lunedì, Dicembre 16

Brasile: Amazzonia a rischio Bolsonaro Le politiche ambientaliste di Bolsonaro mettono in pericolo l’Amazzonia e le tribù indigene brasiliane, ne parliamo con Roberto Vecchi

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LAmazzonia è da sempre in pericolo, ma lo è maggiormente da quando, il primo gennaio scorso, Jair Bolsonaro ha assunto la carica di Presidente della Repubblica Federale del Brasile. Nell’arco di sette mesi, infatti, la deforestazione della parte della foresta pluviale amazzonica che insiste sullo Stato brasiliano è cresciuta del 39% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel mese di giugno, inoltre, secondo i dati rilasciati dall’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE, Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale), il deforestamento ha raggiunto in Brasile i 920 km2: un aumento dell’88% rispetto allo stesso mese del 2018, quando si arrivò a 488,4 km². Alla metà di luglio, invece, i chilometri quadrati andati incontro alla deforestazione sono stati oltre 1.000, il 68% in più rispetto al luglio 2018.

Dati che fanno impressione se si pensa all’importanza che rivestono le foreste pluviali. Queste, infatti, aiutano a stabilizzare il clima della Terra assorbendo il diossido di carbonio dallatmosfera – il cui eccesso contribuisce al riscaldamento globale – mantengono il ciclo dell’acqua, riducono lerosione e ospitano un grandissimo numero di specie animali e vegetali. La foresta pluviale più grande del mondo è, appunto, lAmazzonia, la quale occupa circa il 60% della superficie delle foreste sul nostro pianeta. Immagazzinando da 90 a 140 miliardi di tonnellate di CO2, la foresta amazzonica rappresenta il vero polmone della Terra.

Oltre al Brasile, l’Amazzonia tocca altri otto Paesi sudamericani (Bolivia, Colombia, Guyana, Guyana francese, Ecuador, Perù, Suriname, Venezuela) estendendosi per 6,7 milioni di km2. Di questi, 5,5 milioni fanno parte del territorio brasiliano, la cui superficie totale è ricoperta per il 65% dalla foresta amazzonica. 

La deforestazione dell’Amazzonia brasiliana è in aumento dal 2012 sotto l’Amministrazione guidata da Dilma Rousseff, dopo che dal 2004 e per gli otto anni successivi il tasso di deforestazione era stato ridotto dell80%. La deforestazione nell’intera Amazzonia brasiliana nel 2018 è stata del 14% superiore rispetto al 2017.

Le statistiche del fenomeno sotto il nuovo Esecutivo, però, evidenziano un ulteriore aumento. «Sono convinto che i dati siano una bugia», ha tuonato il Presidente brasiliano contro i vertici dell’ente che monitora lo stato di salute della foresta pluviale, mentre ieri ha dichiarato che i dati dell’INPE saranno «compilati» così da raggiungere numeri più esatti.

Sono dati, però, che rispecchiano lagenda politica di Bolsonaro, il quale, da quando è in carica, ha ridotto il budget diretto verso gi uffici nazionali ambientali del 24% circa e ha indebolito l’agenzia ambientale brasiliana IBAMA (Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis). 

Scettico sui cambiamenti climatici e critico verso le ONG ambientaliste, subito dopo la sua elezione nell’ottobre scorso, l’ex militare aveva annunciato di non voler ospitare lincontro annuale sul clima organizzato dalle Nazioni Unite, dopo che la candidatura era stata presentata sotto la Presidenza di Michel Temer, ed aveva minacciato di ritirare il Brasile dagli accordi della Conferenza di Parigi del 2015. Se il primo proposito si è concretizzato, con il summit sul clima che è stato spostato in Polonia, il secondo punto non si è realizzato e ciò è stata una delle motivazioni che permesso che andasse in porto laccordo commerciale tra Unione Europea e Mercorsur lo scorso primo luglio, dopo i dubbi sollevati dal Presidente francese, Emmanuel Macron, e dalla Cancelleria tedesca, Angela Merkel, sullo stato della deforestazione dell’Amazzonia brasiliana. L’accordo, però, potrebbe risultare paradossale e premere sull’acceleratore della deforestazione.

