lunedì, Settembre 28

Brasile: Lula, una presidenza sempre più impossibile Dopo la sentenza di ieri del Tribunale Supremo Federale quale sarà il futuro del Brasile? Come si presenterà alle prossime elezioni, e qual è un’alternativa a Lula? Ne parliamo con Carlo Cauti giornalista italiano di base a San Paolo in Brasile.

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È possibile, giuridicamente parlando, che Lula ricopra la carica di Presidente dal carcere – o dagli arresti domiciliari?

No, non è possibile. A tal proposito la legge brasiliana è molto chiara. Chi è stato condannato non può candidarsi, quindi è proprio la giustizia del Tribunale che, nel caso in cui il PT insista nel candidare Lula, cancellerà la sua candidatura. La legge impedisce ai condannati di candidarsi, in particolare  la ‘legge della fedina penale pulita’. Già in passato si sono presentate situazioni simili, dove molti candidati – non alla presidenza, ma al Governo degli Stati, rappresentati federali, sindaci – sono stati depennati dalle candidature o, nel caso in cui fossero stati già eletti, il loro mandato è stato annullato dalla giustizia. Quindi, nonostante i tentativi e i proclami del PT, Lula è definitivamente fuori dai giochi a questo punto.

Una campagna elettorale condotta dagli arresti domiciliari sarà possibile invece?

Non credo, anche se cercheranno di farla in tutti i modi. Sorge, a mio parere, un problema politico non indifferente. I sondaggi riportano in favore di Lula un 30% di supporto tra gli elettori, che non è il 50%. Quindi, secondo me – ma anche secondo i sondaggi -, anche se dovessero optare per una campagna elettorale dal carcere, sarebbe abbastanza inutile, perché alcuni brasiliani si sono ormai disamorati della figura politica di Lula. Evidentemente i vari processi hanno dimostrato il suo coinvolgimento in vari scandali e, a parte questo zoccolo duro di persone che ha beneficiato direttamente dai programmi sociali portati avanti dal suo Governo, la maggior parte dei brasiliani è stanca della corruzione, dell’insicurezza, e dei vari problemi lasciati dai governi del PT, soprattutto durante quello di Dilma Rousseff. Quindi, anche se facessero una campagna elettorale dal carcere, sarebbe un auto gol clamoroso dal mio punto di vista.

Come si riorganizzerà la sinistra? Quale potrebbe essere una soluzione possibile per il PT?

Si parla già da qualche mese di probabili candidati in sostituzione di Lula. I potenziali sostituti potrebbero essere l’ex-sindaco di San Paolo, Fernando Haddad, o l’ex-governatore di Bahia, Jaques Wagner. Si aggiungono, poi, l’ex-ministro degli affari esteri, ma anche figure politiche  al di fuori del PT che appartengono a gruppi più estremisti, come il partito comunista del Brasile e la sua candidata, Manuela Pinto Vieira D Avila, ma anche il partito Socialismo e Libertà con il suo candidato, Guilherme Boulos, un altro leader dei movimenti sociali.

Qual è il limite di questi potenziali candidati?

Il primo problema è che nessuno di loro ha lo stesso carisma di Lula. Oltre ciò, anche loro sono coinvolti in scandali di corruzione. Ad esempio, l’ex-governatore di Bahia è stato incriminato poco tempo fa, l’ex-sindaco di San Paolo, invece, ha perso in maniera rovinosa le elezioni (era stato eletto con il 60% dei voti nel 2012, e ha perso con il 7% dei voti nel 2016). I partiti sono in una crisi profonda, non sanno neanche loro come fare e, in tutto ciò, sono anche divisi al loro interno. C’è, ad esempio, una fronda massimalista – che peraltro appoggia delle istanze rigettate dalla stessa sinistra brasiliana, come ad esempio l’appoggio al Governo di Maduro in Venezuela, un autogol clamoroso anche questo ( non a caso hanno fatto marcia indietro dopo aver visto i risultati ) -. La sinistra in Brasile è abbastanza disorientata, ed è molto probabile che, da partito medio brasiliano, il PT diventerà un partito piccolo nelle prossime elezioni, dal momento che perderanno probabilmente gran parte dei loro senatori deputati che hanno oggi al Congresso.

Alcune fonti sostengono che l’elettorato è spaccato in due, da un lato c’è chi vede Lula come un corrotto, dall’altro c’è chi lo vede come una vittima di un complotto golpista. A cos’è dovuta questa polarizzazione nell’elettorato brasiliano?

