sabato, Ottobre 24

Brexit: costi superiori al previsto Intervista ai professori Marco Lossani e Beniamino Quintieri

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Gli sviluppi recenti del processo della Brexit: secondo notizie ‘ANSA‘ recenti, se ci fosse un’uscita della Gran Bretagna dell’Ue senza un’intesa, questo provocherebbe, ha avvertito il presidente dell’Eba Enria a nome delle autorità Ue, «interruzioni al quadro legale per la fornitura dei servizi finanziari, alla continuità dei contratti tra le parti nei 27 e in Gran Bretagna e alla supervisione efficace dei gruppi bancari transfrontalieri». Quali ripercussioni economiche potranno verificarsi a seguito di ciò? Allo scopo di comprendere meglio quali effetti reali possano esserci dal punto economico, abbiamo intervistato il prof. Marco Lossani, ordinario di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, e il prof. Beniamino Quintieri, ordinario di Economia Internazionale presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, nonché Presidente di SACE.

I costi della Brexit possono essere valutati in maniera adeguata? Di sicuro, il processo di uscita ne prevederà. In merito a ciò, spiega il prof. Lossani “lo scenario è molto confuso, anche considerando le dichiarazioni della premier May di questi ultimi mesi. Diversamente da quanto dichiarato subito dopo l’esito del referendum, sembra che il governo inglese abbia idee molto confuse sul da farsi. La frase più chiara pronunciata finora è stata ‘Brexit is Brexit’. Se sarà hard o soft, dipenderà molto dall’esito dei negoziati, ma anzitutto l’Ue vuole che la Gran Bretagna saldi quello che c’è da saldare, per l’uscita. Inoltre, a differenza di quanto è stato raccontato ai cittadini britannici, questo processo ha dei costi non indifferenti, rappresentati dal fatto che soprattutto nel comparto dell’industria finanziaria molte delle imprese che hanno mantenuto per lungo tempo la sede a Londra se ne vadano e aprano le loro sedi altrove per poter rimanere nel mercato unico europeo. Ciò condiziona tutto l’esito del processo, quindi bisognerà trovare il modo di superare l’ostacolo rappresentato dai costi che la Gran Bretagna cercava di frapporre alla mobilità del lavoro“.

Il prof. Quintieri aggiunge che “gli scenari elaborati post-referendum sono stati fortemente negativi, poiché presumevano l’attivazione immediata dell’art. 50, con un forte deprezzamento della sterlina e un deterioramento della fiducia di imprese e consumatori in seguito alla maggiore incertezza. Innanzitutto è necessario considerare che solo dopo il 2019 – quando il Regno Unito cesserà di essere un membro UE –   l’impatto di Brexit si manifesterà nella sua interezza. La previsione dei costi è strettamente legata al tipo di intesa che – eventualmente – sarà raggiunta con l’Unione europea. In particolare, in mancanza di un accordo tra UE e Regno Unito, sarebbero applicate le tariffe stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Queste avrebbero un impatto negativo soprattutto sui Paesi con forti avanzi commerciali, come Italia e Germania. Più in generale, gli effetti sui Paesi partner sono legati all’intensità delle relazioni commerciali con Londra e alla composizione settoriale delle esportazioni. Il premier britannico, Theresa May, ha recentemente affermato di non voler replicare uno dei modelli di intesa già esistenti tra l’Ue e altri paesi, come l’European Economic Area (EEA) con la Norvegia o il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) con il Canada, poiché il primo implicherebbe l’obbligo per il Regno Unito di adottare, automaticamente e in maniera integrale, le regole dell’Ue (delle quali, in futuro, non avrebbe capacità di influenzare il processo di formazione), mentre il secondo, per quanto sia il più avanzato degli accordi che l’Ue abbia concluso, costituirebbe una forte restrizione all’accesso reciproco ai rispettivi mercati, risultando quindi non conveniente per ciascuna delle parti. Il forte legame commerciale tra Ue e Regno Unito suggerirebbe di cercare una soluzione in grado di preservare i reciproci benefici“.

Si sta inoltre configurando uno scenario nettamente diverso rispetto alla iniziale ‘hard Brexit’. Sempre di più, infatti, si è passati ad una sua versione soft, perché, come afferma il prof. Lossani, “gli inglesi hanno detto di voler continuare ad avere accesso al mercato unico europeo, pur volendo mantenere un certo grado di indipendenza sul controllo sulla mobilità del lavoro: ma con ciò si fa confusione, perché le due cose insieme non sono possibili. Delle due l’una: o si controlla di più l’immigrazione di manodopera estera, o si resta nel mercato unico.  Se si vuole ottenere di più su un fronte, si deve pagare qualcosa in più di un altro“. Più cauto il prof. Quintieri: “Non azzarderei a dire che la natura dei negoziati stia subendo una netta trasformazione; tuttavia, come ribadito anche da Michel Barnier, da fine settembre possiamo parlare di ‘nuova dinamica’ dei negoziati innescata dal discorso di Theresa May a Firenze. La definizione di un accordo che consenta una prosecuzione vantaggiosa dei rapporti commerciali tra le parti è di interesse comune. A più di un anno dal referendum, sono stati chiariti alcuni punti, lasciando spazio ad un cauto ottimismo. Una svolta nelle trattative è però necessaria, poiché è evidente come ancora non siano stati ottenuti progressi sufficienti, né per il raggiungimento di un accordo sul divorzio né per porre le basi di dialogo per un futuro rapporto tra Londra e Bruxelles“.

Un ulteriore elemento di riflessione è rappresentato dalla velocità dei negoziati, attualmente diminuita: cosa succederà in caso di un rallentamento prolungato degli stessi? Spiega il prof. Lossano: “Ancora non si è invocata la procedura di secessione prevista dall’articolo 50. Ma se tale decisione dovesse essere definitiva, in assenza di un accordo la Gran Bretagna aderirà al WTO, avrà accordi bilaterali o multilaterali con gli Stati membri, ma non potrà più accedere al mercato unico come ha fatto in questi anni, quindi di scambiare beni e servizi. Ciò interesserà tutte le multinazionali – sia del comparto finanziario che manifatturiero – che hanno mantenuto in vita delle unità produttive all’interno del mercato britannico: queste non potranno più vendere merci sul mercato unico europeo in assenza di tariffe. Si tratta di capire quali soluzioni alternative accetteranno, a cosa rinunceranno. Il discorso della May richiama solo la cooperazione e il beneficio reciproco tra gli Stati membri e il Regno Unito, poi più nulla“.

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