domenica, Settembre 20

Brasile: Jair Bolsonaro vince. Ma quale clamore? Bolsonaro ha vinto. Il Brasile pende tra democrazia e autoritarismo? Le cose stanno davvero cosi?

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Jair Bolsonaro è il nuovo Presidente del Brasile. Il Paese lo ha eletto con 57,7 milioni di voti, ovvero, circa il 55,13% delle preferenze espresse. Il suo sfidante, Fernando Haddad (PT), invece, di preferenze ne ha conquistate circa il 44,87% -47 milioni degli elettori-; molti più voti di quanto non ne avesse guadagnati durante il primo turno. Ma le cose evidentemente sono andate come i più già si aspettavano da tempo: quei voti ‘riguadagnati’ non sono bastati affatto.

E’ ufficiale, quindi, Bolsonaro sale al potere e lo fa con maggiore legittimità rispetto al predecessore nel 2014: Dilma Rousseff ottenne, infatti, 54.5 milioni di voti (51.64%) contro i 51 milioni (48.36%) di Aecio Neves. Una vittoria con i fiocchi.

«Vi faccio miei testimoni che questo Governo sarà un difensore della Costituzione, della democrazia e della libertà», queste le prime parole da Presidente. «Il nostro Governo sarà formato da persone che hanno lo stesso scopo di voi che mi state ascoltando in questo momento: lo scopo di trasformare il nostro Brasile in una Nazione grande, libera e prospera». Bolsonaro insiste sul concetto di libertà. «La libertà è un principio fondamentale: libertà di andare e venire, camminare per le strade, ovunque in questo Paese, libertà di intraprendere, libertà politica e religiosa, libertà di informare e avere un’opinione. Libertà di fare delle scelte e di essere rispettati. Perché così sarà il nostro Governo; costituzionale e democratico».

Costituzionale e democratico. «Quello che è successo oggi alle urne non è stata la vittoria di un partito, ma la celebrazione di un Paese per la libertà». Non una promessa, non una parola vuota: per Jair è «un giuramento».

Scende nel concreto e promette subito un passo indietro del Governo federale: «Le persone vivono nei comuni; pertanto, le risorse federali passeranno direttamente dal Governo centrale agli stati e ai comuni […]. Occupazione, reddito e saldo fiscale: è il nostro impegno ad avvicinarci alle opportunità e dare lavoro a tutti». Continua, poi, con la riduzione della burocrazia, il taglio di sprechi e privilegi. «Il nostro Governo romperà i paradigmi: fidiamoci delle persone. Ridurremo la burocrazia, semplificheremo e consentiremo al cittadino, all’imprenditore, di avere più libertà di creare e costruire il suo futuro». Deficit minori e tassi di interesse più bassi. «Ciò stimolerà gli investimenti, la crescita e la conseguente generazione di posti di lavoro». Si rivolge, pio, ai giovani: «hai vissuto un periodo di incertezza e stagnazione economica […]. Prometto che questo cambierà. Questa è la nostra missione. Governeremo con gli occhi sulle generazioni future, non sulle prossime elezioni».

Subito le reazioni dal mondo.

Il New York Times descrive l’elezione come «il più radicale cambiamento politico da quando la democrazia è stata fondata più di 30 anni fa». La CNN parla di timori per «maggiori discriminazioni e crimini d’odio»; sullo stesso ‘filone’ anche l’agenzia stampa AP che parla di rischio per la democrazia e The Economist, secondo cui la vittoria di Bolsonaro imporrà una sfida per il Brasile: «garantire che un presidente con impulsi autocratici non sovverta la democrazia brasiliana». Certo, curioso come anche da chi ci si aspettava appoggio, in realtà, piovono critiche.

Fioccano le similitudini con i leader di estrema destra saliti al potere: Matteo Salvini, Viktor Orbán, Rodrigo Duterte e non ultimo, Donald Trump. Proprio quest’ultimo avrebbe chiamato Bolsonaro dopo i risultati per augurargli buona fortuna, una conferma del rapporto «molto amichevole» tra i due, come aveva specificato già il leader brasiliano. Un ‘buon lavoro’ anche da Salvini via Twitter. E’ evidente: i risultati in Brasile prolungano l’onda latinoamericana -e mondiale- verso destra.

La vittoria del candidato del PSL ha lasciato il mondo attonito. Come può il Paese più influente dell’America Latina con l’ottava economia più grande del mondo, fare una svolta così clamorosa verso destra? Simili parole si leggono un po’ ovunque. Ma davvero possiamo parlare di svolta clamorosa?

La trama che ha reso quella che inizialmente era solo un’ipotetica vittoria dell’ex capitano dell’esercito un qualcosa di reale, è una retorica saggiamente studiata che ha saputo attrarre consensi per lungo tempo. Parte tutto almeno 5 anni fa. Dunque, nulla sembra improvvisato.