Bolsonaro, inoltre, ha posto a capo del Ministero dell’Ambiente, Ricardo Salles, fautore di una politica ambientalista urbana che segue le direttive di un’Amministrazione che ha piani ambiziosi in termini infrastrutturali, attraverso la costruzione di dighe, ponti e strade in Amazzonia.

Salles è entrato direttamente in rotta con Germania e Norvegia, i due finanziatori più importanti dell’Amazon Fund – il fondo creato nel 2006 il cui scopo è la preservazione della foresta pluviale amazzonica – dopo che il Ministro ha spogliato dei loro poteri l’Amazon Fund Guidance Committee (COFA) e l’Amazon Fund Technical Committee (CTFA), responsabili della gestione del fondo.

Oltre alla questione ambientalista, all’Amazzonia è legata anche la sorte delle popolazioni indigene. All’interno della regione amazzonica brasiliana vivono circa 300 tribù indigene, la cui popolazione complessiva ammonta a 900.000 persone, lo 0,4% del numero totale degli abitanti del Paese. Bolsonaro ha promesso di integrare al resto della popolazione gli indigeni, i cui diritti sono garantiti dalla Costituzione (Titolo VIII, Cap. VIII, artt. 231-232). Per la sua elezione alla Presidenza, inoltre, ha fatto molto affidamento sul grande blocco dei deputati legati allindustria agroalimentare, la cosiddetta ‘bancada ruralista’. E proprio al Ministero dellAgricoltura guidato da Tereza Cristina, precedentemente membro del caucus agroalimentare nella Camera Bassa della legislatura brasiliana, ha trasferito i poteri della supervisione delle terre indigene, la cui competenza era precedentemente del FUNAI (Fundação Nacional do Índio). 

Come riportato nel report stilato lo scorso maggio dal centro di ricerca Inter-American Dialogue (IAD), uno dei maggiori pericoli per lAmazzonia e, quindi, per la sottrazione delle terre indigene, è rappresentato dallallevamento di bestiame (ed è questo il paradosso dell’accordo UE-Mercosur). Questo, infatti, col suo impatto contribuisce – direttamente e indirettamente – all80% della deforestazione della foresta amazzonica. Circa 75 milioni di ettari sono stati disboscati per l’allevamento di bestiame nell’Amazzonia brasiliana, dove si trova quasi il 40% del bestiame del Paese. Deforestazione che è legata anche alla produzione della soia, il cui 13% del raccolto proviene proprio dall’Amazzonia.

Per comprendere meglio gli obiettivi di Bolsonaro e la prospettiva delle politiche ambientaliste brasiliane, abbiamo contattato Roberto Vecchi, professore di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso l’Università di Bologna, i cui interessi sul piano scientifico si orientano verso la storia e la teoria delle culture di lingua portoghese.

 

Nei primi 7 mesi dopo l’insediamento del presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro, il tasso di deforestazione dell’Amazzonia è aumentato del 38% rispetto allo stesso periodo del 2018. In quale direzione sta andando Bolsonaro? Qual è il suo vero obiettivo?

L’obiettivo del Governo Bolsonaro non è chiaramente quello di preservarla, ma di sfruttarla, facendo leva sull’interesse internazionale che esiste verso questo spazio. In questi mesi, partendo dalla nomina di Ricardo Salles come Ministro dell’Ambiente – non negazionista, ma sicuramente interessato ad altre priorità rispetto a quelle della preservazione – quella che emerge è sostanzialmente una linea di colonizzazione dell’Amazzonia. Questa è, molto nitidamente, la prospettiva che si è delineata. È una prospettiva che si basa sulla contestazione dei dati ufficiali sulla deforestazione, cercando così di attenuare l’effetto che possono avere sull’opinione pubblica in nome di un progetto d’integrazionismo brasiliano: invocare la colonizzazione dell’Amazzonia come una possibilità di sviluppo di questo spazio, ben sapendo che questo mina alla base tutti gli obiettivi e gli interessi ambientalistici collegati a quest’area.

A fronte di questa politica di Bolsonaro, come stanno reagendo – se lo stanno facendo – gli altri Paesi del Sud America?

