venerdì, Ottobre 18

Brexit: catastrofe no-deal? Ecco cosa potrebbe accadere nel Regno Unito in caso di no-deal: carenze di cibo e medicine e dogane in tilt

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Yellowhammer. Fossimo sintonizzati su una puntata di ‘SuperQuark’, Piero Angela ci direbbe che si tratta dell’epiteto inglese dell’Emberiza citrinella, meglio conosciuto come zigolo giallo, cioè un uccello di circa 16 centimetri e dal peso di 30 grammi di color giallo – appunto – molto diffuso in Europa e che si nutre prevalentemente di semi. Al di là del Canale della Manica, invece, Yellowhammer è anche il nome del piano di emergenza stilato per prevenire i possibili effetti negativi derivanti da una hard Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza un accordo tra Londra e Bruxelles. Cosa abbiano visto in comune i politici britannici tra un tenero passero e la porta sbattuta in faccia all’UE non è dato sapersi, ma, di certo, lo scenario profilato dalla ‘Operation Yellowhammer’ richiama più un deserto dove risuona sordo il gracchiare degli avvoltoi. 

Il piano, fatto trapelare da Whitehall e rivelato in esclusiva dal ‘Sunday Times’ e, successivamente, dal ‘The Guardian’, prospetta infatti un quadro catastrofico per la Gran Bretagna. Gravi carenze di cibo, medicine e carburante, confine duro con lIrlanda, caos nei porti, file chilometriche nelle autostrade, aumento della tensione sociale, dogane in tilt: sono queste, in sintesi, alcune delle gravi conseguenze a cui potrebbero andare incontro i sudditi dell’inossidabile regina Elisabetta II in caso di ‘no-deal’.

Vediamo, dunque, quali sono i punti chiave su cui si concentra il piano. Secondo quanto riportato dal giornale inglese, il dossier stima che circa l85% dei camion che passano per la Manica «potrebbero non essere pronti» per la dogana francese e ciò causerebbe disagi nei porti che potrebbero protrarsi per circa tre mesi, ma le interruzioni potrebbero durare anche sei.

Alcune merci provenienti dal Regno Unito che arrivano nei porti dell’UE potrebbero richiedere controlli fisici, in base alle norme del mercato unico. I veicoli pesanti starebbero così fermi al massimo due giorni e mezzo prima di poter attraversare il confine. Il porto di Dover, nel Kent, per esempio, gestisce circa 10.500 camion al giorno: le file potrebbero essere chilometriche.

Ritardi che, ovviamente, faranno sentire il loro peso nella fornitura di medicinali e cibo. Per quanto riguardo quest’ultimo punto, infatti, il rischio è che diminuisca la reperibilità di prodotti freschi, così come potrebbero scarseggiare alcuni elementi fondamentali della catena di approvvigionamento alimentare. Come spiega il ‘The Guardian’ «in combinazione, questi due fattori non causeranno una carenza generale di cibo nel Regno Unito, ma ridurranno la disponibilità e la scelta e aumenteranno il prezzo, con conseguenze per i gruppi vulnerabili».

Gli effetti potrebbero farsi sentire anche sul carburante. Con il mancato accordo con i vertici dell’UE, l’industria del settore andrebbe incontro a gravi perdite finanziarie:  è stata prevista la chiusura di due raffinerie – convertite in terminali di importazione – che comporterebbe il taglio di 2.000 posti di lavoro.

Lo scenario delineato dal piano Yellowhammer ha subito fatto scattare la reazione del leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, che ha attaccato i conservatori, proponendo il ritorno alle urne e promettendo che farà «quanto necessario» per impedire che si concretizzi lo scenario no-deal. «La nostra offerta», ha dichiarato Corbyn, «è di formare un Governo di minoranza, al fine di permettere al popolo di scegliere il proprio futuro attraverso lo strumento delle elezioni generali». 

Una fonte di Whitehall ha detto al Sunday Times che «questo non è Project Fear, questa è la valutazione più realistica di ciò che il pubblico deve affrontare senza alcun accordo. Questi sono scenari probabili, di base, ragionevoli, non il caso peggiore». 

Sebbene svelato nei dettagli due giorni fa, sembra che il rapporto circoli dalle parti di Westminster da circa un mese, comunque dopo l’insediamento del nuovo Primo Ministro britannico, Boris Johnson, che a giugno ha sostituto la dimissionaria Theresa May. Tuttavia, fonti di Downing Street hanno dichiarato che il documento è stato preparato sotto lAmministrazione May e che non riflette il livello di pianificazione portato avanti da Johnson.

Il nuovo premier, però, in virtù delle scosse che potrà subire il Paese in caso di mancato accordo con Bruxelles, ha varato un piano di finanziamenti per 2,1 miliardi di sterline. Soldi che serviranno ad assumere 500 nuove guardie di frontiera, per il deposito e lo stoccaggio di medicinali e per promuovere una campagna pubblicitaria di sensibilizzazione rivolta al pubblico e alle imprese.

Intanto, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, Johnson ha definito «non democratica» e irrispettosa della «sovranità dello Stato britannico» la norma del backstop, negoziata dall’UE col precedente Governo May, secondo la quale l’Irlanda del Nord rimarrà nell’unione doganale per un periodo transitorio di due anni, così da non dover ristabilire i controlli frontalieri tra i due Paesi. La risposta di Tusk, però, è stata negativa: si vuole infatti evitare al ritorno di un confine duro così come previsto dall’Operazione Yellowhammer.

In questi giorni, invece, Johnson è pronto ad incontrare la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il Presidente francese, Emmanuel Macron, mentre nella notte ha discusso dell’uscita del Regno Unito dall’UE con Donald Trump.

 L’agenda dell’inquilino del numero 10 di Downing Street è, dunque, fitta di impegni per cercare di trarre il massimo dalla Brexit, ma la deadline del 31 ottobre si avvicina sempre più e Johnson sembra più che motivato a non rinviare i termini, con o senza accordo. 

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