Come si è arrivati alla vittoria di Bolsonaro? Le cause sono chiare.

Il Partito dei Lavoratori dell’incarcerato Lula e dello sconfitto Haddad, ha sicuramente parte della responsabilità. 14 anni di potere, di più se Dilma Rousseff non fosse uscita di scena. Due gravi scandali di corruzione: si inizia con l’indennità mensile scoperta nel 2005 nel primo mandato dell’ex presidente Lula. La catena causale degli eventi ci impone di ricordare, poi, la campagna elettorale di Dilma nel 2014: PT, PP e MDB insieme. Lo scandalo Petrobras, il botto: tutte le parti -anche gli avversari storici del PT- indagate dalla polizia federale.

Inevitabile che il il PT finisse per essere associato a quegli schemi corruttivi. Quel negare ripetitivo di Lula non ha fatto altro che infuocare la rabbia per la rivelazione della fine di quel partito che, un tempo, era visto come un vero e proprio baluardo etico. La classe politica che -chi più chi meno- aveva rappresentato il Paese in tutti quegli anni, ne esce devastata. Difficile riprendersi la fiducia, ancor di più riacquistare la  perduta credibilità. Il Brasile prosegue in questa direzione, nonostante l’avvento di un Temer che tenta di cambiare rotta e faccia al PT, ma il risultato si commenta da solo.

Da quella crisi, inizia ad insinuarsi Bolsonaro: lui che non fa parte della vecchia classe di politici su cui si è abbattuto l’uragano, lui che, pian piano, inizia più chiaramente a posizionarsi sulla banchina opposta lanciando un messaggio a lettere grandi: sono io la scelta differente, l’altro rispetto allo sporco mondo politico. Un personaggio vero e proprio, frasi senza filtri, una sicurezza ostentata, una caricatura. Un razzista, misogino e omofobo, difensore della dittatura e sostenitore della tortura: troppo per essere preso sul serio. Ogni volta che Bolsonaro veniva deriso, la simpatia del pubblico cresceva proporzionalmente. Quello che all’inizio sembrava un’entrata in scena per qualche verso assurda, stava ponendo le basi per essere l’entrata di scena con la e maiuscola.

Ovviamente, non sembra che il PT lo abbia mai capito fino in fondo; la presa di coscienza è iniziata tardi, è evidente. Proprio quella delusione nutrita nei confronti della politica tradizionale ha portato i brasiliani a cercare il cambiamento. Risultati dimostrativi nel primo turno, in cui il Senato ha avuto un rinnovo dell’85%: dei 54 posti contesi, 46 sono stati occupati da nomi sconosciuti prima con l’esclusione di quelli più celebri. Un’omissione tanto a destra quanto a sinistra. Il PSL è anche riuscito a portare a casa, oltre al presidente, 3 governatori statali.

Dinanzi a tutta questa novità, Haddad non è riuscito nell’intento. Ripetere “Haddad è Lula” non ha funzionato, non ha attirato gli elettori che servivano; cosi come il cambio tattica, la sostituzione dello slogan originale su quello con i colori della bandiera brasiliana, la scomparsa dell’ex presidente. Nulla. Idem per l’idea del fronte democratico contro la ‘minaccia fascista’. Marina Silva avrà anche votato per Haddad ma null’altro; la PDT stessa storia e Ciro Gomes non si è espresso.

Gli altri fattori che ci aiutano a capire l’oggi, sono concatenati. L’inevitabile contraltare della caduta di una politica sbagliata è uno di questi: l’inflazione, alti tassi di interesse e, soprattutto, l’aumento della disoccupazione. A questo si aggiunge il capitolo della violenza: 60.000 omicidi all’anno, gli ultimi dati da record. Nel ranking del Public Leadership Center, 19 dei 27 stati brasiliani sono precipitati negli indicatori di sicurezza pubblica. La paura e l’insicurezza fanno parte della routine dei brasiliani. La gente ha paura, Bolsonaro -ex militare- lo capisce e si fa portabandiera di quel bisogno di sicurezza riuscendo perfettamente nell’intento. La gente che ieri lo ha votato ha sperato in quella promessa, dandogli fiducia. 

Il tutto, conditio da una causale non da poco: Bolsonaro è una “creazione” dei social network. La sua rete di supporto basata su WhatsApp è una delle più interessanti. Gli analisti parlano di ‘populismo digitale’: una campagna senza precedenti nell’uso delle piattaforme digitali. La stessa aggressione che ha quasi ucciso Bolsonaro, poteva rappresentare un pretesto per non esporsi allo scontro politico e tenersi lontano dai dibattiti; non è stato cosi.

Bolsonaro ha vinto.

E ora

Il Brasile dovrà affrontare qualcosa tra democrazia e autoritarismo? Dinanzi a quello che tutti chiamano un aumento della marea populista, la democrazia brasiliana è a rischio?

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