In questo momento il Sud America è in una fase di trasformazione, soprattutto perché tutti sono in attesa del risultato delle elezioni argentine, ormai imminenti. Dal punto di vista internazionale, la cosa più interessante – e problematica – è stata la firma, a giugno, dell’accordo tra Mercosur e Unione Europea dopo molti anni di negoziati andati a vuoto. Questo è interessante perché, da una parte, vincola il Governo brasiliano a mantenersi dentro gli obiettivi della Conferenza di Parigi, verso la quale, inizialmente, l’Amministrazione Bolsonaro aveva indicato una direzione contraria e, addirittura, un’uscita. In questo senso, quindi, questo accordo vincola il Brasile a mantenersi dentro un perimetro di sensibilità ambientale. Dall’altra parte, però, il pericolo, segnalato soprattutto dalle associazioni di rappresentanza degli indigenti e degli ambientalisti, è che questo accordo possa rendere paradossalmente l’UE complice del processo di deforestazione e di riduzione delle riserve degli indigeni. Bisognerà fare molta attenzione. 

Germania e Norvegia sono entrate in contrasto con Salles e hanno avanzato la possibilità di chiudere tale istituto. Secondo lei, si potrà arrivare effettivamente alla chiusura dell’Amazon Fund e quanto questo è stato importante per la conservazione della foresta amazzonica?

Questo fondo è nato nel 2006 con la finalità di finanziare, senza ritorno, il presidio ed il monitoraggio sistematico dell’Amazzonia. È, quindi, un fondo chiaramente ambientalista. La contestazione di Salles è stata formale, ma chiaramente strumentale. L’aspetto formale riguarda il fatto che ci sarebbero stati problemi di rendicontazione dei finanziamenti, ma il vero obiettivo è quello di rendere questo fondo, come altri, un organismo svuotato in vista del progetto di colonizzazione dell’Amazzonia. Quello che è stato fatto, è stato un atto di guerra verso il Fondo Amazzonico, un fondo importantissimo che attesta come la foresta amazzonica non sia solo un patrimonio nazionale, ma universale. Ancora è tutto totalmente aperto ed è difficile fare una previsione. Il Governo brasiliano ha una posizione antiambientalistica non contestabile, ma è importante far notare che le azioni, come quelle di Macron e Merkel in occasione della firma dell’accordo, denotano che esiste una preoccupazione internazionale verso questo atteggiamento distruttivo dell’Amazzonia da parte dell’Amministrazione Bolsonaro.

Oltre Macron e Merkel, anche il Ministro della Cooperazione economico e dello svilippo tedesco, Gerd Müller, e  l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, hanno contestato le politiche ambientaliste di Bolsonaro, il quale ha recentemente dichiarato che l’Amazzonia è come una «vergine che ogni straniero vuole». Quanto valgono effettivamente le pressioni degli organismi internazionali?

Le pressioni sono molto importanti sul piano internazionale perché l’obiettivo di Bolsonaro è quello di nazionalizzare esclusivamente il discorso sull’Amazzonia, trasformandolo in un tema unico e di sola competenza del Brasile. Ma non è così. Credo che si debbano seguire due direzioni. Una è quella dei grandi organismi internazionali che possono svolgere una dissuasione verso questo dissennato progetto di deforestazione, legato semplicemente ad una remunerazione elettorale dell’appoggio che l’agrobusiness ha dato alla candidatura di Bolsonaro, la cosiddetta ‘bancada do boi’ del Parlamento, quella degli allevatori. L’altra direzione, invece – che è stata messa in luce soprattutto dalle organizzazioni indigene – che anche a livello micro, cioè dei consumatori, è possibile esercitare un’azione, esigendo che i prodotti commerciali provenienti dall’area amazzonica abbiano una specie di bollino etico che consenta di capire quale sia la filiera che le produce, quindi controllare che questa filiera vada contro gli indigeni e l’ambiente amazzonico. Dal punto di vista del commercio internazionale, l’impatto etico è una componente fondamentale della produzione del profitto delle grandi imprese multinazionale. Se ci fosse, dunque, un’attenzione a livello internazionale, non solo da parte dei grandi organismi ma anche dei consumatori, intorno alle origini dei prodotti provenienti dall’Amazzonia, questo determinerebbe senz’altro un argine, perché un elemento dissuasivo fondamentale. Rispetto dei diritti, quindi, come una parte fondante della produzione dei prodotti.

