domenica, Settembre 27

Boris Johnson fuori gioco: crisi di leadership da coronavirus? La pressione si sta alzando a livelli che la generazione di politici di oggi non ha mai sperimentato, nel post-coronavirus gli assetti politici saranno definita dai ‘blame games’ del coronavirus

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Boris Johnson è in terapia intensiva, causa coronavirus Covid-19, ovvero momentaneamente inabile al Governo del Paese. Le notizie che provengono dal St Thomas’s Hospital di Londra, dove è ricoverato da domenica sera, lo fanno pensare cosciente, da Downing Street hanno sottolineato che «non è sottoposto a ventilazione forzata e, ricevuto un pò di sostegno con l’ossigeno, è tenuto sotto stretta sorveglianza medica». La domanda però è da porre: che succede ora? E che succederà dopo, a crisi sanitaria superata?

L’inabilità del Primo Ministro non poteva accadere in un momento peggiore, quasi una tempesta perfetta sull’isola. Da una parte la Brexit, oramai un dato di fatto fin che si vuole, ma tutta da impostare, dall’altra il coronavirus, negato fino all’ultimo minuto, sottodimensionato con la teoria dell’immunità di gregge, e che ora è già arrivato a colpire 47.810 persone, delle quali 4.934 sono morte (secondo i dati OMS aggiornati al momento in cui scriviamo), numeri ufficiali che potrebbero essere anche più alti. E dovuta intervenire la regina, che però, a parte un discorso per richiamare il Paese alle sue responsabilità e incoraggiarlo, molto altro non potrà fare.
Dunque,
cosa succede ora al Regno Unito? Chi avrà il dovere e la capacità di guidare la barca in mezzo alla tempesta? Il rischio che avanza è quello di una crisi istituzionale sulla quale si innescherà una crisi politica, il tutto sostanzialmente causato da una crisi di leadership.

«Il gabinetto britannico non è una raccolta di eguali, ma non contiene neppure unabig beast’» con la statura politica e l’autorità personale perintervenire nel caso in cui il Primo Ministro sia inabile, afferma il politologo Nicholas Allen. «Non ci sono leggi o disposizioni costituzionali su cosa dovrebbe accadere se un Primo Ministro fosse messo fuori combattimento. Il Manuale del gabinetto, un documento che riunisce le regole più importanti alla base della condotta del governo britannico, non fa alcun riferimento esplicito all’incapacità del Primo Ministro».
Nel Regno Unito, molto si basa ancora su ruoli non ufficiali, essenzialmente estemporanei, di certo non codificati, fa notare a Martin Farr, docente senior di storia britannica moderna e contemporanea all’Università di Newcastle. «Ètotalmente a discrezione del Primo Ministro nominare un vice Primo Ministro e il chi dovrebbe essere». Johnson, ha scelto di non avere un vice propriamente detto, bensì ha nominato un primo Segretario di Stato nella persona di Dominic Raab, che funge anche da Ministro degli Esteri,afferma Farr.

Formalmente, dunque, non è prevista la figura diun premier ad interim, di fatto il capo del Foreign Office (Ministro degli Esteri), Dominic Raab, in qualità di primo Segretario di Stato, èl’uomo che porterà avanti le attività del Governobritannico ora che il premier è in terapia intensiva. Ieri ha presieduto la riunione del Comitato per le emergenze, Cobra, in assenza del Primo Ministro e ora ha in mano le redini della risposta di Londra all’emergenza coronavirus, oltre al resto della gestione ordinaria del Paese. Circa la straordinarietà non è chiaro.
Proprio questa mattina, per altro, i media inglesi sollevano la domanda su chi abbia, in questo frangente, la
responsabilità dei codici nucleari del Regno Unito, considerato che solo il premier può autorizzare un attacco nucleare. La risposata di un membro del Governo è stata «ci sono protocolli ben chiari che sono stati messi in atto» e ha aggiunto di non poter parlare di problemi di sicurezza nazionale.

