sabato, Dicembre 14

Brexit: come cambierà la vita? Con Luciano Monti (LUISS) parliamo dei possibili risvolti del divorzio tra GB e UE

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Non è ancora certo come andrà a finire la vicenda della Brexit. Il divorzio tra Gran Bretagna ed Unione Europea potrebbe essere ‘hard‘, se non si troverà un accordo, o ‘soft‘, come è stato proposto da Theresa May qualche mese fa. In questo caso, ancora non preso in considerazione dalla UE,  ad esempio, rientra “una norma transitoria che riconoscerebbe a tutti i cittadini europei nella GB diritto di cittadinanza, qualora questo fosse stato maturato nell’arco di cinque anni”. Ma non tutti gli inglesi sono d’ accordo. 

Certamente, a seguito della fine del processo di divorzio, qualcosa cambierà sia per i cittadini europei, sia per gli studenti europei che vorrebbero andare a studiare in Gran Bretagna, sia per le imprese. Ma cosa? Approfondiamo la questione con Luciano Monti, docente di Politiche dell’Unione Europea all’Università LUISS Guido Carli 

 

Cosa potrebbe cambiare, per i cittadini europei, quando si chiuderà il processo di divorzio tra Gran Bretagna ed Unione Europea?

Prima di tutto bisogna capire quale dei due scenari di Brexit si verrà a realizzare. Potrebbe esserci un’uscita hard, ovvero senza un accordo: se non si troverà un accordo, il 30 marzo 2019 lo UK sarà fuori dall’Unione Europea. Esiste però anche la possibilità di un’uscita più soft, quella voluta da Theresa May e presentata nella bozza di discussione del marzo 2018, la quale non è del tutto tramontata. Questa bozza di accordo, che al momento non è stata presa in considerazione dai Paesi dell’Unione Europea, prevede una norma transitoria che riconoscerebbe a tutti i cittadini europei nello UK diritto di cittadinanza, qualora questo fosse stato maturato nell’arco di cinque anni; nel periodo transitorio è previsto anche chi non avrà terminato di maturare il quinto anno manterrebbe tutti i diritti di cittadinanza, in pratica come se la Brexit non ci fosse. L’unico problema che ha questa proposta è che, almeno stando al sondaggio del “Sunday Times”, solo l’11% degli inglesi sarebbe favorevole a questo tipo di accordo, mentre il restante 38% dei favorevoli alla Brexit preferirebbe l’opzione hard.

A questo punto, se dovesse passare l’ipotesi della soft Brexit, il problema si porrebbe per coloro che ancora non sono entrati nel Regno Unito; se invece si andasse alla hard Brexit, i lavoratori europei in Gran Bretagna si troveranno ad affrontare delle serie difficoltà. In ogni caso bisogna sottolineare un problema che riguarda anche altri Paesi che interpretano in maniera molto restrittiva la regola comunitaria che prevede che, ad eccezione dei motivi di studio, si possa risiedere in un Paese comunitario solo se si è in grado di dimostrare di avere un reddito sufficiente a mantenersi: qualche anno fa, ad esempio, il Belgio espulse dei cittadini europei, tra cui alcuni italiani, che avevano lavori occasionali, probabilmente anche in nero. Questo problema non riguarda e non riguarderà chi si trasferisce in età matura, con un contratto a tempo indeterminato, bensì i giovani che sono poco tutelati già nel mercato unico, perché con i contratti temporanei potrebbero non raggiungere la soglia per maturare il diritto di permanenza nel Paese membro: in quest’ottica, la situazione per i giovani europei in UK si aggraverà, ma non così tanto rispetto a quella attuale; i giovani faranno più fatica ad andare a lavorare in Inghilterra, ma già ora fanno fatica ad andare a lavorare in Francia o in Germania.

Per quanto riguarda gli spostamenti di natura turistica, si tornerà ad una situazione precedente all’entrata della Gran Bretagna nella UE: sicuramente si farà rapidamente un accordo per evitare che sia necessario il visto, come per andare negli Stati Uniti; sarà un po’ come andare in Svizzera oggi, bisognerà comunque passare una frontiera.

