venerdì, Settembre 25

Brasile: gli interessi economici distruggeranno l’ Amazzonia? Riparte il discusso piano per lo sfruttamento di larghe aree della riserva di ReNCA

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Al centro di una forte attenzione negli anni ’80 del XX secolo, la questione dello sfruttamento indiscriminato e della conseguente distruzione della Foresta Amazzonica ha avuto fasi alterne di interesse ed oblio presso l’opinione pubblica. I recenti sviluppi della politica brasiliana hanno riportato al centro dell’attenzione le sorti di questa area che, da sola, rappresenta la più grande riserva di verde del Pianeta.

Con sette milioni di chilometri quadrati di superficie (di cui la gran parte ancora inesplorati), la Foresta Amazzonica è la più grande foresta tropicale del Mondo: si estende su nove Stati (ma più della metà è in territorio brasiliano) e, da sola, ospita il 10% delle specie viventi del Pianeta.

Fin dai tempi in cui i primi esploratori spagnoli si inoltrarono nel fitto della giungla, l’Amazzonia eccitò la curiosità e gli appetiti dei coloni europei: da un lato, il paesaggio selvaggio ed abitato da popolazioni con costumi tanto diversi da quelli del Vecchio Continente (il nome deriva dall’abitudine di alcune tribù locali di far combattere anche le donne, da qui il paragone con le Amazzoni della mitologia ellenica) esercitava un fascino esotico incredibile su ogni sorta di avventuriero; dall’altro, però, molto presto i coloni si accorsero del gran numero di risorse che la foresta pluviale custodiva. In primo momento furono i legni pregiati ed alcuni giacimenti di minerali preziosi; nel XIX secolo fu la volta dell’industria del caucciù, che portò alla formazione di città all’interno dei territori amazzonici (Manaus e Belém, ad esempio); infine, dagli anni ’40 del XX secolo, la crescita economica portò le Autorità locali e nazionale a sfruttare in modo massiccio i giacimenti minerari e a mettere in atto una politica di pesante disboscamento volta alla creazione di pascoli per l’allevamento e campi per l’agricoltura latifondista, oltre che alla vendita di legname.

Dagli anni ’60, il Governo brasiliano approvò alcune leggi per far sì che l’attività di disboscamento diminuisse (in un primo tempo, con scarsi risultati), ma fu solo a partire dagli anni ’80, con la nascita di una coscienza ambientalista, che la questione dello sfruttamento delle risorse dell’Amazzonia cominciò a colpire l’opinione pubblica e a mobilitare sempre più persone. Bisognerà però attendere il XXI secolo per assistere ad un cambiamento sensibile della situazione: con una serie di interventi legislativi ed economici, i Governi brasiliani sono riusciti a far diminuire sensibilmente il disboscamento. Tramite un sistema di sanzioni economiche ed incentivi, è stato possibile far sì che le leggi sullo sfruttamento sostenibile delle risorse amazzoniche fossero rispettate in maniera abbastanza diffusa: a seconda dell’area in questione, ad esempio, i coltivatori erano tenuti a mantenere integra una percentuale di territorio che andava da l 20% al 80%.

Il nuovo Governo di Centro-Destra del Presidente Michel Temer ha messo in discussione la politica di conservazione tenuta negli ultimi decenni. Su pressione dell’industria nazionale e delle aziende multinazionali, il 23 agosto del 2017, è stato approvato un Decreto di Legge che sblocca lo sfruttamento dell’area che faceva parte della Reserva Nacional de Cobre e Associadas (ReNCA), un’area grande all’incirca quanto la Danimarca. La zona, ricca di giacimenti minerari ancora vergini (rame ed oro), fa gola a molti ma era protetta dal 1984. Il Decreto del Presidente Temer è stato visto da molti come un favore alle grandi imprese minerarie e ha provocato la reazione sia di gruppi ambientalisti che degli oppositori del Governo: in un primo momento, la pressione esercitata attraverso la presentazione di un Progetto di Decreto di Legge del Senatore Randolfe Rodrigues (della Rete Sostenibilidade, ma sostenuto da cinque partiti di opposizione) e da una petizione popolare internazionale, era riuscita a bloccare il progetto di abolizione della ReNCA, tanto che la Corte Federale di Brasilia, il 30 agosto 2017, aveva bloccato il Decreto di Temer.

Questo fino al pochi giorni fa: il 1° marzo 2018, la Corte Suprema del Brasile ha confermato l’approvazione del Decreto di Temer. A questo punto, sarà possibile e molto più facile, per i proprietari terrieri, sfruttare i territori amazzonici per la coltivazione o per il pascolo, disboscare per vendere la legna o per rendere possibile la costruzione di siti minerari.

Organizzazioni incaricate della mappatura e della scoperta di nuovi giacimenti minerari, hanno evidenziato come, all’interno della ReNCA, vi siano forti indizi della presenza di nuovi e ricchi giacimenti di oro e rame. Questo ha portato i rappresentanti dal settore minerario a fare pressioni, fin dal 2015, affinché le concessioni minerarie all’interno della ReNCA fossero sbloccate. Il Decreto del Governo, quindi, non ha fatto altro che rispondere alle pressioni di un potente gruppo economico che promette, in cambio della possibilità di forti guadagni per sé, forti investimenti (nazionali ed esteri) nell’area e in tutto il Paese.

Secondo uno studio del WWF-Brasil, però,lo sblocco delle attività minerarie all’interno della ReNCA porterebbe ad effetti devastanti sia per quanto riguarda la biodiversità, sia per quanto riguarda la vita delle popolazioni autoctone che abitano l’area. L’attività di estrazione mineraria, infatti, presenta un alto tasso di inquinamento, soprattutto per quanto riguarda le faglie acquifere, con conseguenti effetti sia sulla vegetazione che sugli animali. Inoltre, il processo di disboscamento, sia esso legato alla creazione di pascoli, campi o, semplicemente, alla vendita del legname, porterebbe ad una sensibile riduzione dell’habitat necessario alla sopravvivenza di molte specie. Infine, bisogna considerare che, in molti casi, l’attività di disboscamento viene portata avanti tramite vasti incendi che, oltre a distruggere enormi aree di verde e provocare la morte di migliaia di animali, producono grandi quantità di gas serra che vanno ad aggravare la situazione già grave del surriscaldamento globale.

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