Questa situazione è dovuta al momento particolare che sta vivendo il Brasile, un periodo molto simile a quello vissuto dall’Italia negli anni ’60-’70. La pressione ideologica è molto forte nel Paese, e mentre l’Italia ha superato questa fase, in Brasile è ancora molto viva. L’elettorato è spaccato, ma non vediamo un Paese diviso tra 50% e 50%, ci sono minoranze molto rumorose, e c’è una grande massa di persone che guarda abbastanza preoccupata questa situazione, perchè ovviamente non si schiera da nessuna delle due parti. Il partito dei lavoratori ha cercato di portare avanti la retorica del golpe sin dall’inizio dell’operazione Lava Jato – operazione mani pulite brasiliana –. Effettivamente l’operazione Lava Jato ha falcidiato il partito, arrestando i suoi leader e incriminando Lula, come anche Dilma Roussef, per scandali di corruzione. Per cercare di contrastare quest’operazione, il PT ha lanciato questa retorica del golpe, dell’intervento straniero e della presenza americana. Questo tentativo di mostrare il Lava Jato come golpe contro il PT, di fatto, non ha attecchito, perché non ci sono state manifestazioni di massa contro ‘Mani Pulite’, anzi l’80-90% dei brasiliani- secondo quanto riportano le statistiche –  ne è a favore. Dall’altra parte, le destre brasiliane hanno approfittato di questa operazione per attaccare Lula e la sinistra. Bisogna, però, considerare che Lava Jato ha attaccato principalmente i leader di sinistra, in quanto era la forza politica brasiliana al Governo per più di 13 anni. Essendo al potere, erano i leader di sinistra che gestivano le mazzette, facendo i bandi, gli appalti etc.. Le destre, invece, essendo l’opposizione negli ultimi 13 anni, hanno avuto meno possibilità di essere coinvolti in questi scandali di corruzione. Questo, però, non vuol dire che non siano corrotti anche loro. Comunque, le destre brasiliane hanno cavalcato l’onda, lanciando queste campagne di ‘demonizzazione’ del PT che hanno attecchito molto, soprattutto in un momento di crisi economica che vive il Brasile da diversi anni. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’attuale crisi economica è stata provocata anche da scelte macroeconomiche sbagliate del Governo Dilma (che hanno provocato poi la sua caduta).

Qual è il ruolo dell’esercito in questo contesto?

In questo contesto, l’esercito non un ha ruolo, perché la Costituzione proibisce qualsiasi ruolo politico ai militari, ai quali è proibito anche solo esprimere qualsiasi opinione politica personale. In teoria, quindi, l’esercito non dovrebbe avere un ruolo, però si sente un certo tintinnar di sciabole in Brasile. Infatti, i militari si stanno esprimendo su questioni politiche sempre più spesso. Ad esempio, il Comandante dell’esercito ieri ha pubblicato due tuit in cui ha fatto capire che, se il Supremo Tribunale federale non avesse respinto al richiesta di Lula, l’esercito sarebbe intervenuto. Il 90% dei politici brasiliani sono spaventatissimi dai militari e da qualsiasi cosa provenga dalle caserme. La classe politica è gente che non ha spina dorsale, ma soprattutto ha vissuto sotto una dittatura militare fino a poco tempo fa, e non hanno ne la caratura morale, ne il carattere sufficiente per eventualmente porsi contro un intervento militare. È opportuno, però, dire che i vertici militari brasiliani non sono golpisti – tendenzialmente -. Hanno dimostrato, in più occasioni, di rispettare i dettami costituzionali. Per esempio, una figura particolarmente attiva come il generale Moreau, dopo che ha dichiarato un potenziale golpe, è stato destituito e cacciato dall’esercito. Quindi, anche al loro intero, i militari riescono a mantenere una linea di rispetto della democrazia.  

È possibile che in Brasile l’esercito si organizzi in un colpo di stato?

No, lo escluderei per due motivi. In primis, la popolazione sarebbe contraria, nonostante ci siano manifestazioni in Brasile che chiedono l’intervento militare. Molti hanno vissuto sotto la dittatura – finita nel 1985 -, quindi ricordano com’era la situazione sotto il regime e, naturalmente, non vogliono che si ripeta. Il Brasile è un Paese democratico, e ha degli anticorpi interni politici,  istituzionali e intellettuali in grado di prevenire l’ascesa di un nuovo regime dittatoriale. In secondo luogo, i militari non hanno più la forza di portare avanti un colpo di Stato, non hanno neanche i mezzi sufficienti. Per intenderci, se dovessero far uscire i carri armati dalle caserme, rimarrebbero fermi per mancanza di benzina. Inoltre, dal punto di vista pratico, non hanno i mezzi per gestire un Paese così grande. Non è più il ‘64, a quel tempo il Brasile era un altro, e c’erano anche le condizioni pratiche per un golpe, oggi invece no.

 

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