Cosa potrebbe cambiare, invece, per quegli studenti europei che desiderano andare a studiare in Gran Bretagna?

Per gli studenti non dovrebbe cambiare nulla. Mi sembra improponibile che si vada verso una hard Brexit pura: penso che le diplomazie di Regno Unito ed Unione Europea saranno in grado di trovare una quandra  entro il 30 marzo, anche se i tempi sono stretti. Ad esempio, il documento inglese del marzo 2018 potrebbe essere adottato à la carte, per così dire, ovvero si potrebbe immaginare che si possa trovare un accordo su alcuni punti di quel documento: sicuramente sarà più facile trovarlo sugli studenti che sulle imprese. Pensiamo al caso della Svizzera che, pur essendo fuori dall’Unione, aderisce a molti programmi europei, per esempio il Programma di Ricerca e Sviluppo: anche in caso di hard Brexit, quindi, si potrebbe immaginare un’adesione dello UK al Programma Erasmus; basterebbe un accordo bilaterale (il Programma Erasmus, ad esempio, è allargato a Paesi come la Nuova Zelanda o la Turchia); non vedo davvero nessun valido motivo per cui la Gran Bretagna non dovrebbe firmare l’accordo bilaterale su Erasmus o sul Programma di Ricerca e Sviluppo.

Per quanto riguarda le imprese, cosa cambierà quando la Brexit sarà una realtà effettiva?

Se passasse qualche cosa di simile alla bozza di accordo presentata dalla May, passerebbe anche la norma per la creazione di un’area di libero scambio con regole comuni su due settori: il manifatturiero e l’agricoltura (anche se questa parte è quella che piace meno agli europei). Escluderei, in ogni caso, che non vi sia nessun accordo: anche nell’ipotesi di una hard Brexit, si troverà sicuramente un accordo bilaterale: si torna indietro nel tempo, all’epoca degli accordi commerciali bilaterali, però escluderei che si possa arrivare ad una hard Brexit totale, che si arrivi a dire “da domani hic sunt leones”. In ogni caso la strada mi sembra in salita, soprattutto per la May: stando ai dai del “Sunday Times”, la sua proposta sarebbe stata bocciata da nove cittadini inglesi su dieci. È difficile prevedere cosa potrà succedere, considerando anche la tempesta in corso sulla questione dei dazi con gli Stati Uniti, reali o temuti; il timore è che si vada a saldare una sorta di atteggiamento protezionista sui due versanti dell’Atlantico: questo potrebbe creare dei seri problemi.

Un altro problema è costituito dal bilancio dell’Unione Europea: i contributi che l’Inghilterra ha versato e che non verserà più potrebbero creare problemi di copertura. Il negoziato attuale si svolge con la coscienza del fatto che i circa 15 miliardi della Gran Bretagna non ci saranno più: questo crea ulteriori problemi sul nostro mercato interno.

Cosa verrà a cambiare per la Gran Bretagna, invece?

La prima cosa che cambia, e che ha già iniziato a cambiare, è l’indebolimento della valuta. Il valore della sterlina sta scendendo: più aumenta la probabilità di una hard Brexit, più si svaluta la sterlina; la sensazione è che i mercati non gradiscano una hard Brexit. C’è preoccupazione per la tenuta del Regno Unito al di fuori dell’Unione Europea: penso che questo sia stato l’errore di fondo della Gran Bretagna, che ha ritenuto di poter stare sul mercato globalizzato come se fosse ancora un impero coloniale, cosa che non è più. Si tratta di una politica che, forse può permettersi Donald Trump, che ha un mercato molto più grande, ma che, a mio avviso, il Regno Unito non può fare. La svalutazione, nel breve periodo, potrebbe anche aiutare la bilancia commerciale inglese, però alla lunga la Gran Bretagna finirà per perdere quella posizione che invece aveva nell’Unione Europea: la Gran Bretagna, fuori dall’Unione Europea, sarà sicuramente marginalizzata.

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