra non appare più molto improbabile. Inoltre, la stessa UE non avrebbe motivo per incoraggiare Edimburgo a restare unita a Londra. Per quanto riguarda l’Irlanda del Nord, invece, le preoccupazioni riguardano soprattutto gli accordi di pace del 1998 (i cosiddetti Accordi del Venerdì Santo) tra i cattolici legati a Dublino ed i protestanti legati a Londra. Da allora, le tensioni tra le due comunità si sono sopite, ma non sono del tutto scomparse. Anche in quel caso, la UE ebbe un ruolo fondamentale nel garantire il rispetto dei trattati ed è per questo che nel 2016 Belfast si è espressa contro la Brexit: il fatto che la GB e la Repubblica d’Irlanda facessero parte di uno stesso organismo sovranazionale garantiva entrambe le comunità. Con la fine della permanenza inglese nella UE, cambia tutto. Inoltre, l’eventualità di un nuovo referendum scozzese sull’indipendenza potrebbe stuzzicare la voglia di molti irlandesi di riunirsi nuovamente sotto un’unica bandiera.

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