A fronte di queste considerazioni, qual è la prospettiva riguardo l’Amazzonia?

Come tutto quello che riguarda il Brasile ed il Governo brasiliano, le questioni sono altamente imprevedibili e aperte. Il Governo, comunque, pur facendo leva su aspetti del nazionalismo più epidermico, sa che fa parte di un sistema internazionale da cui non può prescindere. L’esercizio di un’influenza molto forte da parte degli organismi internazionali, anche dei Paesi più influenti, sarà decisivo. È chiaro che siamo in un momento storico in cui c’è la principale economia del mondo, gli Stati Uniti, che assume delle posizioni negazioniste rispetto alle questioni ambientali e, da alcuni segnali che emergono, anche il Brasile sembrerebbe allinearsi in modo molto subalterno alle posizioni di Washington su questo piano. Quello che è in corso è un confronto molto complesso fra soggetti della comunità internazionale per capire quale egemonia si può determinare sul piano dell’agenda ambientalista. C’è da augurarsi che non sia a prevalere quella negazionista, che dal punto di vista scientifico occupa una piccolissima parte della produzione scientifica internazionale. Dal punto di vista geopolitico, però, avendo la prima economia del mondo a guidarla, è chiaro che crea un contesto di apprensione.

Recentemente, un gruppo di di 10/15 minatori ha invaso il villaggio Yvytotõ della comunità Wajãpi, nello stato di Amapá, e ha ucciso Emyra Wajãp, leader della tribù indigena locale. Ciò riflette lo stato d’impunità che vige sotto l’Amministrazione Bolsonaro, la quale ha indebolito IBAMA e ridimensionato gli sforzi per combattere il disboscamento illegale, l’allevamento e l’estrazione mineraria. Che rapporto c’è oggi tra le tribù indigene brasiliane dell’Amazzonia e il Governo federale?

C’è un’associazione delle popolazioni indigene che è un organismo di rappresentazione forte con una sua struttura. C’è anche qui una specie di paradosso. Da una parte, il Governo Bolsonaro è quello che, probabilmente, sta abbassando di più le barriere difensive di protezione degli indigeni, negando, per esempio, la possibilità della costruzione delle riserve e dei diritti sanciti dalla Costituzione, dall’altra vi è in Parlamento, per la prima volta, una deputata indigena che rappresenta, appunto, le popolazioni indigene. Dal punto di vista complessivo, c’è in corso un conflitto sostenuto, da un parte, dal Governo brasiliano che considera gli indigeni un ostacolo per lo sviluppo di possibili politiche economiche nell’Amazzonia, mentre, dall’altra parte, la voce degli indigeni si fa sentire sempre più forte, utilizzando le possibilità dei media. L’esito è difficile da prevedere. Nell’immediato, come l’assassinio del leader indigeno dell’Amapà, si potranno ripetere perché è in corso, di fatto, l’occupazione dell’Amazzonia. Sarà molto importante per la comunità internazionale non solo capire la testimonianza degli indigeni, ma cercare di fare un po’ da contrappeso a questa politica che il Brasile sta perseguendo in questi primi mesi di Governo Bolsonaro.

Quale futuro, allora, aspetta gli indigeni?

Un tipo di indicazione che ho sempre raccolto dalle rappresentanze degli indigeni, non è quella di considerare l’Amazzonia un santuario non scalfibile, ma creare delle politiche di sostenibilità legate all’area amazzonica che siano in grado di combinare preservazione e sviluppo, quindi, lavorare per questo equilibrio. I popoli che abitano l’Amazzonia hanno il diritto di vivere in condizioni adeguate. Si tratta, quindi, di creare una politica conservazionista dell’ambiente che preveda una possibilità di sviluppare delle attività economiche. È necessario un grande progetto sull’Amazzonia che vede questa come una risorsa viva che può essere utilizzata, ma con una coscienza di sostenibilità. Le attività legate all’Amazzonia sono importanti, perché fanno vivere i popoli che la abitano, ma devono essere pensate in una chiave di complessità ambientale e non, invece, di semplice occupazione o sfruttamento. 

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