Quarantasei anni, del Buckinghamshire, figlio di un ebreo di origine ceca che fuggì dai nazisti trasferendosi in Gran Bretagna nel 1938, ha condotto gli studi a Oxford e Cambridge, divenendoavvocato specializzato in diritto internazionale. Euroscettico e alfiere della Brexit, Raab fino a tre anni fa non era neppure al Governo. E’ stato Ministro per la Brexit nel precedente Governo, salvo lasciare tre mesi dopo l’incarico in polemica con l’allora premier, Theresa May, che a suo dire aveva fatto troppe concessioni a Bruxelles.
«Se ci fosse un posto vacante nella premiership, spetterà al partito al governo scegliere un nuovo leader, che diventerebbe quindi Primo Ministro»,precisa Allen. Aggiungendo che il ruolo della regina in tutto ciò è, ‘ovviamente, strettamente limitato’, è «obbligata a seguire il consiglio dei suoi ministri. Non sceglierà personalmente un nuovo primo ministro», nel caso si dovesse rendere necessario.

Altresì, al momento sulla scena politica del regno non sembra di poter intravedere politici con il carisma di Boris, che, al di là del giudizio politico, morale, etico, della persona, e dell’agire del personaggio, è dotato di una capacità attrattiva e di convincere il Paese certamente straordinaria. Non sarà un Churchill, ma il guaio è che di Churchill in giro non se ne vedono (per altro, lo stesso problema di leadership seria, competente e autorevole che si riscontra oltremanica, per non parlare di oltreoceano).

Di solito in questi casi ci si affida ai precedenti, non è questa la situazione, non ci sono veri e propri precedenti, piuttosto Farr sottolinea che fu«Winston Churchill, a essere il primo e finora l’unico Primo Ministro ad avere il proprio medico personale. Un medico è stato imposto a Churchill da colleghi che non solo si rendevano conto di quanto fosse necessario il Primo Ministro, ma anche di quanto il Primo Ministro avesse bisogno di un medico. A quanto pare, l’esperienza di quel medico contribuì alla leggenda di Churchill: di un uomo che poteva condurre un Paese alla vittoria nonostante le molteplici infermità psicologiche e fisiche», afferma Martin Farr. «Il protégé di Churchill, Anthony Eden, era del tutto meno robusto – dal punto di vista medico e, come si sarebbe dimostrato, reputazionale. La fragile salute di Eden è una spiegazione del perché pensava che invadere l’Egitto nel 1956 fosse una buona idea. Alla fine si è dimesso a causa della sua malattia. Andrew Bonar Law si dimise nel 1923 dopo aver ricevuto una diagnosi terminale e Henry Campbell-Bannerman, primo ministro dal 1905 al 1908, morì in realtà in 10 Downing Street».

La salute dei primi ministri britannici, spiega Farr, «è una questione di interesse per il pubblico, piuttosto che una questione di interesse pubblico -come nel caso dei presidenti degli Stati Uniti. Le differenze tra un sistema presidenziale e un sistema parlamentare sono evidenziate nei momenti di inabilità» dei primi ministri.

Il problema, piuttosto, potrebbe essere quello che «con il peggioramento della crisi, la pressione si sta alzando a livelli che la generazione di politici di oggi non ha mai sperimentato», sottolineaMatthew Flinders, Direttore fondatore del Sir Bernard Crick Center for the Public Understanding of Politics, presso l’Università di Sheffield, ciò giàcausa un rimpallo di responsabilità, che a fine crisi potranno determinare piccoli terremoti all’interno non solo del Governo ma dell’intera classe politica britannica. La solidarietà si trasformerà in ricerca del capro espiatorio, in un sistema politico come quello britannico, nel post-evento l’attenzione si concentrerà sulla ripartizione della colpa. «È probabile che la politica venga definita dai blame games delcoronavirus» nell’immediato post-crisi.

Insomma, secondo gli storici, il regno -che si augura che il Primo Ministro ritorni pienamente abile al suo lavoro- supererà anche questa crisi. La regina, almeno, ne è convinta, e lei di storia ne ha vista parecchia. Il problema potrebbe essere dopo, e la gravità del dopo dipenderà dal ritorno in scena di Johnson. Se il ritorno fosse a breve, le conseguenze potrebbero essere contenute, in caso contrario c’è da attendersi che la politica britannica mostri, come è stato per Brexit, il peggio di sé.
«La politica delle pandemie tende ad essere associata a un fallimento politico», una risposta possibile alle pandemie è strutturalmente impossibile, secondo Flinders. «Indipendentemente dai passi che un governo può fare o dalla rapidità con cui vengono messe in atto le misure, il fatto che, per la sua stessa esistenza, una pandemia porti con sé crisi e caos mescolati a morte e sofferenza assicura che qualsiasi risposta del governo sarà vista in generale critica termini». Per tanto l’uscita dell’uomo forte del Regno Unito dall’inabilità sarà fondamentale per gestire il post-coronavirus.

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