martedì, Settembre 29

Bolsonaro-Trump, un rapporto tutto da costruire E’ lecito attendersi, a questo punto, una maggiore convergenza fra Brasilia e Washington?

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Nelle scorse settimane si sono sprecati i paragoni fra Donald Trump e il nuovo Presidente brasiliano, Jair Messias Bolsonaro. Al di là delle differenze biografiche fra i due, lo stile politico di Bolsonaro e le sue intemperanze verbali sono state spesso indicate come i maggiori punti di contatto, anche se – per la verità – il leader brasiliano sembra spinge il limite ben oltre quello raggiunto dal Presidente statunitense. In diverse dichiarazioni pubbliche, Bolsonaro si è detto un fan di Donald Trump e subito dopo la conferma della sua vittoria, ha reso nota con soddisfazione la rituale telefonata ricevuta dalla Casa Bianca; una telefonata in cui – secondo il portavoce dell’amministrazione americana – i due Presidenti ‘hanno espresso il loro impegno per lavorare insieme per migliorare le condizioni degli abitanti degli Stati Uniti e del Brasile e, in quanto leader regionali, delle Americhe’. Con l’elezione di Bolsonaro, il Brasile sterza quindi, con forza a destra, anche a causa della crescente insoddisfazione pubblica per le performance politica del Partito dei Lavoratori (PT – Partido dos Trabalhadores) e gli scandali che hanno colpito i Presidenti da questo espressi, in particolare Luiz Inácio Lula e Dilma Rousseff, che hanno guidato il Paese fra il 2003 e il 2016.

E’ lecito attendersi, a questo punto, una maggiore convergenza fra Brasilia e Washington? Non è facile rispondere a questa domanda. Anzitutto, occorre premettere che, tradizionalmente, i rapporti fra le due capitali sono buoni, anche se negli anni del potere del PT si sono registrati momenti di quella che alcune fonti hanno definito ‘reciproca frustrazione’. Al di là degli aspetti puntuali, gli USA hanno rimproverato al PT una vicinanza eccessiva a governi ‘non amici’ come Cuba, il Venezuela di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, l’Iran e la Russia, che con il Brasile svolge un ruolo centrale nel gruppo dei c.d. ‘BRICS’ (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Il Brasile ha criticato la scelta di Washington di riconoscere l’esito delle elezioni presidenziali in Honduras nel 2009 (che hanno portato alla guida del Paese il contestato Porfirio Lobo Sosa) e la politica di sorveglianza massiccia condotta dalla National Security Agency statunitense anche verso Paesi ritenuti vicini agli Stati Uniti. L’ammissione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) nel novero degli Stati osservatori all’Assemblea generale ONU (che il Brasile ha appoggiato) è stata un altro fattore di screzio, così come lo sono state le diverse visioni in tema di politica economica e monetaria.

Tuttavia, nel complesso (e al netto degli inevitabili alti e bassi), quelli del PT sono stati anni di sostanziale collaborazione fra Brasile e Stati Uniti, collaborazione alimentata anche delle ambizioni di egemonia regionale che il Brasile ha iniziato a coltivare dopo la fine della guerra fredda e il ritorno alla democrazia e che lo hanno spinto ad assumere il ruolo di portavoce delle esigenze latino-americane di fronte all’ingombrante vicino settentrionale. Più penalizzata è stata, invece, la dimensione bilaterale del rapporto, dimensione che potrebbe rappresentare il focus dell’azione di Bolsonaro. In questa prospettiva, le annunciate riforme liberiste del nuovo governo potrebbero costituire il principale terreno d’incontro. La diffusa insoddisfazione del ceto medio per quello che è visto come il deterioramento del suo tenore di vita è stata un fattore importante dietro il successo di Bolsonaro e mima in parte il voto ‘di protesta’ delle classi medie e salariate che spinto Trump alla Casa Bianca. Le indiscrezioni che circolano sulla composizione del possibile ‘gabinetto Bolsonaro’ sembrano andare nella stessa direzione, sebbene da alcune parti siano già stati sollevato dubbi sull’effettiva capacità di questo di risolvere i molti nodi strutturali dell’economia brasiliana.

Ci sono, però, anche altri aspetti da tenere in considerazione. Sinora, Bolsonaro è apparso molto più interessato ad accreditare la sua immagine di ‘uomo forte’, inflessibile con il crimine e la ‘degenerazione morale’, che quella di leader politico ‘a tutto tondo’. In questo, il suo profilo ricorda più quello dell’erratico Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte che quello di Trump o degli altri ‘autocrati’ (primi fra tutti il Presidente russo Putin e quello turco, Erdogan) cui è stato di volta in volta paragonato. E’, quindi, ancora tutta da capire la piega che prenderanno le relazioni del nuovo Presidente con una figura come Donald Trump che – al di là delle intemperanze verbali – sembra muoversi nella linea di un solido (sebbene non sempre lungimirante) realismo. E’ possibile, in altre parole, che dopo le dichiarazioni di stima ‘a caldo’, la vittoria dell’uomo dell’ultradestra verde-oro finisca per avere impatti limitati (se non negativi) sui rapporti fra Brasilia e Washington. Come accaduto, per esempio, proprio nel caso dell’arrivo al potere di Rodrigo Duterte, che sinora sembra essersi tradotto soprattutto in un peggioramento dei rapporti fra Washington e Manila e in un avvicinamento fra questa e Pechino, nonostante gli importanti conteziosi aperti fra Filippine e Cina.

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